Chiara Frugoni, medievista, recentemente ha pubblicato: La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo, Einaudi 2010.

Questo tuo libro può essere sicuramente utile per chi vuol avvicinarsi alla pittura del Medioevo. Erano queste le tue intenzioni?
Sì, una specie di guida a chi entra in un museo o vede una mostra. E’ una constatazione che ho fatto soprattutto in Italia: in genere le mostre hanno un linguaggio per specialisti. Spesso sento le persone che si chiedono: "Ma che vuol dire?”, e la stessa domanda la rivolgono i bambini ai genitori che, imbarazzati, non sanno cosa rispondere, il che mi sembra anche frustrante e poco educativo. Così nei musei, dove pure abbondano i termini tecnici, da linguaggio per specialisti, oppure, all’opposto, cartellini che non dicono niente, come, ad esempio: "Madonna e santi”. Se anche quel cartellino non ci fosse stato, avevamo capito tutti che era "Madonna e santi”. Casomai sarebbe stato interessante sapere quali santi.
Poi, forse perché ci portiamo dietro ancora un modo di vedere una storia dell’arte incentrata molto sullo stile, si discute all’infinito sul "maestro della Madonna dal gomito storto” oppure, come ho sentito fare recentemente, del "maestro oblungo” e di un "maestro nerastro”. Allora mi chiedo che cosa importi sapere quali sono gli influssi di questi maestri che agli occhi del pubblico non dicono niente, quando poi, trovandoci di fronte a una pala, non sappiamo decifrare la storia rappresentata e il perché di un particolare. Io certe volte, quando sentivo chiedere: "Chi sarà quel santo...”, ho avuto la tentazione di intromettermi, ma non l’ho fatto mai. Ecco, questo libro vorrebbe essere un modo più discreto di intromettersi e spiegare.
In quella prefazione che ho chiamato "giustificazione” ho sentito il bisogno anche di spiegare perché nel libro ci sono tante autocitazioni: perché ho pescato molto nella mia bancarella, in cui, in tutti questi anni di frequentazione con le immagini, con l’iconografia, e con i problemi posti dalle immagini, ho accumulato tantissime schede e appunti. Insomma, è un libro che non avrei mai potuto scrivere quando ero più giovane.
Gli argomenti in cui è suddiviso mi sono sembrati quelli che possono permettere di entrare di più nell’apprezzamento di un’opera. Credo che se non si capisce esattamente cosa un’immagine rappresenta è come se uno sapesse male una lingua: magari è in grado di leggere una pagina, perché alcune parole chiave le conosce, però tante altre scorrerebbero via pressapoco, e alla fine la comprensione, e anche la capacità di apprezzare uno stile, risulterebbero abbastanza superficiali.
Beh, per dare un’idea del libro, potremmo parlare del primo capitolo, che è dedicato ai gesti...
Sì, al significato dei gesti, perché mentre noi siamo abituati a capire le emozioni attraverso il volto, nel Medioevo non era così. Ma se ci pensiamo bene il fatto di intendersi attraverso i gesti ha avuto una lunga tradizione che arriva fino alla commedia dell’arte. Una volta vidi l’Arlecchino di Strehler, dove questo straordinario attore, Soleri, pur avendo una maschera che copriva il volto, riusciva a trasmettere tantissime emozioni attraverso il suo linguaggio corporeo. Ecco, ugualmente, nel Medioevo le emozioni si trasmettevano attraverso i gesti, e quindi, se uno non capisce qual è il significato di un gesto, non capisce la scena. Faccio degli esempi: se uno tiene una mano sul polso, stringendolo, è il gesto del dolore, del dubbio, di uno stato d’animo di grande agitazione, di conflitto interiore. Allora, per esempio, vedere che Pilato, di fronte a Cristo, fa questo gesto, immediatamente fa capire il conflitto emotivo di Pilato che si rende conto di condannare un innocente. Ma se noi il senso di quel gesto non lo conosciamo, quel particolare non lo cogliamo o possiamo pensare che significhi un’altra cosa.
Oppure si dice sempre che il gesto delle tre dita alzate sia un gesto di benedizione. No, è il gesto della parola, che ci viene dall’antichità.
