Goffredo Fofi, sollecitatore culturale e critico della società, dirige a Roma la rivista mensile Lo straniero.

Aldo Capitini fu filosofo, pedagogista, ma anche “politico”, teorico del liberalsocialismo e della nonviolenza. Ripercorrendo la sua biografia si incontrano tutta una serie di minoranze e di figure eretiche, fuori dalle istituzioni religiose, come dai partiti della sinistra. Un percorso biografico che è rimasto ingiustamente in ombra...
In realtà di Capitini si è parlato sempre, lui vivo e lui morto. Diciamo che il suo pensiero è rimasto inapplicato. Il suo modo di ragionare e di vedere le cose risulta estraneo ai grandi filoni della cultura italiana, sebbene egli li abbia incrociati tutti. Perché Capitini in quanto nonviolento, in quanto “libero religioso”, in quanto sostenitore dell’aggiunta religiosa all’opposizione, cioè alla politica, non è stato preso molto sul serio -salvo in rari momenti- né dai filosofi, né dai religiosi, né dai politici. E’ stato utilizzato, in determinati frangenti, da tanti, ma ha sempre mantenuto una sua differenza irriducibile, che lo rendeva ingovernabile.
Tanto per cominciare, un “libero religioso” non va bene ai cattolici, e questo per ovvi motivi. Capitini, poi, metteva in discussione Pio XII, mandava lettere al vescovo di Perugia per farsi togliere dalla lista dei battezzati. Insomma, era uno che discuteva fino in fondo le posizioni della Chiesa. Discuteva le basi stesse del cattolicesimo, criticava tutta l’impostazione ecclesiale. Come era solito dire, la colpa della Chiesa era quella di avere “monarchizzato” Gesù, di averne fatto un re.
Non era amato dai cattolici, ma non era amato neanche dai laici, perché, appunto, religioso. Perfino i suoi amici più cari, da Bobbio a Calogero, avevano delle reticenze, delle resistenze nei suoi confronti, anche molto forti. Ricordo ad esempio il discorso sulla castità: Capitini diceva chiaramente che lui aveva deciso di dedicare tutto se stesso alla “causa” (chiamiamola così), e quindi sposarsi, avere figli, avrebbe significato, ai suoi occhi, un cedimento, un compromesso. Nello stesso modo, sosteneva che la missione del sacerdozio andava assunta fino in fondo, che non era possibile pretendere di avere “la botte piena e la moglie ubriaca”... Doveva trattarsi di scelte di vita radicali. Su questi aspetti di Capitini si ironizzava sempre, perfino i suoi più grandi amici, come Maria e Guido Calogero, le battutine sulla castità non gliele risparmiavano mai.
Abbiamo visto la distanza di Capitini sia dai cattolici, che dai laici. Per quanto riguarda il terzo fronte, quello dei comunisti, non c’è dubbio che a loro Capitini è servito molto, soprattutto dopo morto. Questo è accaduto prevalentemente in Umbria. Infatti, nel contesto della povertà ideologica e politica di una regione semplice appendice di Roma e di un Partito comunista appendice del Pci romano, Capitini risultava prezioso ai dirigenti locali, che non avevano molto altro da vendere... Bene o male, potevano fare ogni anno la Marcia della pace, che col tempo diventava quasi sempre -salvo nei momenti di forte tensione esterna- una grande kermesse, con tutte quelle cose da sagra paesana e da società dello spettacolo un po’ becera, una specie di festival dell’Unità itinerante. Tutto c’era, tranne uno spirito capitiniano, o francescano, o nonviolento. Era un po’ dura da accettare da parte di chi aveva partecipato alla prima Marcia della pace, dando anche una mano a Capitini nell’organizzazione e nella diffusione del progetto.
Come dicevo, i comunisti si sono serviti di Capitini. Eppure, se esisteva qualcosa di lontano dal suo pensiero, era proprio la linea del partito negli anni della guerra fredda e anche dopo. Allo stesso modo, il Partito comunista si servì di Danilo Dolci in Sicilia. Tutto quello che era contro il sistema di potere democristiano poteva andar bene al Pci, i comunisti cercavano sempre alleanze. Ma, da queste considerazioni tattiche al prendere sul serio i discorsi di Capitini, di strada ne correva.
