Una ventina di anni fa sono andato in Libia, per camminare nei suoi deserti. I deserti sono luoghi metafisici, luoghi dell’assoluto, in cui è possibile, e io l’ho creduto,  vedere l’Alef. Stavo entrando nel Tassili libico, speculare a quello algerino, che avevo percorso l’anno precedente sempre alla ricerca di quelle straordinarie pitture rupestri che attestano che quello, che ora è un deserto, un tempo era una foresta lussureggiante, popolata di sapiens e di ogni specie di fauna selvaggia. Ero alle porte di quel deserto e per entrarvi dovevo passare attraverso il solito fastidioso, occhiuto controllo poliziesco, praticato in nazioni dove vige un potere dittatoriale. Ero l’ultimo della fila e avevo porto con noncuranza il mio passaporto al poliziotto di turno; ben presto percepii che lo stava trattenendo per un tempo più lungo di quello che aveva riservato ai miei compagni di avventura. Passava con gli occhi dal suo contenuto al mio volto, poi si fermava, giocherellava col mio passaporto, guardandomi fissamente con percepibile odio e disprezzo. Non potei non pensare che ciò fosse da associare al fatto che avesse visto in me un ebreo. Il mio cognome è palesemente ebraico: jonah vuol dire colombo e ha una certa assonanza fonetica con il suo equivalente arabo, hamamah. Il suo sguardo era di infastidita ostilità e insieme provocatorio e mi chiedeva chiaramente un atto di sottomissione, ma io non abbassai gli occhi e lo fissai a mia volta, cercando di mantenere il mio sguardo quanto più possibile anonimo e spento, sfuggendo la lotta che mi proponeva e contrastando così l’odio che manifestava verso lo straniero sconosciuto, dal nome nemico e colpevole.
Finalmente mi restituì con malagrazia il passaporto e ciò che con certezza percepii è che se avesse potuto mi avrebbe arrestato o, meglio ancora, serenamente sgozzato. Quello sguardo l’avevo dimenticato, ma non l’avevo perduto, perché mi è tornato vivamente alla coscienza leggendo Sudari (Feltrinelli, 2025) di Paola Caridi.
Paola Caridi è una stimata saggista e giornalista che conosce bene la realtà medio orientale e ha studiato a fondo Hamas, la sua storia e la sua natura, in un libro più volte ripubblicato e aggiornato, Hamas. Dalla resistenza al regime (Feltrinelli, 2025). Ora Sudari è un’altra cosa, è una breve appassionata litania, di natura letteraria, o meglio poetica, indignata e partecipe, sulla sorte riservata agli abitanti di Gaza dall’aggressione israeliana, tra le sue macerie come fossero le nostre macerie morali, perché noi siamo, essa dice, complici e corresponsabili di ciò che sta avvenendo, un genocidio, e gli oggetti che dominano incontrastati questa scena sono i sudari, declinati in ogni loro possibile realtà e immaginazione. 
Essi sono il velo che cela i corpi senza vita, perché non siano preda del mondo e li proteggano dalla vista della morte, sono simboli delle colpe degli omicidi. Il sudario, veste l’uniforme della morte, ne è la costante immagine, la parola simbolo che viene ribattuta e coniugata in tutti i modi possibili, in un diffuso racconto funerario: dalla deposizione dei corpi su superfici pulite, come su immaginari altari dediti alla purificazione, al lavaggio, come in un rito che restituisce loro uno status attraverso la pudica bellezza del funerale islamico. Il sudario è poesia, rito, luce, è come un ponte, una testimonianza, un esercizio di conservazione e di memoria. Ora tutto ciò è irrimediabilmente sparito, la bella veste di lino e suoi nodi, l’acqua lustrale per lavare i morti, come quella per dissetare i vivi, l’antica umile fossa a raccogliere alla fine il corpo, perché gli israeliani tutto hanno distrutto con i loro indiscriminati bombardamenti dal cielo, persino le riserve acquifere, le cisterne, i desalinatori. Le macerie di Gaza sono la mappa geografica del genocidio, la scena del crimine che contiene le prove dei misfatti, i corpi del reato. I reati sono la catena degli uccisi, talvolta intere famiglie, a cui Caridi dà nomi, volti e storia. Segue, per renderci il tutto fisicamente e spiritualmente ancor più vicino, il loro rapporto con i canoni occidentali, la correlazione tra le cose, i luoghi, le persone di Gaza e quelle nostre: il sudario di Cristo, quello di Lazzaro e la Sacra Sindone, le prigioni borboniche e fasciste di Santo Stefano e il confino di Ventotene, le pitture di Savoldo, Piero della Francesca e Caravaggio, e i nomi di Gramsci, Pertini e Rosa Luxemburg. “C’è bisogno -scrive Caridi- dell’att ...[continua]

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