Romana Sansa è la responsabile Immigrazione dell’Inca Cgil nazionale e fa parte del Coordinamento nazionale Immigrati della Cgil. Vive e lavora a Roma. In questo racconto, però, ci parla di quando era lei ad essere un’emigrante, anzi un’esule, e della sua vita di italiana con ricordi ora al di là di una frontiera.

La mia famiglia è di Dignano d’Istria, che si trova a 11 Km da Pola e ho vissuto, da bambina piccola, sia la realtà del profugo che quella della pulizia etnica, perché anche allora ci fu una specie di pulizia etnica. Anche se non si può dimenticare che la causa di tutto fu la guerra. Molte cose non le sapevo, allora, perché ero piccola, le ho capite dopo. La nostra casa per esempio, una grande villa, era stata requisita dai tedeschi, che sulla torretta avevano messo un radar. Quando gli alleati venivano a bombardare Pola il radar cominciava a girare e le donne mettevano noi bambini nelle coperte e scappavano verso una collinetta dove mio padre aveva fatto costruire una specie di bunker di cemento armato. Ricordo benissimo un grande bombardamento al porto militare di Pola, in un giorno di sole, e gli aerei volavano molto bassi e mitragliavano. Ci buttammo nelle ombre dei cespugli per non farci vedere e ricordo benissimo quest’aereo degli alleati che fu centrato dalla contraerea di Pola: precipitava con la coda in fiamme, vidi proprio anche il pilota, sembrava precipitasse addosso a noi; invece andò a schiantarsi nel canale dell’Arsa.
Noi vivevamo questa occupazione tedesca sapendo benissimo che intorno c’erano nascosti i partigiani. Quando alla mattina gli uomini che lavoravano per la mia famiglia andavano in campagna portavano da mangiare ai partigiani nascosti, e questi erano nostri conterranei, non era gente venuta da fuori. Dopo l’8 settembre i tedeschi si ritirarono, i partigiani uscirono e fu una ritirata piuttosto sanguinosa. Le efferatezze che avvengono oggi non mi stupiscono: fanno parte della memoria della mia infanzia. I tedeschi rastrellavano e mandavano le donne nei campi di sterminio: a casa nostra c’era una ragazza, venuta poi in Italia con noi, la cui sorella è morta ad Auschwitz, e non perché fosse ebrea, semplicemente era stata presa e mandata lì per lavorare.

Mio padre e i suoi due fratelli erano proprietari di terra e industriali. La mia famiglia era proprietaria dell’unico mulino moderno di tutta l’Istria e questo mulino c’è ancora. Quando vado a Pola lo vedo. Quando arrivarono, i “titini” si insediarono nel mio paese, mentre a Pola arrivarono gli Inglesi, e il confine era proprio fra Dignano e Pola. La mia famiglia non voleva andare via. Poi mio padre fu arrestato coi suoi fratelli, io avevo sei anni, era il giorno della mia Comunione, e mia madre comprese che lì le cose non sarebbero andate bene e così ci portò a Pola, con la scusa che i miei fratelli maggiori dovevano andare alle medie. Mentre nostro padre e le famiglie degli altri fratelli rimasero a Dignano. Il fatto che questi fratelli non volessero andare via fu poi punito duramente perché gli italiani, soprattutto i benestanti, erano considerati nemici del popolo e quindi dovevano essere puniti. Infatti tutti i ricchi se n’erano andati via: mio zio fra l’altro era stato l’ultimo podestà del paese e i miei familiari erano stati iscritti al partito fascista. La stragrande maggioranza degli istriani, tranne una parte che era socialista o comunista, era spoliticizzata, però era iscritta al partito fascista, anche se non era attiva politicamente. Quindi c’era questo clima terribile, per cui quelli che erano un po’ meno sentimentali dei miei se ne erano già andati ed era rimasta la gente comune, non compromessa col regime. Detto così mi viene quasi da ridere: sembra una cosa da niente, però quando penso al clima di quel tempo, penso che per certi versi sia lo stesso clima che poi ho ritrovato in miei conoscenti - un medico di Mostar e un altro di Sarajevo, di famiglie benestanti, fuggiti in Italia - che oggi sono senza più niente, hanno perso tutto, come noi. Quando siamo venuti in Italia siamo arrivati a Trieste, dove non c’era una bella situazione, perché i triestini non erano contenti di tutta questa gente che piombava là e anche Trieste aveva sofferto, basta pensare alla Risiera di San Sabba che era stato un campo di sterminio nazista. Tante volte ho pensato che la guerra ha una sua economia interna, quotidiana, che chi non vive la guerra non può neanche lontanamente immaginare. Era una guerra feroce dal punto di vista quotidiano, non tanto per il cibo, perché nella campagna il cibo non mancava, ma era proprio questa assoluta impossibilità di comprendere che cosa sarebbe potuto succedere, perché l’unica cosa che ad un certo punto si era fatta chiara era la sensazione che ti poteva accadere qualunque angheria, che potevano venire a prenderti di notte, aprivano la porta e ti portavano via. Si sapeva il giorno dopo chi era stato preso. In genere furono presi i fascisti più conosciuti, quelli che erano nell’amministrazione dello stato fascista italiano e quindi questi furono i primi, anche se non erano camicie nere, erano persone abbastanza normali. Quello è stato un periodo di vendette. Il fascismo era stato molto duro da noi e nel resto della Jugoslavia ancora peggio. Per dare un’idea del clima vendicativo, quando i miei familiari furono condannati le imputazioni erano “ ha sputato sul ritratto di Tito” o cose di questo genere, perché in realtà nella nostra famiglia nessuno aveva commesso nessun crimine per cui essere condannato, tant’è vero che nessuno fu ammazzato. Io ho sempre sentito dire che si era attivata anche la borghesia locale di lingua croata, e che rispetto alla mia famiglia c’era stato un divieto di buttare in foiba. Furono mandati ai lavori forzati per quattro anni, al confine con l’Ungheria, e furono rilasciati quando Tito decise di uscire dal Cominform e di restituire tutti i prigionieri. Mio padre è stato l’ultimo, nel ’49.