In definitiva, né i laici, né i cattolici (o i religiosi di altre chiese definite), né i comunisti potevano comprenderlo in pieno. In qualche modo, Capitini ha attraversato tutti questi campi -perché l’apertura la praticava davvero, il dialogo lo praticava davvero-, però da parte dei suoi interlocutori trovava solo accordi transitori e strumentali. Lo stesso accadeva sul piano teorico e filosofico. Sia Croce che Bobbio, per fare due esempi particolarmente significativi, erano indubbiamente interessati a certi aspetti della riflessione di Capitini, però il suo pensiero nella sua essenza non era abbracciato da nessuno: risultava o troppo nonviolento, o troppo religioso, o troppo politico, a seconda di chi si misurava con esso.
Capitini aveva un dinamismo straordinario; continuamente organizzava, metteva insieme, provocava, ed era proprio questo agire continuo che faceva sì che tutti, prima o poi, si dovessero confrontare con lui. Ciò non toglie che alla fine si trovasse solo con quattro seguaci, e in effetti non ebbe mai dei veri seguaci. E quando si avvicinò ad averne qualcuno, come potevo essere io, noi lo tradivamo con una velocità impressionante. Perché eravamo giovani e perché la scoperta del mondo ci travolgeva: le rivoluzioni del Terzo mondo, l’operaismo, il movimento studentesco... Tante cose ci distraevano dalla complessità del suo discorso.
La capacità di dialogo permetteva a Capitini di essere sempre tra i primi ad accorgersi di quello che si muoveva nella storia, e questo suo tempismo lo metteva in grado di valorizzare certi fenomeni: ad esempio, Gandhi, Danilo Dolci nel Sud, i nuovi movimenti politici del Terzo mondo, la Conferenza di Bandung (la conferenza afroasiatica del 1955), che fu una delle cose -mi ricordo- per cui si entusiasmò di più e per cui soffrì di più, quando ci si accorse che Sukarno era soltanto uno dei molti dittatori asiatici, non un modello di terzomondismo e di rinnovamento democratico di massa. La presenza di Capitini era, probabilmente, molto maggiore di quello che non si pensi. Però, nello stesso tempo, lui non era strumentale. Era, invece, strumentalizzato.
Certo, non è che Calogero o Bobbio volessero strumentalizzarlo, gli volevano al contrario un bene dell’anima. Capitini era il loro alter ego, il loro contraddittorio costante. Le pagine di Bobbio su Capitini sono tra le migliori di quelle che gli sono state dedicate, ma in esse si sente tutta la differenza che passa tra un laico e un religioso. Faccio un esempio: Capitini parlava della figura del “persuaso” e la contrapponeva -secondo la distinzione di Carlo Michelstaedter- a quella del “retore”. Bobbio, da parte sua, rispondeva al “persuaso” capitiniano con la figura laica del “perplesso”. Il “perplesso” Bobbio guardava al “persuaso” Capitini con ammirazione, ma conservando, nello stesso tempo, una distanza critica.
Era, quella di Capitini, un’epoca di fortissime individualità. Oggi sembra quasi inimmaginabile. Oggi hai le parodie: hai i bonzi, i filosofi-politici, i salotti mediatici, la televisione, la Repubblica. Da Capitini, da Salvemini e da altri ho sentito lamentare che in Italia non c’è stata la Riforma, non c’è stato quell’appello al pensiero individuale, alla responsabilità personale, che c’è stato nel protestantesimo delle origini. Al contrario, il cattolicesimo, la Controriforma, la vischiosità del catholic way of life hanno fatto sì che le figure fortemente individuali diventassero subito degli “eretici”. Gli intellettuali italiani, dicevano questi “vecchi”, sono nati nelle curie e nelle corti. Esiste tutta una tradizione curiale e cortigiana che si è mantenuta. Puoi essere un forte individualista in Inghilterra, senza essere un eretico, mentre se sei un forte individualista nel nostro Paese, vai contro un modo di vita collettivo ben consolidato e ti ritrovi bruciato in piazza o messo all’indice, isolato. In Italia, abbiamo avuto e, in qualche modo, continuiamo ad avere, sebbene distorte dalla società dei consumi e dalla società mediatica, delle figure ereticali, che però non sono mai riuscite ad avere quella funzione di contrapposizione attiva che invece è riconosciuta agli intellettuali in altri paesi. Ad esempio, in Russia gli artisti hanno sempre avuto un loro statuto, li si ammazzava perché rappresentavano l’alternativa alla politica, la critica della politica. Erano figure quasi religiose, pensiamo soltanto a Puskin, a Tolstoj, a Dostoevskij, a Cèchov. Figure che incarnavano tensioni, aspirazioni, speranze, sofferenze e insofferenze del popolo che la politica non è in grado di coprire. Proprio per questo si cercava di piegarli o gli si tagliava la testa. Diciamo che anche ammazzarli o piegarli era un modo di riconoscere la loro importanza.
