Chiara Frugoni, medievista e studiosa del francescanesimo, ha pubblicato Chiara e Francesco, Einaudi 2012, il libro di cui si parla in questa intervista. Ricordiamo anche La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo, Einaudi 2010; Una solitudine abitata. Chiara d’Assisi, Laterza 2006; Francesco e l’invenzione delle stimmate, Einaudi 1994; con Luca Crescenti, Le storie di San Francesco. Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi, con Dvd, Einaudi 2010.
Nel 2011 Chiara Frugoni ha scoperto che nell’affresco di Giotto, nella Basilica Superiore di Assisi, raffigurante la morte di Francesco, celato nella nuvola che solleva l’anima del santo, è rappresentato il volto di un diavolo (qui a fianco nella foto). In 800 anni nessuno se n’era accorto. Ovviamente la scoperta ha suscitato grande scalpore, non solo nel mondo della storia dell’arte e in quello francescano. Nel prossimo numero della rivista Frate Francesco, in uscita a novembre 2012, uscirà un articolo in cui Chiara Frugoni spiega il significato di questo diavolo con tutte le relative fonti.


Continui a occuparti di Chiara e Francesco. Perché?

Mah, ci sono varie ragioni. La principale è che mi sembra siano state due persone specialissime, dalle idee molto innovative, che attraverso la fede hanno cercato di prendersi cura della società e dei problemi del loro tempo. Nel Medioevo ne ho incontrate poche di persone che si siano fatte carico dei problemi del tempo cercando di avere idee nuove. Per esempio, Chiara, costretta alla clausura, si inventa un modo per evitarla e nella sua regola, scritta alla fine della vita e dove riassume tutta l’esperienza sua e delle compagne, stabilisce che, oltre alle monache che stanno in monastero, ci sono queste "sorores extra monasterium servientes”, sorelle, cioè, che lavorano fuori dal monastero, delle quali lei è molto attenta a non precisare i compiti, e però sono trattate in modo esattamente uguale. Queste sorelle hanno lo stesso abito, però hanno molte concessioni in più: hanno le scarpe, mentre le monache, invece, sono scalze, mangiano molto di più, possono star fuori la notte, possono parlare sempre, mentre invece le monache hanno dei periodi di silenzio. Chiara le esorta a parlare con le persone che incontrano per lodare il creato. Poi, evidentemente vanno a curare le malate, le lebbrose. Quindi c’è una specie di respiro alterno fra le monache che stanno in meditazione in monastero e le monache che escono e si prendono cura delle malate, e nulla impedisce che poi queste funzioni si invertano. Dobbiamo pensare che nel Medioevo non c’è nessuna struttura pubblica che si prenda cura delle persone, che è lasciata, fondamentalmente, alla carità, al buon cuore dei cristiani, e che solo nel 1800 la Chiesa utilizzerà le suore (non si chiamano più monache) per badare ai bambini nelle scuole e ai malati negli ospedali. Quindi Chiara è una precorritrice di secoli nel pensare che, pur avendo un forte impegno religioso, ci si dovesse rendere utili, che amare il prossimo voleva dire anche farsene carico. Questa già mi era sembrata una cosa straordinaria.
Un’altra cosa stupefacente, a mio avviso, è il fatto che lei fa una regola che, tutto sommato, non è una regola, perché dà pochissime prescrizioni e lascia tutto alla coscienza delle monache. Per esempio, se un parente fa un regalo, anche di soldi, a una monaca, la badessa non glieli deve togliere, perché saprà lei che cosa farne: li vuole tenere per sé? Li vuol dare a qualcuno? Li vuol dare ai poveri? Li vuol dare alle consorelle? A me sembra che questa sia una grande novità perché implica una grande fiducia nelle sue consorelle. Invece di una regola fatta tutta di prescrizioni -il lunedì devi digiunare, il mercoledì ti devi frustare, il terzo giorno un’altra cosa, il che, certo, può essere molto consolante e rassicurante ma è anche molto semplificatorio, molto povero- Chiara propone una regola in cui il modo di vivere la fede dipende da come tu la vuoi vivere, e a Dio renderai conto dell’uso che hai fatto della vita, non del numero di digiuni. Ed è bellissimo che questo lei lo proponga a donne solitamente disprezzate dalla Chiesa e di cui lei, invece, si fida, perché pensa che se si mette in atto il Vangelo non c’è bisogno di altro. Donne, quindi, non condannate a una vita di autopunizione in quanto peccatrici, ma invitate a svolgere un ruolo positivo in cui "amare il prossimo tuo come te stesso” vuol dire, appunto, prendersene carico.
