La morte del criminale Ratko Mladic ha fatto in pochi giorni ciò che centinaia di conferenze, tavole rotonde, seminari, incontri, laboratori e progetti dedicati al “confronto con il passato” non sono riusciti a fare in tre decenni: ha mostrato quanto fosse sbagliata l’idea che si potesse arrivare alla riconciliazione annacquando i fatti, relativizzandoli, riducendo la guerra a una disgrazia comune e ripetendo all’infinito la sciocca formula secondo cui “tutti hanno commesso crimini” e “ci siamo bruciati le case a vicenda”.
La morte di Mladic ha messo a nudo i risultati di questo approccio.

Un uomo condannato in via definitiva all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, per persecuzioni, sterminio, omicidi, deportazioni, trasferimenti forzati, per aver terrorizzato gli abitanti di Sarajevo, condotto attacchi illegali contro i civili e preso in ostaggio membri delle Nazioni Unite, è stato commemorato, in una parte vastissima e predominante dello spazio pubblico serbo, come generale, comandante, eroe, protettore del popolo, quasi come un santo nazionale. Le sentenze sono rimaste le stesse, le fosse comuni sono rimaste dove si trovavano, i morti sono rimasti morti; e intorno a Mladic si è nuovamente messo in moto un intero apparato mitologico che trasforma un criminale di guerra in un punto di riferimento morale.
Ed è qui che giungiamo alla fine di un grande abbaglio.
Per decenni, una parte del settore non governativo nell’ex Jugoslavia ha cercato di costruire la riconciliazione secondo il principio: “Che ciascuno faccia pulizia davanti alla propria porta”. L’idea che ogni crimine debba essere punito e ogni vittima riconosciuta è il fondamento stesso di una società civile.
Il problema nasce quando, dietro questa formula, si perde il contesto storico e la guerra finisce per apparire come una calamità naturale che una mattina, così, senza motivo, si sarebbe abbattuta sulla Bosnia-Erzegovina. 
In questo racconto vuoto scompaiono progetti politici ben precisi, eserciti, strutture di comando, assedi, campi di prigionia, fosse comuni, pulizia etnica e crimini accertati dai tribunali; resta soltanto il mantra sentimentale e infantile di popolazioni messe le une contro le altre da misteriosi uomini politici.

Ed ecco allora quella frase insopportabile:
“Ci siamo bruciati le case a vicenda”.
Davvero?
Chi ha tenuto Sarajevo sotto assedio? Chi disponeva dell’artiglieria sulle colline intorno alla città? Chi ha creato il sistema dei campi di prigionia a Prijedor? Chi ha conquistato Srebrenica, separato gli uomini e i ragazzi e pianificato la loro uccisione sistematica? Chi ha espulso in modo organizzato la popolazione dai territori proclamati serbi?
Le risposte non sono una questione di sentimento nazionale. Anzi, non sono affatto una questione di sentimenti. Si trovano, in termini estremamente concreti, nelle migliaia di pagine delle sentenze definitive.

Il fallimento morale di un concetto sbagliato

Una riconciliazione che chiede alla vittima di attenuare la propria esperienza affinché l’altra parte non si senta “a disagio” si trasforma in una bizzarra relativizzazione istituzionalizzata. È proprio qui che il concetto del “ma chi ci ha messi gli uni contro gli altri?” ha mostrato il suo definitivo fallimento morale.
Non convincerete chi venera il mostro Ratko Mladic che lui è un criminale raccontandogli che “anche i nostri hanno commesso dei crimini”. Gli avrete semplicemente dato ciò che cerca. Tirerà immediatamente fuori le vittime serbe come gettoni di una macabra contabilità della morte: troverà un villaggio, una fossa, una colonna di profughi, un crimine e un nome con cui tentare di cancellare Srebrenica. La vittima serba, in questo discorso, spesso smette di essere una persona e diventa un semplice argomento. Serve finché può essere usata per relativizzare la morte degli altri; poi ricade nell’oblio, perché a chi relativizza non importa nulla di nessuna vittima, nemmeno di quelle serbe.
Questa è forse la lezione più importante che ci ha lasciato la morte di Mladic.
Nell’immaginario nazionalista Ratko Mladic non viene celebrato nonostante Srebrenica. Viene celebrato proprio per ciò che Srebrenica rappresenta.

Ditemi una sola vittoria militare di Mladic
Quale sarebbe, infatti, la grande impresa militare di Ratko Mladic?
L’assedio di Sarajevo? Aver tenuto i civili sotto il fuoco dell’artiglieria e dei cecchini? Aver conquistato una zona protetta dalle Nazioni Unite di fronte a un a ...[continua]

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