E’ il gesto dell’angelo che annuncia a Maria, è il gesto dell’angelo che dice ai Re Magi: "Non tornate da Erode”; ho anche trovato un avorio dove addirittura c’è Cristo che fa questo gesto a Maddalena, mentre le dice: "Noli me tangere”, e poi, sopra, c’è la scritta: "Cristo parla a Maddalena”, quindi è proprio spiegato che quello è il gesto della parola.
Oppure il gesto di Demostene, che intreccia le dita sul grembo, è lo stesso gesto di Medea in una pittura pompeiana, e vuol dire grande meditazione per qualcosa che sta avvenendo di negativo. Infatti Medea sta pensando di uccidere i suoi figli, Demostene vede che non gli daranno retta...
Questo gesto, proprio perché indica colui che parla, diventa poi il gesto dell’autorità, e quindi soprattutto del re, che ha la possibilità di legiferare e di comandare. E allora nel libro faccio vedere, che è pure una cosa carina, un codice longobardo, dove c’è il re che sta dettando, e fa il gesto delle due dita, e sulla sua mano c’è scritto "lex”. E’ la stessa mano che, intagliata in avorio si aggiunse ai tradizionali simboli del potere regio; la stringe assieme allo scettro il re santo Luigi IX e poi ancora vari regnanti nel giorno della loro incoronazione fino a Napoleone, immortalato da Jean-Auguste-Dominique Ingres.
Nel mosaico di Otranto, dove c’è una commistione di civiltà bizantina e latina, Dio parla in maniera diversa, cioè fa il gesto della parola, che però alla latina flette il mignolo e l’anulare mentre alla bizantina unisce l’anulare al pollice. Ecco, allora, che la mano che accoglie Abele è alla bizantina e la mano che invece caccia Caino è alla latina. Ancora: incrociare le braccia è il gesto della sottomissione. Ecco, per esempio, che in una miniatura del XII secolo si vede molto bene come la fanciulla, Abisag, che il vecchio Davide si è preso per riscaldargli il letto quando lui, dicono, è già molto vecchio, tenga le braccia incrociate sul petto. Oppure, all’opposto, tenere una gamba sollevata e appoggiata di traverso sull’altra è il gesto dell’autorità, e in un’altra miniatura lo si vede bene in Davide, ma così è per Federico II o per i re Ottoni. Ma anche le mani sui fianchi è il gesto della persona che può. Se fra i dannati io vedo uno che ha le mani sui fianchi, capisco subito che è il superbo. Quindi se uno non sa il significato di questi gesti, non capisce.
Nel libro c’è anche la foto di Moro....
Ecco, questo è il gesto della sottigliezza dell’argomento. Ho messo Moro, ma è il gesto tipico del democristiano, ce ne sono tantissimi, che lo fanno...
Ma secondo te si sono tramandati nei secoli?
Questo non te lo so dire, ma so che erano gesti canonizzati. Quello è proprio il gesto dei democristiani, o dei politici in generale, quando vogliono spiegare la sottigliezza, la perfezione di un loro argomento. Ma era anche il gesto di san Bernardino, che era un grandissimo predicatore.
Prendiamo il gesto della preghiera, che è feudale. Noi preghiamo così, perché è il gesto del vassallo che mette le sue mani in quelle del potente, e infatti si dice "fedele”, che è fidelis, che è proprio un termine vassallatico. E ancora adesso i preti, quando vengono ordinati, mettono le mani, "Io sono nelle tue mani”, "Io sono diventato tuo homo...”, e tanto è vero che "omaggio” vuol dire: "Io sono il tuo uomo, sono il tuo schiavo”.
Un altro gesto è quello di incrociare le braccia. In una scena c’è il padre che vuole che il figlio sposi una ragazza che a lui non piace, e allora lo schiavo finge di trasmettere l’ordine e fa questo gesto incrociando le braccia al petto, e vuol dire: "Sì, sì, senz’altro io trasmetto l’ordine che tu mi dici...”, ma siccome incrocia le braccia, si capisce che non lo farà, rassicurando così il povero padroncino. Quel gesto sta a indicare chi tradisce, o chi non è d’accordo. Per esempio gli eretici sono sempre rappresentati in questa maniera.