La memoria della mia infanzia è una memoria di paure: per un certo periodo, fino ai 15-16 anni, io avevo proprio rimosso. Non ricordavo nemmeno com’era fatta la mia casa e non volevo ricordarmi com’era Dignano, finché nel ’59, durante una vacanza a Trieste, un amico di Rovigno non mi propose di andare in Istria. Fu un’emozione incredibile, perché come arrivammo dopo Valle, e in fondo alla strada si vede il campanile di Dignano, fu come se all’improvviso io mi ricordassi dov’ero. Sono andata a casa mia. Mi ricordavo dove si girava, siamo passati davanti alla chiesa, siamo saliti per il corso, ho visto la casa dei miei nonni, sono andata alla casa dove sono nata, adesso è un ambulatorio, sono entrata nel giardino, ho chiesto se potevo entrare, ho portato questo mio amico a vedere la piccola collina fatta a bunker, gli ho mostrato dov’era la cappella...
Quando ho incontrato dei ragazzi bosniaci che avevano portato un filmato girato a Sarajevo, dove si vedeva questa luce e poi un’esplosione, oppure dentro una casa tutti i muri crivellati, a me è tornata in mente la normalità della mia infanzia. Una volta eravamo andate, con Femi che stava a casa nostra e che parlava il croato, a trovare mio padre e al ritorno avevamo un litro di latte da riportare a Pola. Quando ripassammo al posto di blocco dissero che il latte non si poteva portare. Dato che a Pola non si mangiava come a Dignano, perché lì non era campagna, dovetti bermi tutto quel latte, e ricordo che piangevo e bevevo, altrimenti avrei dovuto lasciarlo lì.

L’esodo degli italiani dall’Istria non è conosciuto. Pochi sanno che furono 350.000 le persone che abbandonarono tutto e passarono il confine. Mi ricordo che a Trieste gli alleati ci davano i pacchi e tutti i venerdì andavo a prendere le uova sode... se penso a come mangiavamo a quei tempi... Io anche adesso sono abbastanza sobria nel cibo, anzi molto sobria, e non perché non mi piacciano le cose buone... Mia madre è stata grande, a quei tempi aveva 40 anni, e ho tutte le cartoline postali che lei scriveva a mio padre, che stava in questi posti spersi al confine con l’Ungheria, a Lepoglava, a Zalog, e gli raccontava come andavamo noi a scuola, i nostri voti, e stava molto attenta alla nostra educazione. Credo che nell’esodo il compito principale sia quello di resistere non perdendo la propria storia e mantenendo la propria dignità. A Trieste la situazione era molto complicata, c’era questa dimensione di affollamento e i miei fratelli più grandi hanno molto sofferto il passaggio dalla ricchezza alla povertà, mentre io non l’ho vissuto in maniera traumatica, ero piccola. Mio fratello e mia sorella hanno molto sofferto la povertà nonostante a casa nostra non ci fosse l’esibizione del benessere, perché era proprio una cultura della nostra famiglia quella di non sfoggiare, di essere modesti. Una delle attività che avevano i miei, oltre al mulino, era un grande magazzino di alimentari che riforniva le miniere dell’Arsa e tutta la bassa Istria, poi mio padre, e prima di lui mio nonno, erano degli esperti in pelli, mio nonno andava a comperarle fino in Ungheria. Ebbene, malgrado avessimo un mulino, mio padre non ha mai fatto borsa nera -in tempo di guerra molta gente si è arricchita così, ma per l’etica della mia famiglia questo era impensabile- e malgrado avessero la concia delle pelli -l’odore lo sento ancora, se ci penso- mia madre non ha mai posseduto una pelliccia, perché questo era ritenuto un gesto di esibizione in un paese di contadini poveri. Io non ho avuto nessun contraccolpo psicologico a passare dalla ricchezza alla povertà, questa è la cosa più bella dell’educazione che ho ricevuto.

