Degli scrittori considerati “esistenzialisti” e dei filosofi dell’esistenza, Albert Camus è stato il più letto e il più amato, il più discusso e criticato. Nato nell’Algeria colonia francese nel 1913 e morto a quarantasette anni in un incidente automobilistico, dopo aver ricevuto nel 1956 il premio Nobel per la letteratura, Camus ebbe presto una notevole fama soprattutto con i suoi romanzi Lo straniero, del 1942, e La peste, del 1947, a cui si aggiunsero i saggi Il mito di Sisifo e L’uomo in rivolta. Trasferitosi a Parigi, partecipò, durante la Seconda guerra mondiale, alla resistenza antinazista, e cominciò poco dopo a collaborare con il quotidiano “Combat”. Il suo tema iniziale, mai abbandonato, è quello dell’“assurdo” e di una “sensibilità assurda”, che avevano già da un secolo cominciato a invadere la cultura occidentale. Tutta l’opera e la riflessione di Camus sono influenzate fin dall’inizio da autori come Kierkegaard (angoscia esistenziale) e Nietzsche (immoralismo nichilista), nonché da scrittori paradossalmente complementari come Kafka (per la sua tematica) e Hemingway (per il suo stile elementare).
In Camus narrativa e pensiero filosofico sono pressoché indistinguibili. L’assurdo diventa racconto, anche se racconto senza nessi causali. Vivere nell’assurdo è come rivivere la situazione di Sisifo, condannato alla fatica insensata di compiere sempre la stessa azione priva di scopo e di soddisfazione. La storia dell’assurdo che ne nasce è studiata nelle sue varie forme in L’uomo in rivolta, il suo bilancio intellettuale più ampio e compiuto. L’assurdo provoca il delitto anche come “atto gratuito”, che può essere sia “delitto di passione”, cioè di immediatezza, che “delitto di logica”, o delitto raziocinante. È così che il libro in cui si studia la storia e la fenomenologia della rivolta riprende il saggio giovanile sull’assurdo, sull’esistenza quando è sentita come priva di senso. Il mito di Sisifo si apriva con queste considerazioni: 

C’è soltanto un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto viene dopo. Se mi domando da che cosa si possa giudicare che un problema sia più urgente di un altro, rispondo che lo si può fare guardando alle azioni che implica. Non ho visto nessuno morire a causa dell’argomento ontologico. Galileo, che era in possesso di un’importante verità scientifica, la rinnegò con la più grande facilità quando, per essa, si trovò in pericolo di vita. In un certo senso fece bene [...]. Quale è dunque quella imponderabile sensazione che priva lo spirito del sonno necessario alla sua vita? Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma viceversa, in un universo improvvisamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio fra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è precisamente il senso dell’assurdo [...]. L’argomento del presente saggio è appunto il rapporto fra l’assurdo e il suicidio [...]. La credenza nell’assurdità dell’esistenza deve dunque prescrivere la sua condotta [...]. Parlo qui, beninteso, di coloro che sono disposti a mettersi d’accordo con se stessi.

L’assurdo, e la lucida autocoscienza che se ne ha e con cui viene vissuto, non possono che dare origine a una rivolta e a più forme di rivolta. Queste reazioni all’assurdo provocano non solo, come ne Lo straniero, l’omicidio in quanto “atto gratuito”, ma anche la rivolta. Il saggio L’uomo in rivolta si apre con queste frasi: 

Siamo nel tempo della premeditazione e del delitto perfetto. I nostri criminali non sono inermi e infantili. Sono invece adulti con un alibi irrefutabile: è la filosofia che può servire a tutto, anche a trasformare gli assassini in giudici [...]. Un’epoca nella quale per cinquant’anni si sradica, si asserve e uccide una settantina di milioni di esseri umani, deve essere anzitutto giudicata [...]. Ma i campi di schiavi sotto il vessillo e in nome della libertà, i massacri giustificati dall’amore per l’uomo o dal sogno di una super-umanità, disarmano in un certo senso il giudizio [...]. Nell’epoca delle ideologie bisogna mettersi in regola con l’omicidio [...]. Il nichilismo assoluto, che accetta di legittimare il suicidio, arriva facilmente all ...[continua]

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