Poi parli di convenzioni che vanno riconosciute…
Beh, per esempio il beato che è rappresentato coi raggi, il santo con un nimbo rotondo. Quindi anche lì: a colpo d’occhio un devoto poteva sapere se il suo santo preferito era veramente santo o solo beato. Oppure, la rappresentazione del diverso: gli ebrei che erano costretti a portare la rondella, che è proprio gialla, come poi diventerà gialla la stella di Hitler. Poi ci sono particolari di un estremo realismo. Per esempio, la foto del particolare in cui Giotto rappresenta il profeta che in cima alla testa ha una scatoletta contenente versetti della Bibbia; nel libro l’ho accostata appunto a una fotografia di ebrei religiosi di oggi, che pregano con legato in testa il tefillin, e questo è del tutto identico a quello di Giotto.
Oppure, parlando sempre del diverso, ho fatto vedere quando, ai tempi delle crociate, non solo gli ebrei vengono rappresentati in maniera negativa, con tratti, cioè, solitamente mostruosi, ma per una specie di surplus di razzismo, diventano anche neri. Cristo è bianco, ma i carnefici sono neri. Poi, dopo, c’è tutto il tema della sinagoga, della Chiesa ebraica sconfitta, e quindi anche lì c’è la rappresentazione degli ebrei che sono stati ciechi, che non hanno voluto vedere Cristo, fino ad arrivare a una rappresentazione dove lo stesso Pilato ha il cappello a punta. Siccome il cappello a punta era un modo in cui nel Medioevo gli ebrei dovevano vestirsi per essere individuati, in questo caso arriviamo a una completa disinvoltura rispetto alla realtà: il romano Pilato con il cappello a punta ebraico. Per denunciarne la responsabilità lo si dipingeva come ebreo.
Tu riporti anche particolari molto curiosi, come quello di Eva e di Adamo...
Sì, riporto anche la sequenza del Fregio del Genesi di Wiligelmo a Modena dove c’è il particolare che Eva, quando viene creata, essendo ancora innocente, non ha nessun attributo sessuale, mentre appena ha peccato, ha un grande seno.
E poi ce n’è un altro, di uno scultore della bottega dei Vassalletto, che è anche divertente, in cui si vede Adamo inghiottire la mela con difficoltà. Il "pomo d’Adamo”, un’espressione che si è tramandata fino ai giorni nostri, viene in effetti da una leggenda medievale, secondo cui Adamo, appena inghiottì la mela, disse: "Oddio, che ho fatto!”, e la mela gli rimase a metà della gola...
C’è anche un altro caso che riguarda un ebreo…
Sì, ed è una cosa che mi è costata una lunghissima ricerca. Mi sono accorta che negli affreschi di Cimabue, ad Assisi, fra i personaggi della crocifissione c’è un centurione che riconosce la verità di Dio (e di solito appunto è rappresentato come santo), un centurione romano. Poi c’è Longino, che sarebbe il soldato cieco che accerta che Cristo sia morto. Essendo cieco, uno direbbe che non era la persona più indicata per fare degli accertamenti. In realtà, dando il colpo di lancia, è il primo ad avere un miracolo, perché viene immediatamente guarito dalla sua cecità. Diventa addirittura san Longino. Questo viene raccontato dal grande predicatore Jacopo da Varazze nella Leggenda Aurea. La particolarità stranissima, in Cimabue, di cui mi sono accorta, è che il centurione, che riconosce la verità di Cristo, ha la mazza del comando, però ha la testa ricoperta dal tallit, lo scialle ebraico.
Quindi ci sarebbe un centurione ebraico, con il nimbo, cioè santo, una cosa veramente stranissima. A quel punto ho cominciato a guardare tutto quello che potevo, ho chiesto a tantissime persone, perché spesso succede, mi sono accorta, che quando di una cosa non si sa bene cosa sia, si finge di non vederla. Cioè, proprio nessuno dice niente. Come mai questo è vestito in questa maniera, ed è santo, e però è ebreo? Era un rompicapo a cui credo di aver dato, se non la soluzione, per lo meno un’ipotesi plausibile. Poi può darsi che venga trovato un testo che spiegherà meglio.
