Dopo i continui allarmi per i missili provenienti dall’Iran, all’inizio di una tregua tanto parziale quanto fragile, e nel pieno di una guerra di cui ancora non si intravede l’uscita, vorrei spostare l’attenzione su un fronte meno visibile, ma non meno decisivo, in cui Israele è impantanato da quasi cinquant’anni.
Gli ultimi anni di conflitto ad alta intensità a Gaza, contro l’Iran, nello Yemen e in Libano, insieme al crollo del regime siriano, hanno creato un’utile zona d’ombra mediatica: il governo israeliano di estrema destra sta accelerando il processo di annessione de facto della Cisgiordania, espellendo i residenti palestinesi dalle terre considerate “liberate” -che rappresentano oltre la metà dell’area occupata nel 1967 a ovest del Giordano- e consolidando un sistema di apartheid tra i coloni ebrei e la popolazione palestinese.
Nell’ultimo pezzo vi avevo descritto la mia esperienza nella raccolta annuale delle olive, ma adesso la situazione si è aggravata al punto che persino l’America di Trump ammonisce Netanyahu di fermare i pogrom contro i villaggi palestinesi, condotti con la tacita cooperazione delle forze dell’ordine.Per sostenere le comunità minacciate dai coloni, partecipo una volta alla settimana a turni diurni e notturni di “presenza protettiva” nei pressi di gruppi di baracche di pastori beduini lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico.
Durante questi turni noi volontari, naturalmente disarmati, pattugliamo a coppie tra le baracche e i recinti delle greggi di pecore e capre, pronti a intervenire, se chiamati dai residenti, per ridurre con la nostra semplice presenza possibili tensioni con coloni armati o con giovani pastori ebrei che molestano i beduini.
Negli ultimi due anni, infatti, con il tacito consenso dell’esercito, l’appoggio diretto di vari ministeri e la complicità di colonie già insediate da tempo, su molte colline sovrastanti comunità beduine preesistenti sono sorte come funghi piccole “fattorie pastorali” ebraiche: uno o due nuclei familiari di coloni armati, spesso affiancati da gruppetti di ragazzi tra i dodici e i sedici anni, fuggiti da scuole religiose particolarmente rigide.
Questi gruppi fanno pascolare piccoli greggi di pecore -per lo più confiscate o sottratte ai beduini- su ampie terre demaniali da sempre accessibili alle comunità locali e oggi rivendicate come uso esclusivo ebraico. Per rendere la vita impossibile ai beduini -oltre alle pressioni legali, solo in parte frenate dagli interventi europei- questi giovani li molestano in molti modi: fanno pascolare le proprie greggi tra le baracche, impediscono il rientro degli animali dalle aree di pascolo, rubano asini e capretti, lanciano pietre contro finestre e pannelli solari, tagliano i tubi dell’acqua, entrano nelle abitazioni rubando beni e minacciando espulsioni.
Una notte, alle tre, un ragazzo ha piazzato un altoparlante a batterie in mezzo alle case, al massimo volume, diffondendo canzoni ebraiche e svegliando l’intera comunità. Una delle comunità presso cui svolgo i turni ha infine rinunciato al pascolo, ormai troppo pericoloso, e ha venduto il gregge.
I beduini non osano difendersi, per timore di essere accusati e maltrattati da polizia ed esercito (spesso in combutta con i coloni) come “provocatori”.
La nostra presenza contribuisce a ridurre le tensioni, facilita il ritorno delle greggi e consente di raccogliere testimonianze video e orali utili a smentire accuse pretestuose, sollecitare l’intervento delle forze dell’ordine e, solo raramente, ottenere giustizia.
Le autorità israeliane in abiti civili -ormai largamente controllate dai coloni e dai loro rappresentanti più estremisti, pur operando formalmente sotto la giurisdizione militare di territori occupati “temporaneamente”- favoriscono l’espansione delle fattorie ebraiche, illegali persino secondo la legislazione israeliana. Impongono misure restrittive alle comunità palestinesi, dichiarano zone militari o riserve naturali in cui la presenza viene di fatto vietata soltanto agli arabi, e forniscono ai coloni armi, veicoli fuoristrada, prefabbricati, infrastrutture stradali, energetiche e idriche. Arrivano perfino a finanziare programmi di “riabilitazione sociale ed educativa” destinati ai giovani fuoriusciti dal sistema scolastico religioso.
