Questa domanda sorge spontanea quando si pensa che i dati di popolazione, fondamentali per il sistema conoscitivo-statistico di un paese, mancano dell’appoggio di un censimento recente: è questo il caso dell’India (ultimo censimento del 2011), della Nigeria (2008), dell’Etiopia (2007), del Sudan (2008). Nell’insieme, includendo altri paesi per i quali l’ultima operazione censuaria è più vecchia di 15 anni, più di due miliardi (un quarto della popolazione mondiale) vivono in paesi il cui sistema statistico poggia su basi traballanti. Naturalmente altre fonti di dati, generalmente di natura amministrativa, o campionaria, producono stime spesso di buona qualità, ma si tratta di ripieghi rispetto all’abbondanza di informazione prodotta da un censimento ben fatto.
La scomparsa del censimento tradizionale
Il rilevatore di un tempo, armato di una valigetta, dei questionari e di una matita, suonava alle porte delle abitazioni, intervistava il capofamiglia (allora c’era), riempiva i questionari, che venivano poi raccolti ed elaborati. Oggi non più: in teoria, esperti tecnici informatici estraggono da registri elettronici amministrativi (anagrafi, liste elettorali, patenti, registri scolastici) le informazioni rilevanti, le ripuliscono, le confrontano, le integrano, e producono così la base informativa del censimento. Fino agli ultimi decenni dello scorso secolo il censimento, pur evoluto dalla sua forma primitiva, era quasi sempre di natura tradizionale. Nel 2000, nei paesi Unece, la forma tradizionale era stata adottata nell’83% dei paesi; nel 2010 nel 65%, nel 2020 nel 37%, e nel 2030, secondo i piani, appena il 16%. Alle quattro date di cui sopra, la percentuale dei paesi con censimenti basati sui registri cresce dal 6% al 47%. Nel resto dei casi si sono adottate, o si adotteranno, forme miste.
Il buio informativo: guerre, conflitti, catastrofi… e politica
La storia dei censimenti è lunga e risente delle particolari vicende di ogni paese, nonostante gli sforzi di coordinamento e standardizzazione delle istituzioni internazionali. Senza riandare ai casi clamorosi del passato -il Censimento del 1937 dell’Unione Sovietica occultato perché i risultati non piacquero a Stalin- limitiamoci al nostro secolo. Come potrebbe l’Ucraina, devastata dall’aggressione russa, condurre un censimento, che peraltro manca al paese dal 2001? Oppure il Sudan, lo Yemen o la Siria? Come confrontarsi con le difficoltà che l’epidemia di Covid ha generato, soprattutto in quei paesi nei quali il censimento è ancora di tipo tradizionale? Come superare i conflitti etnico-religiosi per censire la popolazione della Nigeria? Possiamo stimare che una quota considerevole -almeno un terzo- delle popolazioni che non eseguono un censimento da almeno 15 anni, abbiano caratteristiche che possono essere solo stimate indirettamente perché mai direttamente censite.
La nemica principale dei censimenti -che se ben fatti sono delle “operazioni verità”- è la politica. L’epidemia di Covid, per esempio, è stata il pretesto ufficiale per il rinvio del XVI censimento dell’India, che avrebbe dovuto tenersi nel 2021, e che invece si terrà -finalmente è stato dato l’annuncio ufficiale nel giugno dello scorso anno- nel 2027, quando ci saranno (stando alle stime) 230 milioni di indiani in più rispetto al 2011. C’è in ballo una riforma della ripartizione dei seggi parlamentari tra i vari stati in proporzione alla popolazione residente, altrimenti ancorati ai risultati del censimento del 1971. Ciò significherà un forte guada ...[continua]
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