E quale sarebbe?
Io sono partita dal fatto che san Francesco, quando rappresenta il Natale di Greccio, e la cosa mi aveva molto colpito, chiede al suo amico di fargli avere un asino e un bue vivi, del fieno, e basta. Mentre già al suo tempo o c’erano i sacerdoti che si travestivano da Giuseppe e Maria, oppure sull’altare si metteva un quadro con la Natività. Perché mi aveva colpito? Perché lui non chiede di far vedere i personaggi sacri (non c’è il bambino, non c’è la Madonna, non c’è san Giuseppe), chiede invece il bue e l’asino, che non sono nei vangeli canonici, quelli ritenuti ispirati da Dio, ma sono invece nei vangeli apocrifi, quelli che la Chiesa tollera, ma che non considera ispirati da Dio. Mi sono chiesta: ma perché Francesco chiede queste tre cose, il fieno, il bue e l’asino? Allora, dopo aver tanto cercato, ho trovato che in realtà c’era una spiegazione già molto consolidata, dei Padri della Chiesa, che vedevano nel bue e nell’asino i pagani e gli ebrei, e nel fieno l’ostia sacra. Quindi l’idea era che nel tempo, secondo Francesco, pagani, ebrei e musulmani sarebbero arrivati alla piena e pacifica conversione. E quindi questa notte di Natale che lui fa a Greccio, dopo esser tornato dall’Oriente, è un modo per dire: "Guardate, la Terra Santa è ovunque, può essere anche qui a Greccio, purché la si abbia nel cuore”, tant’è vero che poi la storia finisce con Francesco che fa una predica travolgente, e un astante crede di vedere Francesco che tira su Gesù Bambino morto nel cuore della gente, e che rivive. Quindi è il suo messaggio d’amore che riesce a riportare in vita il significato del Natale. Ecco, partendo da questo significato, secondo me l’idea dei francescani era di far vedere che Cristo non è venuto soltanto per i gentili, è venuto per tutti, per gli ebrei e per i pagani. Ma siccome san Longino è un soldato romano, quindi un pagano che si converte, dall’altra parte hanno messo il centurione ebreo che crede in Dio e proprio per questo diventa santo. Insomma ci sono tutti e due. E questo è il primo miracolo: Cristo riesce a convertire immediatamente e la sua morte non vale per una parte sola dell’umanità, vale per tutti. Teniamo presente che siamo appunto nella chiesa francescana e Francesco è andato anche fra i musulmani, quindi ha questo sguardo ecumenico. Ma d’altra parte ci sono dei mosaici, anche a Roma, dove si vede Ecclesia ex gentibus ed Ecclesia ex circumcisione, cioè la Chiesa degli ebrei e la Chiesa dei pagani che si sono unite.
Ci sono poi i rapporti fra la Madonna e il Bambino…
Sì, lì ci sono una quantità di particolari da tener presenti. Per esempio il fatto che il bambino ha spesso in mano una serie di simboli che rappresentano la sua Passione, il che fa capire perché la Madonna abbia sempre un’aria così triste. Allora, troviamo il bambino che ha lo sguardo atterrito vedendo un uccellino con il petto rosso, e questo, se da una parte ci ricorda i giochi che veramente si praticavano (lo riporta anche Dante, che i bambini facevano volare uccellini semi addomesticati, tenuti con un filo alla gambetta) dall’altra ci fa pensare che quell’uccello col petto rosso allude al sangue, quindi alla Passione. In un affresco del Lorenzetti, il bambino ha proprio quest’aria terrorizzata vedendo il cardellino.
