Mi sia permesso cominciare con una questione personale, quasi intima, anche se pubblica. Quando è scomparsa Rossana Rossanda, ho pensato molto al rapporto che la legava a K. S. Karol, mio connazionale, al secolo Karol Kewes, morto nel 2014, a Parigi. Non ho titolo alcuno per parlarne, se non per un’osservazione: quel rapporto, affettivo e politico, a me ricordava e ricorda una storia di stampo ottocentesco. Lo so, Rossanda era sempre stata vista come “una ragazza del Novecento”. Ma a me quel legame fra una borghese italiana, nata nei territori di frontiera (a Pola), coltissima e di grande levatura intellettuale, e un signore elegante, ambizioso, intelligente e ironico, di bell’aspetto, entusiasta delle proprie idee, esule polacco e polacco fin dal portamento e modo di parlare, mi è sembrato qualcosa che riportava appunto al secolo prima del Novecento. Voglio dire una cosa semplice: nel diciannovesimo secolo, in certi ambienti (sovversivi, repubblicani, non necessariamente socialisti o anarchici) l’internazionalismo non era solo una bella parola d’ordine, ma una prassi quotidiana, normale. E anche chi sognava uno Stato nazionale, se lo immaginava nel quadro di una fratellanza dei popoli. Adam Mickiewicz, il sommo (mi si perdoni la frase fatta) poeta polacco, era di casa a Parigi come a Roma (ebbe a che fare con la Repubblica romana, così come volontari italiani combatterono per l’indipendenza della Polonia): sempre contro i poteri e i linguaggi dominanti.
 
A sua volta, Mickiewicz (1798-1855) inizia il suo poema “Pan Tadeusz”, Messer Taddeo, forse il più importante testo letterario mai scritto in lingua polacca, con le parole: “Lituania, patria mia”. Ma allora, il poeta era polacco o lituano? Per rispondere a questa domanda, andiamo a vedere dove era nato. Ecco, Mickiewicz era nato in Bielorussia. Quindi era bielorusso? Sì, se vale il principio sovranista. No, se vale invece quello dell’autocertificazione (copyright Adriano Sofri). Mickiewicz era un lituano di lingua polacca, quindi poeta polacco ma anche lituano, come del resto il suo collega e Nobel per la letteratura Czeslaw Milosz (nato invece nel territorio dell’odierna Lituania). Potrei continuare questo elenco di celebrità nate fuori luogo con Mark Chagall, originario di Vitebsk in Bielorussia (era un pittore bielorusso?), Isaiah Berlin nato a Riga (filosofo lettone?), Elias Canetti, nativo di Ruse (gigantesco scrittore bulgaro?). Mi fermo qui, per dire una cosa semplicissima, tornando all’inizio di questo testo: a sinistra (perché mi interessa la sinistra) abbiamo perso la memoria.
 
Prima di tutto, la memoria di un mondo, o forse di una parte del mondo dove la normalità erano città in cui si usavano diversi idiomi e dove le persone, non solo di ceti alti, fin dalla nascita parlavano più lingue; non per erudizione ma perché il microcosmo in cui vivevano era fatto così. Anche in questo caso, possiamo provare a fare un provvisorio elenco: Vilnius, Praga, Czernowitz, Leopoli, Ruse, Salonicco, Gerusalemme e tante, tantissime città delle province dell’Impero asburgico, di quello ottomano, di quello russo.

Quando la borghesia adottò, assieme al discorso liberale, l’idea di legare il mito romantico delle origini arcaiche a una sola lingua, considerata “nazionale”, e creare così un’identità in fin dei conti etnica, i socialisti e gli anarchici vi contrapposero il mito dell’internazionalismo, legato a sua volta al sogno dell’emancipazione dell’umanità intera; intera perché l’umanità è indivisibile. Per semplificare: la mitologia della sinistra era composta da personaggi veri e immaginari (spesso immaginari seppur veri) come Prometeo, Spartaco, i comunardi, last but not least, nel secolo scorso, i combattenti accorsi da tutto il mondo in Spagna per contrastare il fascismo. Non solo, nell’Impero austroungarico venne inventato l’austro-marxismo, un modo per dire: il diritto a usare la lingua nazionale (visto che le nazioni sono una realtà) non passa per la costituzione di una miriade di piccoli stati e piccole nazioni caratterizzate da una presunta origine pura, ma per autonomia linguistico-culturale. Un’idea assai simile ebbero i militanti e i teorici del Bund, la Lega dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. La nazione esiste, non in quanto sovrapposta perfettamente al territorio vero o rivendicato dello Stato, ma come espressione della lingua, della cultura. E in uno Stato possono convivere più lingue e più culture. E si può usufruire dei diritti nazionali indipendentemente della composizione etnica del  territorio in cui si abita. Si è polacchi non perché si abita in Polonia, ma perché si parla il polacco, si è ebrei perché si parla lo yiddish e via elencando.
 
Poi venne Lenin, il diritto all’autodeterminazione (un popolo uno Stato) e il suo (degno) erede Stalin. Quest’ultimo si considerava un grande esperto delle questioni nazionali e infatti creò, all’interno dell’Urss, un sistema complicatissimo di appartenenze etniche (non lo racconterò qui). Il punto è semplice. E torno a dirlo. A sinistra ci siamo dimenticati chi siamo e da dove veniamo. Abbiamo accettato e sposato il discorso per cui il mondo sarebbe “per natura” diviso per nazioni (si veda il Settembrini della Montagna incantata di Mann, un protagonista che l’autore adora. Mentre odia l’internazionalista gesuita ebreo convertito Naphta), salvo poi attribuire all’“arretratezza” (balcanica, est-europea e via elencando) le prassi di pulizia etnica e l’antisemitismo (come se l’affaire Dreyfus non fosse figlio della Francia e dell’Occidente), frutti avvelenati dell’idea della nazione etnica.

Cambio il tema, ma solo in apparenza. Quando dico che a sinistra abbiamo perso la memoria, penso all’accettazione non solo di una geografia costruita “per nazioni” (ho il sospetto che la mancata solidarietà al movimento democratico in Bielorussia sia dovuta proprio alla difficoltà di collocare il paese: è pezzo della Russia? Sono un popolo? Vogliono staccarsi dalla Russia? Considerazioni geopolitiche pertinenti ma che niente hanno a che fare con lo spirito originario internazionalista della sinistra), ma anche del discorso liberale che contempla le nazioni come una fine della storia. Infatti, parliamo ormai tutti della democrazia liberale nel quadro degli stati nazionali, pur provando a renderla “europeista”, “aperta” e con frontiere permeabili. Per carità, il liberalismo è infinitamente meglio del sovranismo e ogni giorno al mattino è utile ringraziare il buon Dio e le forze politiche per il fatto che l’Europa è in mano a Ursula von der Leyen e in Italia il Pd fa parte del governo.
 
Però forse sarebbe bene ricordarsi che il liberalismo (anche se i liberali si chiamano in un altro modo) è utile a gestire l’esistente. Ma la sinistra è un’altra cosa: è l’agente del futuro nel presente. E per questo non occorre professare idee socialiste; io non le professo, ma è indispensabile un minimo di radicalità. Ora, immaginare il futuro significa saper rappresentarsi, ossia saper raccontare storie su noi stessi. Ecco, la più bella (per me) è questa: noi siamo figli di Prometeo, non di Zeus.