Tuttavia, quello che posso testimoniare personalmente riguardo le aree vicine a Gerusalemme, nel centro del paese, è acqua di rosa rispetto a quanto accade nel nord e nel sud della Cisgiordania, nelle zone periferiche e lontane dall’attenzione dei media, dove perfino i pochi giornalisti e volontari umanitari presenti operano in condizioni di reale pericolo.
Non sono solo le comunità di pastori a essere minacciate, e in questi due anni già in ventisei hanno abbandonato le loro terre e capanne. Bande di coloni armati e giovani teppisti ebrei col viso coperto, armati di manganelli o lunghe mazze, occupano terreni agricoli privati coltivati dai palestinesi, distruggono i raccolti, fanno razzie notturne nelle case ai limiti dei villaggi palestinesi, distruggono infrastrutture, bruciano veicoli, baracche, ovili e a volte anche case abitate; picchiano a sangue giovani e vecchi e sparano: le statistiche sono opache, perché parte dei coloni armati sono anche riservisti.
Dall’inizio della guerra con l’Iran, cioè in un solo mese e mezzo, sono stati uccisi otto palestinesi in Cisgiordania e se ne contano centinaia negli ultimi due anni e mezzo, malgrado la guerra si tenga formalmente su fronti lontani. Nessuno dei civili o dei militari coinvolti è in arresto o sotto processo; la scusa è sempre quella della “legittima difesa”, anche se le vittime non sono mai armate e i casi di terrorismo sono molto rari in Cisgiordania, contrariamente alle incitazioni di Hamas.
Alcuni volontari e ultimamente anche giornalisti della Cnn sono stati ospedalizzati in seguito ad attacchi violenti di coloni. Il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha innescato la violentissima rappresaglia israeliana a Gaza e riportato la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale, alimentando un’ondata di mobilitazione pro-Pal che, in molti casi, ha minimizzato o negato le accuse e le prove relative al carattere barbarico del pogrom compiuto da Hamas.
Tuttavia, la sostanziale rassegnazione della popolazione araba in Cisgiordania, la corruzione e la debolezza dell’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas, insieme allo scarso interesse reale per la causa palestinese da parte delle principali forze in campo nel Medio Oriente, hanno progressivamente spostato l’attenzione verso conflitti legati a interessi economici e a equilibri geopolitici più ampi. Di questa distrazione hanno approfittato le correnti colonialiste e messianiche che occupano posizioni chiave nel governo Netanyahu, dal Tesoro alla polizia, dall’esercito ai servizi di sicurezza, fino a diversi ministeri, compreso quello della Giustizia, per promuovere misure volte a impedire, in futuro, qualsiasi possibile progetto di separazione politica tra la Cisgiordania e Israele.
Queste forze vedono nelle zone occupate dal 1967 la culla della nazione ebraica descritta nella Bibbia e i luoghi santi della tradizione millenaria e vogliono assicurare il monopolio e la supremazia ebraica. Esse rinnegano i valori democratici fondamentali e il diritto della popolazione locale a partecipare in modo egualitario alle decisioni che influenzano la loro vita. Il governo israeliano non ha definito gli obbiettivi di questa guerra praticamente ininterrotta su tanti fronti vicini e lontani se non con promesse irrealizzabili di “vittoria totale” (disarmo di Hamas e Hezbollah, eliminazione del progetto nucleare e dei missili balistici iraniani e crollo del regime islamista). La destra vorrebbe poter spacciare questa guerra come una “vittoria” militare di Netanyahu, dopo la catastrofe del 7 ottobre di cui è stato direttamente responsabile. Dopodiché lui spera di assicurarsi la vittoria elettorale, con conseguenti riforme sovraniste e autocratiche.
L’attuale coalizione teme, almeno in teoria, un’improbabile vittoria dell’opposizione. Ma quest’ultima appare profondamente divisa, e quasi tutte le sue liste restano riluttanti a costruire un’alleanza con i partiti arabi, senza i quali una maggioranza alternativa sarà impossibile.
La vera posta in gioco, però, è di lungo periodo: accelerare il processo di annessione de facto della Cisgiordania a Israele. È questo il motivo profondo del rifiuto israeliano di qualsiasi alternativa alla guerra permanente. Qualsiasi negoziato diplomatico includerebbe inevitabilmente la ricerca di una soluzione alla questione palestinese (oltre due milioni di persone a Gaza e quasi tre in Cisgiordania) mettendo in discussione l’attuale regime di occupazione militare a tempo indeterminato, insieme alla realtà di apartheid e di annessione de facto.
