cos’è successo all’acqua nei decenni successivi alla privatizzazione? Oramai non si presta più attenzione alle increspature che si formano sul pelo dell’acqua quando gli uccelli acquatici attraversano la superficie di un lago. Non si contempla più la limpida chiarezza di un riflesso in una bella giornata, né si contano le fronde ondeggianti delle piante acquatiche o il rapido guizzo dei pesci. Oggi si guarda alla profondità della torbidità, alla crosta di liquami grezzi sulla superficie di un fiume, al fetore degli escrementi umani, ai pesci morti innumerevoli. Abbiamo bambini e adulti infettati e avvelenati dall’acqua, le loro vite rovinate da malattie, a volte croniche, incurabili e debilitanti. Come nel caso di Heather Preen, di otto anni, che ha contratto un’infezione batterica da E. coli dopo una giornata al mare ed è morta tra atroci sofferenze, ci sono persone che sono state completamente tradite dal sistema. Heather non è stata l’unica bambina o turista infettata da E. coli quel giorno sulla spiaggia, ma il verdetto dell’inchiesta sulla sua morte è stato “disgrazia”.
Secondo il “National Geographic”, tutta l’acqua che c’è è tutta quella che avremo, perciò avvelenarla con liquami non trattati è pura follia. Vorrei citare Gandhi, che parlava del nostro mondo prezioso non come di una merce ma come di un dovere preso in prestito: “La terra, l’aria, il suolo e l’acqua non sono un’eredità dei nostri antenati, ma un prestito dei nostri figli. Dobbiamo quindi consegnarglieli almeno come ci sono stati dati”. Considerando quanto l’acqua sia essenziale per tutta la vita, e per la nostra stessa sopravvivenza, è difficile capire cosa passasse per la mente degli architetti di uno dei più grandi scandali aziendali del nostro tempo: la privatizzazione dell’industria dell’acqua.
Viviamo nell’unico paese al mondo che ha scelto di privatizzare completamente il proprio settore idrico. Ci deve essere un motivo se è una politica così impopolare a livello globale -e noi siamo certamente l’antidoto per qualsiasi altro paese che voglia provarci. Ma questo è più di un piano mal concepito e di una fede nelle presunte maggiori dinamiche ed efficienze del capitalismo (un progetto caro a Margaret Thatcher): è anche una lezione di avidità senza freni. Infine, rivela come le corporation, le agenzie pubbliche e il governo considerino e trattino i propri cittadini. L’ultimo rapporto pubblico sullo scarico di liquami nei nostri corsi d’acqua è stato pubblicato nel 2024. In quell’anno, i liquami non trattati sono stati scaricati 585.000 volte -più di 1.600 volte al giorno, ovvero una volta ogni 54 secondi. E questi sono solo gli scarichi registrati: gli attivisti ritengono che si tratti di una enorme sottostima, e che si arriverebbe forse fino a un milione di scarichi di liquami.Nello stesso periodo, secondo i dati di Ofwat, l’autorità di regolazione del settore idrico, nell’annata 2023-2024 gli azionisti delle compagnie idriche britanniche hanno ricevuto un miliardo di sterline di dividendi.
“Surfers Against Sewage” indaga da decenni sul rilascio di liquami grezzi e fornisce una mappa dei punti in cui vengono scaricati, oltre ad avvisi per i surfisti. Guardare quella mappa è un colpo al cuore. Se si ama la nostra costa, vedere tanto avvelenamento deliberato è difficile da sopportare.
Channel 4 ha recentemente trasmesso una serie drammatica in tre parti intitolata “Dirty Business”. È un dramma investigativo avvincente e basato su fatti reali, quel tipo di sceneggiatura che richiede tempo e investimento e che vale ogni singolo centesimo speso. Non posso che parlare bene di questa serie -scritta e diretta da Joseph Bullman- piena di fatti e cifre davvero scioccanti che lasciano qualsiasi persona sensibile estremamente arrabbiata.
I protagonisti, David Thewlis e Jason Watkins, interpretano rispettivamente il detective di polizia in pensione Ash Smith e il professor Peter Hammond, che vivono accanto a quello che un tempo era un fiume limpido e bellissimo, ormai inquinato da liquami grezzi fino a perdere ogni somiglianza con un fiume vivo. I due diventano investigatori tenaci su ciò che è stato -e continua a essere- fatto ai nostri fiumi, mari e laghi.
Durante il loro percorso vediamo chiaramente come si comportano le aziende privatizzate. Vediamo come esse, insieme all’Environment Agency, incaricata di regolamentare, indagare e proteggere i nostri corsi d’acqua e le coste, sembrino aver sviluppato una sorta di ...[continua]
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