Ricordo due grandi filoni di esodo: il Canada e l’Australia. La nave per l’Australia, quando usciva dal porto di Trieste, si fermava e suonava e questo saluto degli esuli faceva una malinconia terribile. Gli altri che sono rimasti in Italia si sono un po’ dispersi, sparsi in vari campi profughi. Noi abbiamo fatto un altro percorso, perché mia madre fu riassunta in servizio come maestra e poi perché erano tornati i miei familiari dai lavori forzati. Mio padre era tornato molto provato. Parlava poco, ma qualcosa ho saputo. Innanzitutto lo chiamavano Gandhi tanto era magro, faceva il muratore, mangiava pochissimo e fumava tanto, era un uomo tristissimo. Io sono stata abituata così, da subito, ad essere resistente, non ho un carattere triste, anche se ho tante malinconie. Ha influito molto anche l’accoglienza di Roma, indimenticabile. Andavo alle medie al Virgilio ed eravamo molto poveri. Mi vengono in mente tante cose: dover sempre essere in ordine, tutti rammendati. Alle medie la mia compagna di banco, Laura, era una ragazza ebrea: a casa mi avevano educato a giudicare come una cosa orribile l’oppressione verso gli ebrei. Mi ricordo benissimo quando ero piccola e i miei genitori parlavano a tavola di un professore e di un medico di Trieste portati in un campo di sterminio. Questa è stata la cosa più lacerante, oltre ai fatti della guerra, la cosa che io ricordo di più e che politicamente in seguito mi ha fatto fare delle scelte: l’oppressione e lo sterminio degli ebrei per noi era impensabile. Trieste aveva una comunità ebraica importantissima, ho la memoria precisa di questa efferatezza, come l’ho vissuta nella mia infanzia: sentivo circolare - in una famiglia come la nostra, del tutto spoliticizzata - il dubbio rispetto ai tedeschi. E questa memoria è stata poi il dato costitutivo della mia personalità. Pur non essendo ebrea le mie idee si sono sviluppate da questo rifiuto che ho avuto nell’infanzia, il rifiuto di una dottrina, di una ideologia, che partisse dall’oppressione di una identità religiosa.

Quando ho finito le scuole, con una borsa di studio mi sono iscritta all’Istituto Orientale a Napoli. Non volevo assolutamente pesare sulla mia famiglia, e quindi ho fatto un concorso per un impiego parastatale e l’ho vinto. Sono stata assunta all’INPS di Pisa, avevo 20 anni. Ero fuori dalla mia famiglia, dove non avevo potuto sviluppare idee politiche, per tutta la nostra storia e per il fatto che, venendo in Italia, eravamo stati assimilati ai fascisti. Sarebbe stato anche assurdo piangere sulla nostra condizione, in un momento in cui tutta l’Italia usciva dalla guerra e per tutti c’erano miseria e difficoltà. Inoltre per noi erano state fatte delle leggi risarcitorie e quindi certi benefici li avevamo avuti, non c’era motivo per recriminare. A casa mia erano anticomunisti, anche se non se ne parlava. A Pisa, dove nel frattempo mi ero iscritta a Economia e Commercio, frequentavo un gruppo di studenti greci che studiavano in Italia a spese dello stato italiano come riparazione per i danni provocati con la guerra. Andavamo a vedere film bellissimi, si discuteva. Questo mi ha formato. Dopo il trasferimento a Roma, il matrimonio con un ragazzo del PCI. Io non facevo resistenza alle sue idee, erano sul filone di cambiamento della società in senso positivo, l’unica cosa che mi faceva veramente paura erano i cortei, tanta gente insieme. La prima volta che partecipai ad una manifestazione fu nel ’62, per Cuba, stavo in via Cavour e vidi il corteo che scendeva, in prima fila c’era il Partito: Togliatti e gli altri dirigenti, a braccetto, poi, dietro, tutti gli altri. Io ero all’angolo di via Cavour con via dei Serpenti e rimasi molto colpita: credo di essere diventata comunista quel giorno, vedendo questa forza calma, questa forza consapevole di essere nel giusto. Avevo 24 anni.