Ho riportato anche un curioso atto di censura: nella rappresentazione della Madonna e di Cristo nell’abside della basilica di san Francesco, dipinti da Cimabue, la Madonna, diventata la sposa di Cristo, come si dice nel Cantico dei cantici, ha una atteggiamento estremamente tenero, è quasi in braccio a Cristo, e gli si abbandona. E’ un’immagine molto bella, anche erotica. Ebbene, essendo stata sentita come sconveniente nell’800, nelle grandi tavole -per noi preziosissime, perché ci fanno vedere molto meglio gli affreschi di Cimabue- sono state tolte delle parti; per esempio non si vede più una gamba della Madonna, non si vede più Cristo che l’abbraccia...
Poi, per esempio, analizzo in grande dettaglio una tavola di Roberto d’Oderisio, che è un imago pietatis, con tutti i simboli della Passione, e questi sono divertenti, perché mettendo la mano che dà i denari a Giuda, Cristo che viene consolato dal Serafino, il gallo che ricorda a Pietro il suo tradimento, si voleva far sì che gli spettatori, osservando questi particolari, potevano ricordarsi di tutta la Passione. Era anche un modo, questo, per fare guardare a lungo un’immagine. Allo stesso scopo serviva il fatto che spesso, attorno al nimbo, c’era una scritta che identificava le figure, anche quando il pubblico sapeva benissimo chi erano: appunto, Maria o Cristo. Ma la lettura del loro nome intorno al nimbo era un modo per catturare lo sguardo.
Per concludere, questo è un libro che non vuole essere assolutamente un manuale di iconografia. Per questo nel sottotitolo c’è scritto "pillole iconografiche”, sono tutte cose molto piccole, però mettendole insieme possono far capire meglio, mi pare, una serie di significati.
Ma l’uso di queste immagini, allora, era un uso popolare?
Direi che più che popolare era un uso condiviso. Ti faccio un esempio, che sembra che non c’entri, invece c’entra. Io da piccola sono stata mandata dalle suore. A sei anni sapevo tutto della dottrina. Sapevo i doni dello Spirito Santo, sapevo l’elenco dei dieci comandamenti, la differenza tra peccato veniale, mortale, sacrilegio; la differenza fra venerare e adorare, sapevo benissimo cos’erano tutte le parti del vestito di un prete, cos’era un amitto, un manipolo, un turibolo, per me erano cose normalissime.
Alle elementari quando c’era l’ora di lavoro, che dovevamo ricamare, ci leggevano storie dei santi. E io ti assicuro che per tante cose mi sono sentita completamente a mio agio nei testi medievali, perché da bambina le sapevo tutte, le storie delle anime purganti, che arrivano e una goccia del loro sudore ti trafigge come piombo... sapevo tutte le storie dei santi, il pozzo di san Patrizio, ecc. Avendo delle suore che erano martellanti, sapevo tutto, e questa conoscenza poi mi è servita tantissimo.
Oggi tutto questo si è completamente perduto, adesso la Chiesa batte solo su questioni sociali, su quanto si sta male in Africa, ma per quanto riguarda tutte queste cose della dottrina, del significato dei gesti del sacerdote si è perduto tutto. All’università, quando chiedevo ai miei studenti se sapevano i simboli degli evangelisti, a cosa corrispondevano, quasi nessuno li conosceva. Ma manca ormai anche il lessico. Io ho sentito parlare del calice come di una tazza... Noi fatichiamo a pensare come fosse condiviso un certo linguaggio. E’ un po’ come la capacità straordinaria che abbiamo adesso di comprendere ad esempio una réclame, una storia brevissima alla televisione, dove ci sono una quantità di allusioni, flashback, un linguaggio che veramente io stessa certe volte fatico a capire -per esempio mia figlia è più rapida di me. Oppure non so, i fumetti. A me è sempre stato proibito leggerli da bambina, per cui ho conservato una grande difficoltà a capire chi parla e chi risponde; invece chi è abituato lo capisce immediatamente, cioè legge un’immagine. Quindi effettivamente io credo proprio che noi abbiamo perduto proprio il linguaggio della religione, il linguaggio tecnico, le parole, e quindi poi anche la sostanza.