Qui da noi non c’è stato questo riconoscimento della funzione critica, alternativa, dell’intellettuale. La Chiesa e lo Stato (la politica) non hanno mai pensato di aver bisogno veramente degli intellettuali. Gli intellettuali erano loro: i gesuiti e i politici e i burocrati. Cosa se ne facevano di figure che incarnavano i valori dell’intelligenza, dello spirito, dell’umanità, in contrapposizione a quelli dell’economia e del potere?
Di figure “eretiche”, come dicevo, se ne contavano molte al tempo di Capitini. Pur non volendolo, il loro destino era quello dell’isolamento rispetto all’epoca in cui vivevano. Si incontravano tra loro, si attraevano reciprocamente. Pensiamo, ad esempio, durante il fascismo, a Berneri, Gobetti, Rosselli e Salvemini. O ancora a Capitini, don Milani e Pasolini... Gli incroci di questo tipo, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, erano tanti. Nella vita di Capitini non ci furono solo Calogero e Bobbio, ma per esempio anche Tartaglia, che solo recentemente qualcuno sta studiando con serietà; Ferdinando Tartaglia, la cui opera Adelphi sta ristampando in questo periodo. Una figura affascinante e singolare di prete che si allontana dalla Chiesa e, infine, vi rientra. (Su Tartaglia ha scritto pagine molto belle Ranchetti). Tartaglia ha un pensiero “tragico”, diciamo così, caratterizzato da un’idea molto forte dei limiti umani. Anche Capitini aveva ben presente l’idea dei limiti, ma il suo era un esistenzialismo fortemente positivo, affermativo. Bisogna lottare contro i limiti e le relative paure: la morte, per prima, la malattia, la solitudine... Tartaglia e Capitini fondarono insieme, nel dopoguerra, i Centri di orientamento religioso. Finirono per scontrarsi abbastanza presto, perché avevano due visioni diverse, nonostante tutto. Non è un caso se Tartaglia finì per rientrare nella Chiesa. Il suo senso dei limiti, più carico di tragicità rispetto a quello di Capitini, lo riportò nell’istituzione. Non ce la fece a starne fuori.
Vicino a Capitini, troviamo dunque grandi personalità intellettuali. Capitini era inoltre un mite di natura, molto più di alcuni suoi amici che quindi sembravano prevalere su di lui. Ad esempio Calogero, che era sì un uomo del dialogo, ma un uomo del dialogo alla Dewey. Calogero era “americano”. La sua religiosità aveva molto del laicismo americano. Un altro grande interlocutore di Capitini fu senz’altro Carlo Levi, tuttavia Paura della libertà è un libro non capitiniano. La tesi di fondo sostenuta da Levi, che la paura della libertà ci rende schiavi, è un’idea che Capitini non so se avrebbe apprezzato. La visione di Capitini era autenticamente francescana, di un eroismo semplice e basilare: “Non sono d’accordo, e quindi agisco in modo conseguente”. Il pesce grande mangerà sempre il pesce piccolo? No. Capitini non era d’accordo, non gli andava bene, e faceva tutto quanto poteva per smentire un dato che sembrava ineluttabile, per cambiare il corso delle cose, a partire da un’alternativa immediatamente messa in atto, anche se di lunghissima scadenza.
Il successo (o l’insuccesso) di Capitini costituisce, dunque, un discorso necessariamente ambiguo. Ovviamente quando uno parla di insuccesso, ha in mente i (pochi) libri su Capitini. E’ chiaro che ci sono un’infinità di libri su Croce, su Salvemini, su Bobbio, mentre non ci sono un’infinità di libri su Capitini e quelli che ci sono non sempre risultano all’altezza del loro oggetto. Lui è passato vicino a tanti, quasi a tutto il meglio di quegli anni, però si è rivelato, in definitiva, impraticabile. Si può anche dire che il modello era talmente alto che nessuno è mai riuscito a imitarlo o a seguirlo veramente.