Quando son venute fuori queste idee di rivendicazione dei nostri territori io non le ho condivise, mi sembrano delle assurdità. Penso però che i governi di questi Paesi, la Slovenia e la Croazia, dovrebbero consentire, a chi è venuto via, un qualche vantaggio economico, se volesse comperarsi qualcosa. Per esempio io penso che non morirò in Italia, abbiamo la tomba là, mio padre è morto a Roma ma è sepolto a Dignano, anche quest’anno io e mio fratello siamo andati a portare i fiori nel piccolo camposanto. La gente ci saluta, i paesani che ci conoscono ci invitano a casa. Io quando vado a Dignano sono a casa: non tutti gli esuli forse provano queste sensazioni, i miei stessi cugini, più giovani, non hanno questo attaccamento al nostro paese, eppure anche loro ci sono nati. Ma questa è l’educazione che mi ha dato mio padre, che mi porta oggi a non avere nessun interesse rispetto a mire espansionistiche italiane. Però vorrei che il governo di questi paesi riconoscesse che siamo state delle persone che con molta sofferenza, ma con altrettanta dignità, sono andate via e potremmo anche avere il desiderio di decidere di vivere lì, senza pretese esagerate, ma con un minimo di riconoscimento anche del valore di questa esperienza. Non mi ha mai dato fastidio, in tutti questi anni, che gli italiani non sapessero niente di quest’esodo di 350.000 persone, in definitiva a me interessa riequilibrare la mia vita, senza revanscismo, senza rancore. La situazione oggi, per quel che so, è abbastanza buona, c’è molta vitalità, la comunità italiana ha ritrovato il coraggio di affermare la sua identità e questo è molto bello, perché ha ripreso in questo modo un contatto più sereno con gli esuli sparsi in Italia e nel mondo. La guerra aveva creato una frattura fra gli italiani che erano rimasti e la stragrande maggioranza che era andata via, perché quelli che erano rimasti erano stati additati come traditori. Io, se devo essere sincera, li ho sempre invidiati. Son andata tante volte in Istria con mio padre e non ho mai avuto sentimenti di ostilità nei confronti di chi era lì, ostilità che veniva molto accentuata anche dai giornali degli istriani in Italia. Adesso vedo che questa esperienza politica dell’Istria, la Dieta Istriana, un partito interetnico, democratico, ha avuto il 75% dei voti alle politiche e governa tutti i paesi, molti sindaci sono di lingua italiana al di là della consistenza numerica della nostra comunità, quindi anche questa ripresa di legame culturale è importante, per la storia della nostra comunità. La storia nostra in quel territorio è la storia di una comunità dinamica, anche se son rimaste poche persone; bisogna guardare i popoli per le tracce che lasciano, non per i regimi, che passano. Quindi non si può misurare la storia solo dalla durata della propria vita o dai propri interessi economici, non ho questa mentalità, personalmente sono molto contenta che la nostra comunità abbia questo modo positivo di ricollocarsi in Croazia e mi piace anche il fatto che lì, fin dall’inizio della guerra, gli istriani abbiano detto che volevano fare dell’Istria una zona trans-nazionale. Tant’è vero che c’è stata un’iniziativa politica, anche presso la Comunità europea, dei nostri rappresentanti non solo di quelli di lingua italiana, perché l’Istria fosse considerata un esempio storico di convivenza. Non condivido perciò tutte le stupidaggini che si dicono adesso per rimediare un pugno di voti da qualche istriano irriducibile, che vive ancora come se non fossero passati 50 anni.
Mi piacerebbe poter tornare in Istria, a casa, e poter riprendere un pezzetto della terra dei miei genitori, che adesso è completamente abbandonata, e farmi una casetta. Non che voglia indietro la casa dei miei nonni, ci vivono delle persone che nemmeno so chi siano, né voglio la villa dove sono nata e che adesso è un ambulatorio. Caso mai, visto che è un po’ in disordine, mi piacerebbe metterla in ordine, poter dare anche un contributo economico al mio paese per fare dei lavoretti, anche se mi sembra che stia meglio di anni fa. Penso che un tal gesto, da parte del governo croato, sarebbe anche interessante per le persone che vivono lì, perché non c’è niente di meglio di qualcuno che, siccome è nato in quella terra, vuol dare il suo contributo, anche economico. Meglio di un francese o un tedesco che vanno lì solo per investire, per un guadagno.