Prendiamo le storie dei santi e dei loro miracoli, che spesso sono delle bellissime favole. I contadini a veglia nelle stalle imparavano delle cose straordinarie. Eppure nella vita quotidiana non erano andati a scuola, non sapevano magari leggere. Ma nelle stalle, c’era sempre qualcuno che sapeva leggere, e che aveva di solito una zia suora. Me lo ricordo, quand’ero piccola e andavo in questo mio paese, a Sotto Collina, d’estate, la sera si andava a veglia nella stalla, dove c’era sempre qualcuno che leggeva, ed erano storie di santi, storie edificanti. Intanto le donne filavano, i ragazzi un po’ giocavano, e certo, spesso i tipi di letture che venivano fatti erano veramente difficili, un po’ si capiva, un po’ no, però lì veramente si trasmetteva una cultura orale molto forte. Ma poi pensiamo a quanto si andava in chiesa. Ai miei tempi, i bambini andavano a messa prima, alle sei o alle cinque e mezzo, poi dopo c’erano sempre la dottrina, il rosario, c’era il mese di maggio, le processioni, si andava al cimitero. Cioè il rapporto con la Chiesa era fortissimo, si passava la vita...
Ma allora, la gente del popolo capiva?
Ecco, io direi due cose: una, che, come ho appena detto, c’era una capacità di capire tutti questi dettagli molto profonda, perché c’era innanzitutto una educazione religiosa diffusa, perché i sacerdoti lo spiegavano dal pulpito. Abbiamo delle prediche in cui dicono: "Vedete lì.... vedete lì...”, quindi spiegavano; poi c’erano le scritte che illustravano, e anche qui andrebbe sfatata l’idea che nel Medioevo non si leggeva. Se non si fosse letto, sarebbe stato perfettamente inutile scrivere tanto. Comunque è sfatato anche solo dal fatto - naturalmente parliamo del Medioevo pieno- che negli affreschi del camposanto di Pisa, che sono dell’inizio del ‘300, una volta c’erano delle scritte, che sono state trascritte, dove ci si rivolgeva al lettore: "Tu, lettore, guarda fiso...”, quindi pensavano evidentemente che le persone leggessero. Nel ‘200, ‘300, la gente sapeva leggere. Per esempio, le prediche di san Bernardino ci sono arrivate perché stenografate tutte da un sarto, che stenografava velocissimamente tutto quello che diceva, poi tornava a casa e le metteva in bella.
Ma poi la capacità di leggere le immagini la si deduce anche dal fatto che quando una santa confidava al confessore le proprie visioni, entrambi dimostravano di avere una comprensione profonda delle immagini evocate. Faccio un esempio: quando santa Caterina da Siena dice che riceve le stimmate, si crea un problema, perché gli Ordini francescano e domenicano erano in lotta, e i domenicani volevano avere anche loro un santo con le stimmate. Santa Caterina, per umiltà, chiede che le stimmate siano invisibili. Questo dà lo stesso la stura a un grande contenzioso, perché, nonostante si fosse detto che le stimmate erano invisibili, i pittori le rappresentavano, e allora i francescani dicevano: "No, bisogna cancellarle...”. Ora, è importante sapere che ci sono fondamentalmente due modi di rappresentare le stimmate di san Francesco: una, che riceve le stimmate da un serafino, l’altra direttamente da Cristo. Nella prima dei raggi vanno direttamente dalle mani del serafino a quelle di Francesco e sono bianchi, del colore della luce, nella seconda i raggi, dalle mani del Cristo, si incrociano e sono rossi. Nella prima versione è come se san Francesco vedesse il serafino in uno specchio, come se il serafino fosse un riflesso della figura di Francesco, nella seconda è come se ci fosse veramente un personaggio reale, cioè Cristo, che ferisce Francesco.
Questo ovviamente cambia completamente il significato, perché nella prima versione le stimmate vengono dallo stesso corpo di Francesco, nella seconda versione è Cristo che divinizza Francesco.
Ecco, tornando allora a santa Caterina, quando lei descrive come ha ricevuto le stimmate, ormai non più da un serafino, ma proprio dal Cristo crocifisso, dice che questi raggi stavano arrivando incrociati e color del sangue, ma lei, per umiltà, ha chiesto che si raddrizzassero e diventassero bianchi, e il confessore tutto questo lo capisce benissimo.