Dopo essere stato cacciato dalla Normale di Pisa nel 1932 per avere rifiutato di prendere la tessera del Partito fascista, Capitini fu uno dei punti di riferimento dell’antifascismo in Italia. Tuttavia non aderì alla Resistenza per coerenza profonda con le sue idee nonviolente e religiose. Ma è bene notare che la nonviolenza di Capitini si associa, comunque, a una volontà di cambiamento radicale...
Sì, certo. Se parti dall’idea che il fine e i mezzi devono essere la stessa cosa, la Resistenza non la fai. Convinzioni così profonde e radicali alla fine ti isolano, o meglio rischiano di isolarti. Se si pensa alla quantità di persone, anche abbastanza mediocri, che avendo fatto qualche piccolo gesto antifascista sono finite alla Camera, al Senato, direttori di non so cosa... A uno come Capitini, cioè uno dei pochi maestri che continuò a fare, in Italia, azione pratica, concreta, di proselitismo antifascista e che, in qualche modo, allevò, sollecitò, stimolò centinaia di persone all’antifascismo, alla galera, al rischio, ecc., nessuno ha mai proposto una carica (che lui avrebbe, comunque, rifiutato) o di fare carriera politica. Era un personaggio ingovernabile. Essere ingovernabile significa che gli altri non sanno da che parte prenderti, e che di te non si fidano.
Rispetto ai modelli comuni, Capitini proponeva un pensiero e una pratica molto più radicali. La nonviolenza, genuinamente intesa, implica una grande radicalità. Da parte mia, sono stato molto poco legato ai cosiddetti gruppi nonviolenti, perché quando provavo a lavorarci insieme, mi sembravano davvero anime belle, il cui problema è sentirsi dalla parte dei santi, ma che non riescono a riflettere sopra l’efficacia o l’inefficacia della loro azione. Capitini non era un’anima bella. Capitini si metteva in gioco, accettava il rischio. L’unico momento davvero “attivo” della nonviolenza in Italia è dovuto all’intelligenza -molto temporanea- di un “politico puro” come Pannella, in anni in cui la violenza era di gran moda.
Cosa hanno inciso i nonviolenti nella storia d’Italia? Anche l’obiezione di coscienza, a pensarci bene, fu una farsa, per la quale il povero Pinna e altri come lui si fecero quattro o sei anni di galera. L’obiettore io non l’ho fatto per caso. Quando mi chiamarono stavo a Palermo a lavorare nelle baracche, dove ero (mi ritenevo) troppo importante per rischiare di finire in galera, a far niente per anni. In tutta franchezza, non fu una scelta di viltà. Discutendo con Capitini, mi chiedevo: “Che cosa faccio?”. E alla fine arrivammo, insieme, alla decisione di evitare il carcere. Questo anche per dire che Capitini era più duttile e tattico di quanto non sembrasse. In genere, quando arrivava la cartolina, gli obiettori dicevano subito no, prima ancora di presentarsi alla visita. Io invece andai ai tre giorni di visita, rispettando tutte le regole.
Ma siccome avevo un po’ di problemi di tiroide, su consiglio della moglie di Lucio Lombardo Radice, Adele, che era una biologa, rinunciai senza dirlo ad Aldo a una convinzione che credevo profonda, e mangiai solo pollo per una settimana, niente altro, e questo mi fece saltare il metabolismo. Alla visita, i medici militari trovarono una condizione allarmante e mi liquidarono. Un altro motivo concomitante fu che io, al momento dei test e delle domande, volli puntualizzare alcune cose... Ad esempio, che ero “libero religioso”. Né ateo, né protestante, né testimone di Geova, ma libero religioso. “E che vuol dire?”, mi chiedevano. “Che ho una religione per conto mio”...
Puntualizzavi...
