Lei lavora anche con pazienti affetti da malattie neurodegenerative. Che tipo di aiuto si può dare nell’accettazione di una diagnosi di questo tipo e in generale delle diagnosi di malattie importanti?
Un paziente, di fronte a una diagnosi di una malattia grave, in generale, prova smarrimento. Non sa più chi è, all’improvviso non si riconosce più nell’immagine che aveva di sé. Ha tante domande: cosa significa, cosa comporta, cosa produrrà nella mia vita e nelle mie relazioni. Quando dall’altra parte non trova una persona che le ascolta, che accoglie tutti questi dubbi, angosce e paure, vive anche il sentimento di una grande solitudine. I suoi pensieri sono tutti concentrati sul cosa fare adesso, su chi o cosa si è diventati e così la diagnosi diventa uno spartiacque tra la vita di prima, che si considera finita, e quella che verrà. Oggi abbiamo compreso meglio quanto sia necessario, per affrontare questi momenti, un approccio multidisciplinare e quindi un sostegno psicologico, divenuto infatti più comune e frequente.
Non si gestisce più il malato solo con un metodo diciamo medico-centrico, in cui si andava a indagare la patologia nella sua organicità, per comprenderne le cause e studiare poi le possibili soluzioni. Questo nuovo approccio ha allargato lo sguardo: c’è una patologia con cause organiche, biologiche, neurofisiologiche, ovviamente a vari livelli, e ci sono manifestazioni, gestione e prognosi che variano in base anche all’aspetto psicologico e sociale. Ci si interroga su quali relazioni il paziente abbia, di quali risorse possa disporre e anche cosa possa garantire il territorio per una prognosi diversa. L’insieme di questi tre aspetti interpella ovviamente sia l’operatore sanitario che anche i cittadini e tutto quello che è welfare sociale. Lavorare in squadra serve al paziente, al medico, agli operatori sanitari, agli psicologi. Contribuisce a creare una rete di sostegno e la molteplicità dei punti di vista aiuta il paziente a vedere o riconoscere tante possibilità che può avere o che può mettere in campo per stare meglio. Sicuramente ora ci interroghiamo sulla qualità della vita delle persone. Se li aiutiamo ad affrontare patologie che fino a poco tempo fa davano meno aspettativa di vita, poi come li gestiamo quegli anni in più? La persona ha bisogno di un sostegno anche per questo, deve capire come trascorrere quel tempo, proprio perché in quel tempo deve vivere, non solo sopravvivere. Ricordo che un volta sentivo persone anziane che mi dicevano di aspettare che la loro vita finisse. Era un po’ una sorta di resa, consapevole, non consapevole, accettata o meno. Adesso noto che le persone della medesima età, tengono di più alla qualità della loro vita. è cambiato il modo di vivere, è cambiato anche come prendersi cura di quella fetta di popolazione. Se una volta era più facile che la morte avvenisse tra le mura di casa, adesso non è più così. Per questo anche le persone anziane hanno cambiato alcune modalità, non vogliono pesare sui figli e danno valore anche a questa ultima parte della loro esistenza.
Ogni persona, avvicinandosi a un percorso di terapia o di sostegno può comprendere tante cose della propria vita e a volte fare pace con la propria storia. Per vedere e pensare anche ai giorni che ancora ci saranno, che possono essere tanti o pochi, con un altro sguardo. Anche il medico di base ha iniziato a riconoscere l’importanza di un approccio psicologico sia per se stesso che per i pazienti. Lui ha a che fare con la sofferenza e obiettivamente, al di là delle competenze, non può permettersi di soffermarsi a lungo con un singolo paziente per aiutarlo. È ovvio che poi dipende dalle situazioni. Non tutti hanno bisogno di un accompagnamento psicoterapeutico. Sicuramente la sanità pubblica vive continuamente dei tagli, quindi anche il medico di base, che vorrebbe inviare il paziente a fare un percorso, si ritrova a non trovare sempre le risorse. Poi non tutte le persone accettano questo consiglio, rispetto alla figura dello psicologo è ancora presente uno stigma, molti lo collegano solo a problemi psichiatrici gravi. Però credo che ci si stia aprendo, sono fiduciosa, perché penso che sia proprio il cittadino che con il suo bisogno può portare a un cambiamento della società.
C’è un approccio di psicoterapia, di sostegno al singolo, ma ci sono anche terapie di gruppo ...[continua]
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