La storia, la coscienza di sé, la poesia, la rivoluzione. Sembra che Franco Fortini (1917-1994) sia stato, in tutta la sua vita e attività di scrittore, un testimone di primo piano quanto a necessaria compresenza e tensione dialettica fra tali istanze e contingenze. Contingenza massima è la storia, in quanto realtà di fatto e idea guida. E istanza significa richiesta e domanda insistente di documentare esperienze individuali e collettive. Si può dire che Fortini, fra tutti gli scrittori italiani del secolo scorso, sia stato il più ossessivamente ispirato dalla coscienza di sé nella storia, dalla poesia e dall’idea di rivoluzione. Il primo dovere intellettuale e morale è stato per lui quello di coscienza di sé come individuo immerso in uno sviluppo storico che dia senso all’esistenza personale e la giudichi moralmente. Del resto, tutta la vicenda occidentale nelle sue varie fasi, da Agostino e Gioacchino da Fiore, da Vico e Voltaire a Hegel e Marx, è stata segnata da una teologia della storia, nonché dalla dialettica sociale come progresso storico. Nel suo libro Significato e fine della storia, Karl Lowith ha scritto: “Il futuro è il vero centro di riferimento della storia, ammesso che la verità riposi sul fondamento religioso dell’Occidente cristiano, la cui coscienza storica è determinata dal motivo escatologico: da Isaia a Marx, da Agostino a Hegel. Il significato di questa prospettiva dà un fine ultimo. In quanto finis e telos consiste nel fornire uno schema di ordinamento progressivo e di significazione che possa vincere l’antico timore del fatum e della fortuna” (p. 39).
In Fortini, coscienza e culto della storia, materialismo e teologia escatologica coesistevano. In tutta la sua vita l’attesa della rivoluzione come fine della storia non è mai venuta meno. Marxista dubbioso che legge con passione Kierkegaard e non trascura l’esistenzialismo, Fortini restò fedele anche alla propria ispirazione poetica, che gli permetteva di non credere all’ineluttabile avvento del socialismo. Da poeta interpretò se stesso come un’obiezione esistenzialistica al logos materialistico-dialettico, in nome di un’utopia anticipata in forma metaforico-allegorica e diaristica.
Mai in piena sintonia politica marxista e quindi raramente riconosciuto come un maestro e un esempio, Fortini esordì avvicinandosi alla fine degli anni Trenta a Giacomo Noventa cattolico democratico, e più tardi fu accanto a Elio Vittorini nella rivista “Il Politecnico”, che dopo il 1945 sostenne con particolare efficacia comunicativa la necessità, per la cultura italiana, di assumere tutte le responsabilità etiche e politiche di rinnovamento dopo il crollo dell’Italia fascista. Nel suo primo libro di saggi Dieci inverni (1957) Fortini scrive:

“Mentre la cultura dell’antifascismo, alla fine della guerra, era stata soprattutto quella dell’idealismo crociano e poi un marxismo nazional-popolare, veristico, meridionalistico, i fatti decisivi per la nostra cultura erano stati l’universo dei campi di concentramento, l’arma atomica, i processi sovietici. Per noi fu facile leggere i volumi di Gramsci avendo accanto la Fenomenologia o L’ideologia tedesca, ma anche Sartre e Dewey, e Lukacs poi, e Adorno […], insomma tutto quello che i partiti marxisti, limitati allora dalla resistenza al clerico-fascismo, rozzamente ignoravano o respingevano […]. Fascismo e rovine della guerra avevano ritardato lo sviluppo moderno del nostro paese. Per questo la ricostruzione, soprattutto nell’Italia del nord, ebbe un ritmo tumultuoso […]. Si avvertì ben presto che i profitti dell’industria settentrionale avrebbero sempre più aperta la possibilità di ricche operazioni ideologiche e che le forme più rozze dell’american way of life, diffuse in un primo tempo dall’industria culturale di massa, si sarebbero presto trasformate in più sottili e pericolose imprese riformiste”.

Nel 1957 Fortini esce dal Partito socialista italiano, rischia l’isolamento ma si prepara a cogliere le prime possibilità di una nuova iniziativa politica e culturale. Così, nel 1961, scriverà una lunga lettera ad amici di Piacenza che sarà alle origini di una nuova rivista, “Quaderni piacentini”, fondata dai giovani Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi e che avrà una lunga vita, dal 1962 all’inizio del decennio Ottanta. Quella lettera è uno dei testi più lucidi e tempestivi di Fortini, maestro di un neomarxismo sociologizzante adeguato alla modernizzazione neocapitalistica: 

“Tutta la nuova g ...[continua]

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