Insomma, capirono che ero un rompiscatole. E per loro erano anche guai, a Perugia non c’era mai stato un obiettore, ci sarebbe stato un processo, se ne sarebbe occupata la stampa, ecc. Quindi me la sono schivata. Però, io l’obiezione pensavo di farla già nelle baracche di Palermo, con la differenza che potevo fare qualche cosa di utile. In carcere sarei stato un peso morto e basta. Del resto, io ufficialmente non direi di essere un nonviolento. Credo nella non-collaborazione e nella non-menzogna più di quanto non creda nella nonviolenza. La Resistenza l’avrei fatta, probabilmente, e se mi avessero ordinato di andare ad ammazzare Agnelli, forse ci sarei anche andato, chissà. Ad ammazzare un tiranno ci sarei andato. Non lo so, non ne sono sicuro. Però, in passato, pensai e ripensai a queste situazioni. Questi dilemmi mi travolgevano. Avevo Capitini da una parte, Panzieri dall’altra. Erano grovigli di pensiero difficili.
L’aspetto decisivo, quello che finì per determinare la mia condotta, risiede nel fatto che ho sempre provato una insoddisfazione di fondo per tutti i modelli che avevo davanti. Non mi andava il modello politico, ma non mi andava nemmeno il modello Capitini, che trovavo insufficiente rispetto agli operai di Torino o alla guerra d’Algeria. Per cui in mezzo alle incertezze, uno diventa in qualche modo relativista. E rischia di muoversi sempre in una mezza via di cui non può che essere insoddisfatto.
Tutto questo è anche per dire le ragioni dell’insuccesso di Capitini. Quello che è capitato a me, è capitato ad altri che erano intorno a lui. Il fatto è che siamo tutti un po’ malati di un individualismo, che non è l’individualismo ereticale di cui parlavamo prima, ma è l’individualismo un po’ becero secondo il quale ognuno deve sentirsi re a casa sua...
Nell’Italia del dopoguerra, Capitini tenne una posizione di dissidenza nei confronti dei due grandi blocchi politico-ideologici che si fronteggiavano, era cioè una delle “terze forze”, antistaliniste e antidemocristiane, come Calamandrei, Salvemini, Jemolo, Carlo Levi e altri. In Pasqua di maggio (Marietti, 1988), tu hai scritto in modo molto efficace: “L’Italia degli anni Cinquanta era ancora un’Italia di regioni e comuni, difficile da conoscere nel suo insieme, con enormi disparità e con scambi lenti e faticosi alla cui difficoltà potevano ovviare solo le grandi organizzazioni, e non certo un singolo o un piccolo gruppo”. In tale quadro, mi sembra ci sia tutta la difficoltà di operare di un Capitini.
Sì, però Capitini era anche abbastanza astuto, abbastanza abile e curava molto la sua rete di contatti. Aveva una corrispondenza impressionante. Passava non so quanto tempo a rispondere alle lettere. Dalla cartolina postale (come c’erano una volta) alle lunghe missive. Senza contare le Lettere di religione, che scriveva e faceva poi stampare periodicamente, quasi tutti i mesi. Il suo stipendio finiva lì, in posta.
Inoltre girava l’Italia in continuazione. Faccio un esempio. Nel 1959 io mi trovavo a Roma, dove studiavo da assistente sociale. Con Grazia Fresco decidemmo di organizzare qualcosa per il decennale della morte di Gandhi. Andammo a parlare con Silone, che però non ci dette la sede dell’Associazione per la libertà della cultura, che era nel centro di Roma, perché era già in programma un altro convegno. Alla fine non trovammo posti dove fare questa commemorazione, né avevamo una lira per fare cose tipo dei manifesti. Se fossimo andati a Paese sera, a chiedere di divulgare la notizia, credo che non ci avrebbero affatto considerato: nel 1959 il Pci pensava ad altro. In definitiva, con un giro di telefonate, ci ritrovammo in casa di un signore, un impiegato ministeriale, credo, amico di qualcuno di noi. Era una casa piena di quadri di Burri. Il proprietario, infatti, era stato in un lager nazista insieme al pittore. Chiamammo Lamberto Borghi da Firenze, che venne in treno a spese sue. Eravamo venti o trenta persone. forse un po’ di più, ma c’erano, per esempio, Chiaromonte con Miriam... Avevamo chiesto consiglio a Capitini su come organizzare l’incontro e la sua lettera di risposta, che ancora conservo insieme alle altre, era un elenco di tutte le persone che si erano occupate di Gandhi, che erano state in India, che avrebbero avuto qualcosa da dire sull’argomento. Gente conosciuta ma anche molti sconosciuti. Nomi sconosciuti allora e adesso, che erano dei suoi giri di referenti. Da questo punto di vista, Capitini era molto meno disarmato di quello che non si pensi. Aveva tutti i suoi contatti. Ma questo, in fondo, vale anche per noi. Le riviste che ho fatto, per esempio, non hanno mai avuto nessun appoggio di partiti e giornali, però la mia rete ce l’ho. Dovunque vada, in Italia, da dormire e da mangiare lo trovo sempre. Ma a differenza di Capitini, io non ho nulla di forte da proporre di mio e quindi faccio altre cose, di mediazione o di sollecitazione, in primo luogo la rivista.