Quindi cosa voglio dire? Che questi particolari, che noi recuperiamo con grandissima fatica e attraverso lunghe ricerche, erano invece una cosa nota, perché lei li aveva capiti, il biografo, che era Raimondo da Capua, li aveva capiti, e siccome lo scrive, pensa che il pubblico capisca. C’è un bellissimo quadro, a Siena, che io ho riprodotto nel libro L’invenzione delle stimmate, dove da una parte è rappresentato san Francesco, dall’altra parte Caterina da Siena, e san Francesco ha i raggi rossi che s’incrociano, ma Caterina ha i raggi bianchi diritti. E’ evidente che il pittore sapeva benissimo cosa andava a rappresentare.
Quindi fu un dibattito che coinvolse anche la gente...
Moltissimo, perché le stimmate erano sentite come una bestemmia. Le persone, che senza dire di avere avuto un fenomeno soprannaturale, si erano inflitte delle ferite per soffrire come Cristo, erano state gravissimamente punite, con prigione, addirittura con la pena di morte da parte della Chiesa, talmente si pensava che fosse una cosa che non si doveva fare. Cioè, Cristo è Cristo, e gli uomini sono uomini, quindi certamente la storia delle stimmate di Francesco ha provocato un cambiamento enorme.
Ne abbiamo già parlato anni fa quando uscì il tuo libro "L’invezione delle stimmate”, ma la storia è veramente appassionante. Cosa succede con Francesco?
Nella prima versione, il primo biografo, Tommaso da Celano, dice che Francesco vede un serafino, non capisce niente, il serafino non parla, ma scompare, e dopo un po’ dal corpo di Francesco nascono come dei bubboni. In più, sempre Tommaso da Celano, dice che Francesco aveva aperto la pagina sul Monte degli ulivi, quando Cristo è disperato, suda sangue e viene l’Angelo che lo consola. Quindi le stimmate sarebbero il segno di una crisi tremenda che si risolve, di una grandissima sofferenza spirituale di Francesco. Bonaventura, invece, fa di Francesco l’uomo delle stimmate, cosa che prima non era. Ma Bonaventura da una parte ha il problema di rendere san Francesco il santo grandissimo, perché è il fondatore di un Ordine che ha avuto un successo strepitoso, dall’altra, di "liberarsi” di un santo che ormai è completamente anacronistico, per l’ordine così come s’è evoluto. Allora cosa bisogna fare? Bisogna farlo diventare, come lui stesso dice, un santo inimitabile, che non bisogna più prendere a modello, perché la sua santità è vertiginosa. Così Bonaventura dice che, sì, da lontano sembrava un serafino, ma da vicino è Cristo, nel momento che scompare la visione, compaiono le stimmate in Francesco. Giotto, o chi per lui, che aveva fatto una prima versione vicina a Tommaso da Celano, perché ci mette i raggi, ma bianchi, color della luce, che vanno dritti, elabora poi la seconda versione, nella cappella li fa incrociare e li fa diventare rossi, e da allora poi i pittori li fanno rossi. Ma, appunto, questa è la grande operazione di Bonaventura, che è quella di portare la pace nell’ordine, potendo dire: "Non dovete imitarlo, perché è impossibile imitare la santità di Francesco”, e aggiunge: "Imitate sant’ Antonio, che è molto più tradizionale, è un santo colto, sacerdote...”. Sant’Antonio da Padova è contemporaneo di Francesco, Francesco è canonizzato nel 1228, Antonio nel 1232. Quello che è interessante, io lo sto studiando, nella storia del ciclo di Assisi, è che san Francesco non predica mai. Mai. Predica solo agli uccelli. Quando arriva al Capitolo di Arles, compare, benedice tutti, ma chi è che sta predicando? Sant’Antonio, che sta predicando ai frati. Quindi l’idea è: chi è che forma i frati, qual è il modello? Antonio.
Questo dice anche quanto questi affreschi di Assisi, quelli della basilica superiore, siano estremamente complicati. La Basilica inferiore era una basilica per i pellegrini, quindi anche gli affreschi, che poi furono sventrati, rappresentavano la storia di san Francesco in modo molto semplice.
