La morte di Mladic ha messo a nudo i risultati di questo approccio.
Un uomo condannato in via definitiva all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, per persecuzioni, sterminio, omicidi, deportazioni, trasferimenti forzati, per aver terrorizzato gli abitanti di Sarajevo, condotto attacchi illegali contro i civili e preso in ostaggio membri delle Nazioni Unite, è stato commemorato, in una parte vastissima e predominante dello spazio pubblico serbo, come generale, comandante, eroe, protettore del popolo, quasi come un santo nazionale. Le sentenze sono rimaste le stesse, le fosse comuni sono rimaste dove si trovavano, i morti sono rimasti morti; e intorno a Mladic si è nuovamente messo in moto un intero apparato mitologico che trasforma un criminale di guerra in un punto di riferimento morale.
Ed è qui che giungiamo alla fine di un grande abbaglio.
Per decenni, una parte del settore non governativo nell’ex Jugoslavia ha cercato di costruire la riconciliazione secondo il principio: “Che ciascuno faccia pulizia davanti alla propria porta”. L’idea che ogni crimine debba essere punito e ogni vittima riconosciuta è il fondamento stesso di una società civile.
Il problema nasce quando, dietro questa formula, si perde il contesto storico e la guerra finisce per apparire come una calamità naturale che una mattina, così, senza motivo, si sarebbe abbattuta sulla Bosnia-Erzegovina.
In questo racconto vuoto scompaiono progetti politici ben precisi, eserciti, strutture di comando, assedi, campi di prigionia, fosse comuni, pulizia etnica e crimini accertati dai tribunali; resta soltanto il mantra sentimentale e infantile di popolazioni messe le une contro le altre da misteriosi uomini politici.
Ed ecco allora quella frase insopportabile:
“Ci siamo bruciati le case a vicenda”.
Davvero?
Chi ha tenuto Sarajevo sotto assedio? Chi disponeva dell’artiglieria sulle colline intorno alla città? Chi ha creato il sistema dei campi di prigionia a Prijedor? Chi ha conquistato Srebrenica, separato gli uomini e i ragazzi e pianificato la loro uccisione sistematica? Chi ha espulso in modo organizzato la popolazione dai territori proclamati serbi?
Le risposte non sono una questione di sentimento nazionale. Anzi, non sono affatto una questione di sentimenti. Si trovano, in termini estremamente concreti, nelle migliaia di pagine delle sentenze definitive.
Il fallimento morale di un concetto sbagliato
Una riconciliazione che chiede alla vittima di attenuare la propria esperienza affinché l’altra parte non si senta “a disagio” si trasforma in una bizzarra relativizzazione istituzionalizzata. È proprio qui che il concetto del “ma chi ci ha messi gli uni contro gli altri?” ha mostrato il suo definitivo fallimento morale.
Non convincerete chi venera il mostro Ratko Mladic che lui è un criminale raccontandogli che “anche i nostri hanno commesso dei crimini”. Gli avrete semplicemente dato ciò che cerca. Tirerà immediatamente fuori le vittime serbe come gettoni di una macabra contabilità della morte: troverà un villaggio, una fossa, una colonna di profughi, un crimine e un nome con cui tentare di cancellare Srebrenica. La vittima serba, in questo discorso, spesso smette di essere una persona e diventa un semplice argomento. Serve finché può essere usata per relativizzare la morte degli altri; poi ricade nell’oblio, perché a chi relativizza non importa nulla di nessuna vittima, nemmeno di quelle serbe.
Questa è forse la lezione più importante che ci ha lasciato la morte di Mladic.
Nell’immaginario nazionalista Ratko Mladic non viene celebrato nonostante Srebrenica. Viene celebrato proprio per ciò che Srebrenica rappresenta.
Ditemi una sola vittoria militare di Mladic
Quale sarebbe, infatti, la grande impresa militare di Ratko Mladic?
L’assedio di Sarajevo? Aver tenuto i civili sotto il fuoco dell’artiglieria e dei cecchini? Aver conquistato una zona protetta dalle Nazioni Unite di fronte a un avversario enormemente più debole? Aver ucciso uomini e ragazzi fatti prigionieri? Aver espulso la popolazione? Aver preso in ostaggio membri delle Nazioni Unite?
Mladic è stato trasformato a posteriori in un genio militare per rivestire il crimine con l’uniforme dell’eroismo. Il suo culto è molto più semplice e molto più terribile: è il culto del risultato ottenuto con la violenza, del territorio ripulito dagli altri, della Srebrenica successiva al luglio 1995 e dell’idea che uno spazio etnicamente omogeneo possa essere creato con la forza.
Se Ratko Mladic avesse salvato ottomila abitanti di Srebrenica -ne ho già scritto- oggi gli dedicherebbero dei murales?
Se avesse spezzato l’assedio di Sarajevo, gli canterebbero delle canzoni?
Se avesse rifiutato gli ordini che conducevano al crimine e protetto i civili bosgnacchi, il suo nome sarebbe diventato un oggetto di venerazione nazionalista?
