immaginate per un momento che vostro figlio sia tormentato da pensieri così invasivi da colpirsi ripetutamente la testa con una scarpa, mentre voi non potete fare altro che cercare di trattenergli le mani e sperare che passi. Oppure immaginate che vostra figlia adolescente non riesca nemmeno a tornare a casa da scuola a piedi e debba essere soccorsa in preda a un pianto incontenibile a causa di un’ansia profonda. Altri ragazzi vivono in un perenne crepuscolo, uscendo a malapena dalla propria camera da letto. I giovani che soffrono sono molti di più rispetto al passato. Perché? Che cosa abbiamo fatto perché così tanti di loro vivano una tale sofferenza? E, soprattutto, che cosa possiamo fare per aiutarli?
Secondo Mind, la principale organizzazione britannica che si occupa di salute mentale, un bambino o un giovane su cinque, tra gli 8 e i 25 anni, soffre di problemi di salute mentale, e oltre un milione di giovani è stato indirizzato ai servizi di salute mentale per ricevere aiuto. Eppure, come ha dichiarato Minesh Patel, direttore associato per le attività di ricerca, advocacy e valutazione di Mind, molti bambini devono aspettare mesi o addirittura anni prima di ricevere un sostegno, e oltre un terzo di loro, anche dopo più di due anni, non ha ancora avuto accesso ad alcun trattamento. È difficile fare confronti diretti con altri paesi simili, ma si ha l’impressione che, sotto questo aspetto, il Regno Unito giochi purtroppo in un campionato a sé.
Allora, chi meglio di Sir Norman Lamb -già ministro della Sanità nel Regno Unito, presidente di un trust del Servizio sanitario nazionale (Nhs) e instancabile promotore della salute mentale- può aiutarci a capire quello che sembra quasi un tragico tributo pagato dai giovani alle nostre mancanze come società e come sistema sanitario? Pochi hanno una conoscenza così approfondita dello stato della salute mentale e dei servizi chiamati a rispondervi. Proprio alla fine di agosto ha pubblicato un libro, insieme appassionato e urgente, in cui invoca una vera rivoluzione nell’assistenza alla salute mentale nel Regno Unito: Be More Human - Why Mental Health Care Is Broken and What We Can Do to Fix It (Essere più umani. Perché l’assistenza alla salute mentale è in crisi e cosa possiamo fare per cambiarla, Ndr).
Per cominciare, Lamb si interroga sul modo stesso in cui definiamo la malattia mentale: “È evidente, quanto meno, che c’è un aumento del disagio psicologico”. Aggiunge che tutti noi ci collochiamo, in qualche punto, lungo un continuum: “Su questo c’è un grande dibattito. Alcuni sostengono che abbiamo allargato il significato e i confini della malattia mentale fino a includere un gruppo più ampio di persone. Altri invece dicono che no, c’è un autentico aumento dei problemi di salute mentale”. In ogni caso, ritiene fondamentale evitare di patologizzare o medicalizzare eccessivamente le difficoltà dei bambini e dei ragazzi.
Nel libro, Lamb cerca di capire dove abbiamo sbagliato ed esamina esperienze di sistemi sanitari e professionisti che stanno lavorando in modo diverso, ottenendo risultati positivi. Tra questi c’è la psicologa clinica norvegese Birgit Valla, che promuove un approccio fondato sulla ricerca condivisa delle soluzioni. Ma, prima ancora di risolvere i problemi, occorre comprendere perché siamo arrivati a un panorama di sofferenza così diffusa: una realtà complessa, frutto di molti fattori concomitanti.
Mai come oggi i giovani si sono trovati ad affrontare un numero tanto elevato di pressioni e influenze. Lamb individua due tendenze principali. La prima riguarda i social media e il flusso continuo delle notizie, onnipresenti e immediati. La seconda è l’estrema prudenza con cui molti genitori guardano al mondo reale in cui i figli dovrebbero crescere e giocare. La paura è ovunque, alimentata anche da ciò che vediamo online. “Forse il mondo non è più pericoloso di un tempo, ma la percezione dei genitori è questa: è un posto pericoloso, quindi non lascerò mio figlio fuori dal mio controllo”. E aggiunge: “Al contrario, siamo invece fin troppo permissivi, o poco curiosi, rispetto ai pericoli e alle minacce del mondo virtuale”. Il risultato è che i bambini hanno sempre meno occasioni di affrontare i problemi, imparare a cavarsela e fare esperienza della vita reale.
A tutto questo si sommano l’ansia per il futuro, la scarsità di opportunità lavorative, la crisi climatica, la sensazione che non ci sia alcuna prospettiva e il fatto ch ...[continua]
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