In Fortini, coscienza e culto della storia, materialismo e teologia escatologica coesistevano. In tutta la sua vita l’attesa della rivoluzione come fine della storia non è mai venuta meno. Marxista dubbioso che legge con passione Kierkegaard e non trascura l’esistenzialismo, Fortini restò fedele anche alla propria ispirazione poetica, che gli permetteva di non credere all’ineluttabile avvento del socialismo. Da poeta interpretò se stesso come un’obiezione esistenzialistica al logos materialistico-dialettico, in nome di un’utopia anticipata in forma metaforico-allegorica e diaristica.
Mai in piena sintonia politica marxista e quindi raramente riconosciuto come un maestro e un esempio, Fortini esordì avvicinandosi alla fine degli anni Trenta a Giacomo Noventa cattolico democratico, e più tardi fu accanto a Elio Vittorini nella rivista “Il Politecnico”, che dopo il 1945 sostenne con particolare efficacia comunicativa la necessità, per la cultura italiana, di assumere tutte le responsabilità etiche e politiche di rinnovamento dopo il crollo dell’Italia fascista. Nel suo primo libro di saggi Dieci inverni (1957) Fortini scrive:
“Mentre la cultura dell’antifascismo, alla fine della guerra, era stata soprattutto quella dell’idealismo crociano e poi un marxismo nazional-popolare, veristico, meridionalistico, i fatti decisivi per la nostra cultura erano stati l’universo dei campi di concentramento, l’arma atomica, i processi sovietici. Per noi fu facile leggere i volumi di Gramsci avendo accanto la Fenomenologia o L’ideologia tedesca, ma anche Sartre e Dewey, e Lukacs poi, e Adorno […], insomma tutto quello che i partiti marxisti, limitati allora dalla resistenza al clerico-fascismo, rozzamente ignoravano o respingevano […]. Fascismo e rovine della guerra avevano ritardato lo sviluppo moderno del nostro paese. Per questo la ricostruzione, soprattutto nell’Italia del nord, ebbe un ritmo tumultuoso […]. Si avvertì ben presto che i profitti dell’industria settentrionale avrebbero sempre più aperta la possibilità di ricche operazioni ideologiche e che le forme più rozze dell’american way of life, diffuse in un primo tempo dall’industria culturale di massa, si sarebbero presto trasformate in più sottili e pericolose imprese riformiste”.
Nel 1957 Fortini esce dal Partito socialista italiano, rischia l’isolamento ma si prepara a cogliere le prime possibilità di una nuova iniziativa politica e culturale. Così, nel 1961, scriverà una lunga lettera ad amici di Piacenza che sarà alle origini di una nuova rivista, “Quaderni piacentini”, fondata dai giovani Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi e che avrà una lunga vita, dal 1962 all’inizio del decennio Ottanta. Quella lettera è uno dei testi più lucidi e tempestivi di Fortini, maestro di un neomarxismo sociologizzante adeguato alla modernizzazione neocapitalistica:
“Tutta la nuova g ...[continua]
Esegui il login per visualizzare il testo completo.
Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!

