Sono convinto che Capitini avesse una sua strategia, che tutto sommato poteva essere anche vincente, considerando la situazione generale del Paese. Poi è chiaro che nei momenti di maggiore disperazione si lamentava. Anch’io mi lamento, anche tu ti lamenti... ma poi la mattina dopo si riparte. Capitini, insomma, era un personaggio molto più presente di quanto non si pensi. Certo le sue scelte, pur essendo tutte impostate sul dialogo, alla fine erano difficilmente sposabili da altri, a causa del loro radicalismo. Capitini era un testone, chiedeva veramente molto. In primo luogo a se stesso. Dagli altri pigliava quello che poteva pigliare. In questo era saggio, non è che ti “scomunicava” perché avevi preso un’altra strada, no, non era assolutamente un prepotente.
Nell’ambito dell’azione sociale nonviolenta, il rapporto alterno tra Capitini e Danilo Dolci rappresenta un’occasione mancata?
Sai, per me non è così facile dirlo. Il mio problema, da questo punto di vista, è che devo praticamente tutto a Dolci. Perché andando al Sud, da lui, io sono rinato un’altra volta, sono entrato nella vita attiva da quella strada. Con tranquillità, senza rendermi conto di quello che mi succedeva, mi sono trovato a vivere in casa dei Calogero, degli Jemolo, dei Gobetti. Sono stato accolto alla pari dalla parte migliore della società italiana di quel periodo, una fortuna che non ho saputo mettere a frutto molto, però.
Per me il rapporto con Dolci è stato importante per due ragioni. Prima cosa, mi ha permesso la conoscenza della “Sicilia dal basso”, come diceva lui, cioè di quel mondo contadino o sottoproletario che era molto lontano dalle campagne umbre da cui venivo. Era il mondo della tragedia, della morte, della malattia, della pena e mi ci trovai in mezzo, vivendo in una baracca, anch’io pieno di pustole e di piaghe. E’ stata la mia università. Ricordo che quando, successivamente, andai in India, in Messico, in Libano, mi ritrovai subito a casa, perché quella miseria mi sembrava di conoscerla già. L’altro aspetto della mia esperienza legato a Dolci è la frequentazione assidua delle personalità intellettuali di cui ti parlavo prima, dei contadini e degli stracciaioli. O anche degli ex banditi di Giuliano o dei piccoli mafiosi o dei sindacalisti senza nome, gli uni accanto agli altri...
Detto questo, per me, Dolci è stato importantissimo come occasione, non come confronto intellettuale. Mentre Capitini è stato decisivo come punto di riferimento teorico e morale. Da Dolci ho imparato poco... Anzi, devo dire che molte cose ho cercato di dimenticarle, perché non sempre mi convincevano. Con Dolci, prima o poi, si litigava, e anch’io ho litigato. Ma non tanto per il suo personalismo: uno che mette in piedi delle grosse iniziative deve avere per forza un polso, una testardaggine, anche una qualche forma di irruenza. Ma per l’aspetto, se vuoi, del metodo, che in lui era spurio, mentre il metodo di Capitini era un metodo puro. Sto tracciando una differenza sottile, intendiamoci: Dolci morì in miseria, non era certo un opportunista.