Conosciamo la risposta. Ed è proprio quella risposta la chiave dell’intera vicenda.
Ancora più sconfortante è il comportamento delle élite politiche. In Serbia esistono lodevoli eccezioni, che vanno ricordate proprio perché dimostrano che un diverso rapporto con il passato non è affatto una cospirazione antiserba.
Nella Republika Srpska, invece, quasi l’intera scena politica è rimasta imprigionata tra l’esaltazione esplicita e il silenzio codardo. Dire che è morto un criminale di guerra condannato in via definitiva, un uomo riconosciuto colpevole di genocidio, è diventato una forma di estremismo politico o di “autosciovinismo”, come l’hanno ribattezzata i neocetnici. E poi ci chiediamo perché la gente comune accenda candele per Mladic.
Ma da chi avrebbe dovuto imparare qualcosa di diverso? Dai politici che lo definiscono un eroe? Dai mezzi d’informazione che trasformano un criminale condannato in un martire nazionale? Dalla Chiesa ortodossa serba, che per decenni ha contribuito a sacralizzare la visione nazionalista della guerra? Dagli intellettuali, molti dei quali oggi sono più a destra della destra di professione? Oppure da un impotente tavolo di discussione organizzato da una Ong, nel quale qualcuno tornerà a spiegare che “ogni parte ha la propria verità”?
E invece no!
I ricordi possono essere diversi, le tragedie familiari possono essere diverse, le esperienze della guerra possono essere diverse; ma il fatto che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio non possiede una versione serba, una croata e una bosgnacca. Ratko Mladic non ha una biografia per Banja Luka, un’altra per Belgrado e una terza per l’Aia.
Proprio con la sua morte la concezione secondo cui “pace, pace, nessuno è colpevole” ha mostrato il proprio fallimento.
La redditizia industria della “riconciliazione”
Molte persone hanno vissuto piuttosto bene grazie all’industria della riconciliazione. Si sono scritti progetti, spesi milioni, organizzati seminari, scattate fotografie di gruppo, distribuiti certificati e costruite carriere; qualcuno, passando attraverso la società civile, è arrivato persino a occupare una poltrona ministeriale. Trent’anni dopo, possiamo misurare il risultato sociale di tutto questo osservando le persone che accendono candele in onore di un uomo condannato per genocidio.
È difficile immaginare una valutazione più precisa di quel progetto.
È dunque giunto il momento di adottare un metodo completamente diverso.
Forse prima di tutto una terapia della verità e una denazificazione?
La Bosnia-Erzegovina ha bisogno di un cammino quanto più rapido possibile verso l’Unione europea; di un sistema giuridico che punisca l’esaltazione dei criminali di guerra e la negazione del genocidio; di un sistema educativo nel quale i fatti accertati dai tribunali non cambino a seconda dell’entità in cui si trova la lavagna di una scuola; della rimozione dei nomi dei criminali di guerra dallo spazio pubblico; di una cultura della memoria che riconosca a ogni vittima innocente un nome, una dignità e la propria tragedia.
Ha bisogno, per quanto questa parola possa risultare sgradevole a qualcuno, di un lungo processo di “denazificazione” del progetto della Grande Serbia e delle sue conseguenze. Attraverso la legge, l’istruzione, le istituzioni e gli standard europei, non con un nuovo giro di sedie in una sala conferenze d’albergo.
La riconciliazione può venire dopo la verità. Prima vengono i fatti, la responsabilità e il riconoscimento delle vittime.
La morte di Mladic, dunque, non ha dimostrato che i popoli dei Balcani sono condannati a odiarsi. Ha dimostrato qualcosa di molto più concreto: la relativizzazione dei crimini, e ancor più quella della posizione delle vittime, non è mai stata una strada verso la riconciliazione. È servita soltanto a evitare di parlare delle cause, delle responsabilità e dell’ideologia che ha prodotto quei crimini.
Il mostro Ratko Mladic è morto, ma il suo culto è rimasto vivo.
Per questo non abbiamo più tempo per il “ma chi ci ha messi gli uni contro gli altri?”, per il “siamo tutti uguali”, per il “tutti hanno bruciato la casa di qualcun altro” e per tutta la terminologia tranquillizzante con cui, da trent’anni, si cerca di costruire una posizione intermedia tra i fatti e la menzogna.
Tra il genocidio e la sua negazione non esiste una via di mezzo!
Tra un criminale di guerra e le sue vittime non esiste una verità condivisa da scoprire intorno a un tavolo. E una società che accende candele in onore di un uomo condannato per genocidio deve prima riconoscere che cosa quell’uomo ha fatto.
Solo allora potremo parlare di riconciliazione. Intendo di vera riconciliazione.
*Scrittore e giornalista serbo bosniaco, docente di filosofia, è tra le voci più critiche contro i nazionalismi, vive sotto protezione.
https://radiosarajevo.ba/metromahala/ja-mislim/dragan-bursac-mladiceva-smrt-i-kraj-nvo-bajke/650980

















