Vorrei partire da un quadro generale, per dare una qualche geografia alla questione. L’invito, poi, che faccio sempre, è quello di formare dei gruppi di lavoro su questi temi. Tra i tanti percorsi che ho seguito, c’è stato anche un gruppo all’Università delle Donne, composto da una ventina di persone, che è durato due anni, dal 2013 al 2015. Quindi è un tema di cui mi occupo da molto tempo. Anche il mio ultimo libro, Passaggio di consegne, non è propriamente sulla vecchiaia, ma in parte sì. Del resto, già il titolo lo dice: se parlo di “passaggio di consegne”, vuol dire che sono molto vecchia!
Oggi si fa fatica a usare questo termine. Si preferisce dire anziani, senior, post-adulti. Ricordo una accesa discussione con Laura Balbo perché lei diceva: “Ma io non sono vecchia, sono post-adulta”. Si preferisce parlare di longevità. Ecco, invece io voglio proprio parlare di vecchiaia. Perché? Intanto perché è un'età sempre più lunga, che riguarda soprattutto le donne, e che, proprio per questo allungamento, ci costringe a imparare sempre cose nuove. E poi perché non viene definita in sé, ma come assenza della giovinezza. La vecchiaia, soprattutto quella delle donne, è invasa da pregiudizi e stereotipi. Con la pandemia abbiamo visto più da vicino la morte, quindi è cambiata anche la percezione di questa età. E infine voglio parlare di vecchiaia perché deve essere considerata una fase della vita e non soltanto una fase di attesa della morte.
Qualcosa in effetti sta cambiando. Ai tempi in cui ho iniziato a occuparmene, non c’era molto. Io ho scritto due libri, uno intitolato L’età in più, l’altro La lunga vita delle donne. Lidia Ravera ha scritto Age Pride, Gabriella Caramore L’età grande, Erri De Luca L’età sperimentale, Francesco Stoppa Le età del desiderio. Tutti titoli che rimandano a qualcosa di vivo.
Per contrastare gli stereotipi bisogna partire dalla soggettività di chi vive questa esperienza, perché è giusto vederne le perdite ma anche i possibili guadagni.
Vorrei ora cercare di sviluppare un po’questi temi con voi.
Stiamo assistendo a un processo di invecchiamento senza eguali nella nostra storia, che riguarda più le donne degli uomini. Secondo i dati Istat, gli uomini con più di sessantacinque anni sono il 18,5% della popolazione e le donne il 37%. Nei prossimi tre anni è atteso un milione di over novanta, perché si alza soprattutto l’età dagli ottanta ai novanta.
Negli ultimi anni mi sono detta che era da pazzi tacere e rimuovere questa fase così lunga. Voglio citare due righe di Betty Friedan: “Come l’oscurità viene talvolta definita come l’assenza della luce, così la vecchiaia viene definita come l’assenza della giovinezza. La vecchiaia non è dunque valutata per quello che è, piuttosto per quello che non è”.
Infatti, proprio per questa svalutazione, quello che manca, soprattutto in Italia, a livello sociale e pubblico, è una conoscenza e una cultura dell’invecchiare.
Per questo, mi sembra importante ridare dignità e vita a questa parola, a partire dallo sguardo di chi la vive. Perché non c'è una vecchiaia “tipica”, ci sono tante vecchiaie, ognuna la vive a suo modo. Anche se ci sono dei fili, ma su questo tema, di come facciamo a collegare la singola vecchiaia a un “noi”, voglio tornare.
Per me oggi la prima cosa da fare è un rovesciamento dello sguardo: osservare la vecchiaia con gli occhi delle donne che la vivono.
Qui la primissima evidenza è che questa generazione invecchia in modo diverso da quella precedente. Non abbiamo libretti d’istruzione. Invecchiamo in modo diverso.
Le donne che oggi entrano in questa fase della vita (circa sette milioni con più di 65 anni, un quarto della popolazione femminile) come si sono allontanate dall’esperienza delle loro madri già nel passaggio dei 50 anni, così se ne allontanano in quest ...[continua]
Esegui il login per visualizzare il testo completo.
Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!

