In più, Capitini aveva un pensiero estremamente lucido, con cui ti potevi confrontare, dicendo, senza timore, “su questo sono d’accordo”, “su questo non sono d’accordo”, “questo non mi convince più”. Con Capitini discutevi. Con Dolci, invece, si entrava in quel tipo di vischiosità di cui parlavamo prima, che è la cosa che mi ha terrorizzato di più nella vita, dalla quale ho cercato sempre di fuggire. Penso, ad esempio, ai gruppi marxisti, ma anche a tutta l’ipocrisia politica e a tutta l’ipocrisia religiosa che ci circonda. La questione cruciale era, insomma, quella del metodo. Capitini, al contrario di Dolci, parlava con limpidezza di fini e di mezzi, come Gandhi.
Il rapporto personale tra Capitini e Dolci fu, secondo me, un po’ strumentale da parte di Dolci e più generoso da parte di Capitini. Va detto, però, che quest’ultimo aveva trovato in Dolci, intorno al 1955, qualcuno che sembrava poter trasferire sul campo, in Sicilia, con i disoccupati, con gli analfabeti, con i pescatori, con gli ex banditi della banda Giuliano, le idee che lui aveva predicato da anni. Per un breve periodo di tempo, grosso modo dal 1954 al 1957, l’esperimento di Dolci funzionò. Si trattò in modo autentico di una pratica nonviolenta, sociale, di tipo gandhiano. L’idea di una rivoluzione nonviolenta attraversò, davvero, alcune teste. Mi ricordo che Elio Vittorini osservava come la nonviolenza potesse funzionare in Sicilia così come aveva funzionato in India, ma escludeva che potesse mai dare risultati con gli operai di Torino o di Milano.
Si trattava, cioè, di un’esperienza legata alla realtà del Terzo mondo, e quindi alla parte terzomondista dell’Italia. E questo era vero: la Sicilia, la Calabria, la Lucania erano, indubbiamente, allora Terzo mondo.
Nel tracciare un bilancio, non bisogna mai dimenticare che Dolci agiva in Sicilia nel pieno della guerra fredda. Io non mi sono mai spaventato di sentirmi parte di una minoranza, perché mi sono sempre mosso tra minoranze. Anche nel ’68 ci si trovava in una minoranza, non nel flusso maggioritario. I “Piacentini”, per dire, erano minoranza rispetto a Capanna e a Sofri.
Ma negli anni Cinquanta, quando io sono cresciuto, tu avevi davanti, per lo più, il conformismo postfascista. I giovani della mia generazione erano di un conformismo tremendo, erano fascio-democristiani, ma senza dirlo, perché si vergognavano. Poi c’erano quelli più attivi, che erano appartenenti all’Azione Cattolica -molto integralista- o al Partito Comunista, che rappresentava un’altra forma di integralismo. C’era Stalin, non è che non ci fosse! I compromessi e le ambiguità erano evidenti, anche se il partito aveva una base di gente meravigliosa, straordinaria, per esempio nel Sud. Nel Pci era riscontrabile una forte differenza tra il valore della base e quello dei vertici. I dirigenti comunisti erano borghesia benestante, il partito era finanziato da Mosca. Mentre alla base c’erano i morti di fame, millenaristi.
Non solo nel Sud, ma anche in Emilia, anche a Torino, esisteva un empito di tipo religioso dietro l’impegno politico dei militanti di base. I vertici ne erano consapevoli e forse proprio per questo dedicavano attenzione all’azione di Dolci e al pensiero di Capitini...
Nell’Italia degli anni Cinquanta, Dolci rappresentò, per un certo periodo, la possibilità di una terza via, “terzomondiale”, in cui alcuni (pochi) sperarono veramente. Questi quattro gatti erano dei giovani, come me, che arrivavano lì, in Sicilia, perché erano scontenti di tutto il resto. Io, ad esempio, a diciott’anni non ero certo attratto dall’Azione Cattolica. Avevo avuto la mia crisi religiosa, avevo smesso di servire messa a undici anni, a dodici...
Nello stesso tempo, non ero attratto dai comunisti, non mi piacevano proprio. A casa si leggeva l’Avanti!, lo sapevo che in Urss c’erano i campi di concentramento, che c’era la Siberia... In tale contesto, Dolci rappresentava una possibilità altra, che aveva qualcosa di molto affascinante. Per la verità, io arrivai alla Sicilia di Dolci passando attraverso la lettura di Carlo Levi. Cristo si è fermato a Eboli è il libro che ha cambiato la mia vita. Da quelle pagine venne il mio interesse per il Sud. A questo proposito, resta da dire che la mia rottura, e di altri, con Dolci avvenne nel 1958 (avevo cominciato a lavorare con lui alla fine del 1955). Eravamo alla ricerca di un progetto e di un intervento sociale più moderno, più “sviluppista”, rispetto a quello di Dolci e guardavamo piuttosto a Manlio Rossi Doria e ad Adriano Olivetti.