Sopra invece c’è questa grandissima aula che serviva per tutte le riunioni ufficiali: c’è la cattedra del Papa, che veniva a soggiornare nel sacro convento, quindi è un programma complicatissimo, perché pieno di allusioni e di problemi che si devono risolvere. Ho intitolato un articolo che ho scritto "Rappresentare per dimenticare?”. In un certo senso tutto il ciclo in realtà esalta l’ordine, ma l’ordine del tempo degli affreschi, quindi un ordine che si è clericalizzato: sono sacerdoti che vivono nei conventi, non c’è più la povertà, hanno dei codici, stanno bene, hanno le scarpe... E però tutto questo, che era l’esatto contrario di tutto quel che aveva voluto Francesco, andava tenuto insieme con il ricordo di Francesco. Quindi è veramente complicatissimo, ecco...
Su questa storia delle stimmate s’è giocata una partita esemplare...
Sì, perché tutto questo ha proprio spento la figura di Francesco. Cioè tutte le sue novità, le sue proposte, che erano tantissime... Lui non era rivoluzionario, ma applicava in toto il Vangelo, e il Vangelo, se tu lo applichi veramente, è assolutamente rivoluzionario, e quindi tutto quello che lui aveva proposto, negli affreschi non c’è assolutamente. Non c’è un lebbroso, non c’è un povero, i frati non lavorano, i frati sono tutti calzati, sono ben vestiti, nessuno più è in aperta campagna, hanno chiese bellissime, conventi bellissimi, cioè, lo ripeto, tutto il contrario di quello che lui aveva voluto. E veramente ti assicuro che ogni anno io metto da parte qualche schedina, perché mi accorgo di piccoli particolari, di piccole cose, che son tutti tassellini che magari prima non avevo visto, che però sono importanti. Perché lì non c’è niente di casuale, neanche una foglietta è messa così a caso...
Quindi il committente seguiva passo passo…
Certamente seguivano i pittori passo passo. Lì è un progetto veramente grandissimo, che se non era definito tutto all’inizio, certamente da quando sono partiti dall’abside, cioè da Cimabue, in avanti, doveva avere già un programma unitario, che poi è stato eseguito in tempi lievemente diversi e con degli aggiustamenti. Però l’idea era di rappresentare una cosa papale, grandiosa... Perché poi io ho sempre parlato del ciclo di Francesco, ma bisogna guardare le immagini che ci stanno sopra: nella parete di destra, entrando, l’Antico Testamento, nella parete di sinistra le storie della Madonna, di Cristo e della Passione e anche quelle sono studiatissime. Chi sia stato lo sceneggiatore principale non lo sappiamo, forse lo stesso Papa, che era un francescano, ma finché non si trova un testo che dica chi è stato ha poco senso fare ipotesi. Quel che è chiaro è che, in quegli affreschi, l’Ordine ha voluto specchiarsi e glorificarsi.
Per concludere, tornando al libro…
Beh, ci tengo a dire che non volevo fare assolutamente un manuale di iconografia, nel senso dell’essere esauriente, perché non ne sarei stata capace. Tuttavia penso che con queste cognizioni uno può capire di più le immagini che si trova di fronte, e anche magari porsi delle domande per le quali poi può trovare delle risposte facendo qualche piccola ricerca attraverso internet. Ma d’altra parte una cosa l’ho certamente imparata: che si risolvono solo i problemi che si vedono, e si vedono solo quelli che si stanno cercando. Quando mi misi a fare la ricerca sugli occhiali nel Medioevo, rimasi impressionata nello scoprire di non essermi mai accorta prima di quante persone, tantissime, siano rappresentate con gli occhiali nel Medioevo. Non ci avevo mai badato.
Per esempio, san Luca, siccome era un pittore di miniature e la gente pensava: "Ma, facendo le miniature, avrà avuto bisogno degli occhiali...”, è rappresentato spessissimo con gli occhiali. Oppure san Pietro, che era così vecchio...
San Pietro è rappresentato con gli occhiali?
Sì, con dei begli occhialoni...