Uno scenario del genere ostacolerebbe il progetto coloniale che comporta: il trasferimento del maggior numero possibile di palestinesi dalle aree considerate “liberate” e destinate ai soli ebrei, la concentrazione della popolazione araba in bantustan, prive di reali prospettive di libertà politica, uguaglianza civica in un’entità nazionale indipendente o in qualsiasi altra forma di liberazione dalla supremazia ebraica.
La responsabilità, però, non è solo del governo, anzi forse è ancora maggiore quella dell’opposizione: di fronte alla guerra senza fine non viene proposta alcuna alternativa, nonostante il terribile pogrom del 7 ottobre e nonostante gli innumerevoli cicli di violenza che non hanno portato alla vittoria promessa e alla sicurezza.
Anche la guerra attuale, malgrado l’alleanza col gradasso imprevedibile e il dispiego di enormi forze aeree non otterrà altro che la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era già aperto prima dell’attacco, e forse condizioni analoghe a quelle dell’accordo nucleare di Obama, poi abbandonato proprio da Trump nel suo primo mandato, sotto la pressione di Netanyahu.
Ecco un esempio di alternativa a questa guerra eterna che avrebbe potuto o dovuto emergere dall’opposizione: puntare ad accordi politici, sotto la supervisione di una coalizione internazionale di nazioni e organizzazioni con interessi comuni. Questi potrebbero essere alcuni punti fondamentali comuni a tutti gli stati del Medio Oriente:
- apertura degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb alla libera navigazione;
- prevenzione della produzione di armi di distruzione di massa, compreso lo smantellamento graduale degli arsenali esistenti (sì, compresi quelli di Israele, che costituisce esso stesso una minaccia comprovata per la sicurezza e la tranquillità del Medio Oriente);
- divieto di produzione e importazione di armamenti e distruzione degli arsenali di missili balistici presenti nella regione (sì, compresi quelli di Israele);
- messa fuorilegge e disarmo di tutte le milizie e organizzazioni terroristiche (compresi Hamas, Hezbollah e i gruppi ebraici in Cisgiordania);
- riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, subordinato ad accordi reciproci con i vicini e al riconoscimento internazionale (sì, anche per i palestinesi);
- programmi regionali di sviluppo economico fondati sull’uso sostenibile delle risorse naturali, con fonti di finanziamento internazionali e l’offerta di risarcimenti concordati per le ingiustizie del passato subite da tutte le parti (incluse l’espulsione dei palestinesi dalla Terra Santa e quella degli ebrei dai Paesi arabi).
Annessione violenta de facto
israele-palestina
Una Città n° 317 / 2026 marzo
Articolo di Rimmon Lavi
Annessione violenta de facto
Archivio
SOLO IL CONFLITTO, UN'IDEA CHE NON CAMBIA
Una Città n° 303 / 2024 settembre
Realizzata da Matteo Lo Presti
Realizzata da Matteo Lo Presti
Rimmon Lavi vive a Gerusalemme.
Ho trovato una rivista cattolica “Terrasanta” del 2014 nella quale si parlava di arabi cristiani che si arruolavano nell’esercito israeliano, mentre ebrei ortodossi rifiutavano la leva militar...
Leggi di più
Il giorno di poi, forse intravisto da Israele
Una Città n° 313 / 2025 settembre
Pare proprio, in questi ultimi giorni, che si possa con grande incertezza vedere forse l’uscita dai tragici due anni appena scorsi: la strage condotta da Hamas il 7 ottobre contro gli israeliani intorno alla striscia di Gaza, e i duecentocinqu...
Leggi di più
La raccolta delle olive
Una Città n° 315 / 2025 dicembre 2025 - gennaio 2026
Da alcuni anni, ogni autunno mi unisco a gruppi di volontari israeliani e internazionali, coordinati dai “Rabbini per i diritti umani”, assieme a molti attivisti per la pace e la coesistenza, per aiutare i contadini palestinesi a raccogliere l...
Leggi di più
Valori di libertà
Una Città n° 316 / 2026 febbraio
Pochi anni dopo la fondazione dello stato d’Israele, nel 1948, il primo ministro Ben Gurion andò a visitare il rabbino Hazon Ish, che era allora la figura principale dell’ortodossia ebraica, per cercare di capire come potevano convivere...
Leggi di più
Uno sguardo al Vietnam di oggi
Una Città n° 312 / 2025 luglio-agosto
Può un viaggio turistico di gruppo permettere di fare osservazioni sociali, politiche ed economiche su un paese esotico come il Vietnam, tanto lontano dalla realtà quotidiana in cui viviamo? Probabilmente quanto scrivo potrà essere co...
Leggi di più

