Per concludere sul rapporto tra Capitini e Dolci, un’altra differenza tra i due stava nel fatto che il primo era una persona solare, mentre il secondo mi sembrava notturno, ombroso. Capitini sapeva valorizzare il lavoro di gruppo, il contributo di tutti, anche dei più cretini, Dolci non aveva questa dote.
La mia incazzatura con Capitini, quando andavo a trovarlo a Perugia (e capitava spesso), arrivava puntuale nel momento in cui camminando per il corso cittadino, di solito in direzione dell’ufficio postale, lui era continuamente fermato dalle persone che lo conoscevano. E alcuni di questi erano veramente dei rompiballe terribili.
Capitini ne era consapevole, ma dedicava tempo anche a loro, fedele alla sua scelta o propensione al dialogo. E io, che dovevo ripartire il pomeriggio, perdevo la pazienza. Non capivo come si potesse perdere del tempo così... Poi finalmente rientravamo in casa, in via dei Filosofi, dove c’era la cognata ciabattona di Aldo che aveva preparato il minestrone...
Anche in questo, la cosa importante stava nell’attenzione di Capitini al metodo, ai mezzi. Il discorso dei fini e dei mezzi è centrale. La nonviolenza sta tutta qui; e quando sgarri lo devi sapere, guai a mentirsi e dire: “Lo faccio per la causa”. Puoi anche farlo per la causa, ma lo devi sapere che è un cedimento, che in qualche modo è un tradimento. Altrimenti si scivola tranquillamente in quel gioco dei compromessi, che fa parte dell’esistenza privata e pubblica delle persone, oggi più che mai.
Torniamo al tema “Capitini e l’oggi”, che tu hai affrontato nel numero di maggio de Lo straniero, con un articolo intitolato “Capitini e noi”.
Vedi, il problema dei “classici” è che parlano in modo diverso alle varie epoche. Capitini è ancora utile, certamente, ma a patto che ci si confronti (e scontri) con lui apertamente. Io credo poco ai maestri unici. Non mi basta nemmeno Gesù Cristo, nemmeno Buddha da solo, perché voglio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Voglio dire che ciascuno di noi è figlio di molte influenze. Io sono molto contento della possibilità di aver conosciuto Capitini, però sono stati altrettanto importanti, per me, Carlo Levi, Carmelo Bene, Elsa Morante, Anna Maria Ortese, e anche quelli con cui ho “litigato”, da Dolci a Fortini, da Panzieri a Pasolini... Sono stati interlocutori importantissimi, maestri e punti di riferimento diretti.
Un punto sul quale ero molto critico con Capitini era il suo aspetto provinciale. Una cosa, questa, che gli veniva rimproverata, ricordo, anche da Calogero. Se Capitini avesse praticato le lingue straniere e avesse girato un po’ d’Europa e non solo l’Italia, probabilmente si sarebbe affermato come pensatore di statura internazionale quale, in effetti, era. Però lui aveva scelto il radicamento. Una scelta così intransigente, da lasciarmi perplesso. Voglio dire che anch’io sono stato legatissimo alla mia terra, però non ci tornerei, proprio perché ho visto finire, con dolore, la civiltà contadina dalla quale venivo, perché una “casa” vera non ce l’abbiamo più. C’era stata la guerra, poi il boom economico... Insomma, ho accettato lo sradicamento. Mentre Capitini ha continuato a sentirsi un uomo con radici. Per certi aspetti, lui era un uomo dell’Ottocento. (Un radicamento simile a quello di Capitini, l’ho trovato solo in Paolo Volponi, nei confronti di Urbino).
Capitini scontò pesantemente questo suo “provincialismo”. Ci sono pensatori molto meno interessanti di lui, ad esempio nella Francia o nell’Inghilterra degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, che però sono più famosi e che hanno esercitato un’influenza molto più grande.