E di Francesco cos’è che ti colpisce di più?
La sua idea che in realtà l’elemosina è l’eredità che i poveri devono avere dal momento che Cristo si è incarnato. Quindi lui parla di giustizia. Questo, in realtà, si rifà alla mentalità del tempo che pensava che la ricchezza non dovesse crescere a dismisura, come invece pensiamo noi, e che Dio avesse dato, una volta per tutte, i beni ad Adamo e che col peccato fosse successo un grande sconquasso con alcuni che diventano ricchi appropriandosi dei beni di tutti. Quindi, pensava che se uno dà qualcosa a un povero, non fa altro che restituire in parte quello che è dovuto. E lo sapeva argomentare molto bene per mettere in crisi i buoni cristiani di Assisi. Ma la vera novità è che Francesco lo mette addirittura nero su bianco nella regola (quella che poi, purtroppo, non avrà il sigillo pontificio, ma che è comunque la regola dei francescani).
Però, allora, c’era una diffidenza condivisa verso la ricchezza…
Sì, molto forte. Io ho trovato dei testi in cui se ne parla. Per esempio, c’è un testo in cui un chierico fa tutto un discorso fittizio dicendo: "I poveri direbbero: perché voi, clero, siete così ricchi e a noi non date niente e andate avanti con tutti quei gioielli e noi siamo nudi e non abbiamo da mangiare e voi avete tutto questo bene che non vi siete procurato né col lavoro, né col commercio?”. E conclude: "Tutto questo direbbero i poveri se potessero dirlo. Ma non lo possono dire perché dipendono da voi per avere un po’ di carità”. Ecco, però queste, in genere, sono posizioni singole. Invece, lo ripeto, la grande novità di Francesco è che lo mette nella regola, cioè nel testo normativo per i suoi frati e questo avrebbe avuto una risonanza fortissima nella Chiesa. Accettare un ordine che affermava il principio che l’elemosina non era altro che una parziale restituzione dovuta ai poveri, era qualcosa di fortissimo. Da qui le vicissitudini dell’approvazione della regola.
Ecco, quello che mi affascina di Francesco è che avendo a portata di mano tutti i mezzi per trovare una situazione consolante all’interno della sua fede ("beh, io faccio una vita di penitenza, faccio una vita di ascesi, prego, e sono un buon cristiano”) Francesco pensa prima di tutto a essere un buon samaritano.
L’elemosina, che per Francesco era quindi un diritto dei poveri a ricevere, ai frati era proibita. Puoi spiegare?
Sì, è la cosiddetta teologia della questua. Per Francesco tutti i frati devono lavorare e accettare, in cambio, soltanto quel poco per poter vivere di cibo, e solo per quel giorno. E questo scambio in Assisi era accettato. Ma se i frati stavano nei lebbrosari e curavano i lebbrosi, questo in Assisi non era sentito come un lavoro, perché al Comune non portava nulla, mentre invece l’idea era che tutti dovessero contribuire al benessere del Comune. Quindi i cittadini dicevano: "Se voi frati volete stare nel lebbrosario state pure, fatti vostri, benissimo”. Allora, questi lebbrosari dipendevano veramente dal buon cuore dei cittadini e poteva capitare che questi frati non avessero niente da mangiare, perché, chiaramente, se arrivava qualcosa, veniva data prima ai lebbrosi. Allora, solo in questo caso Francesco li autorizzava a chiedere la carità, però mai in denaro, salvo nel caso che un lebbroso stesse rischiando di morire e avesse bisogno di qualcosa. In nessun altro caso i frati potevano ricevere denaro. Potevano chiedere la carità, cioè una ciotola con gli avanzi e lì usa parole durissime, perché dice: "E se la negano, non dovete vergognarvi d’arrossire perché la vergogna è in chi non ve la dà, non in chi la chiede”. Ecco, questo è l’unico caso in cui lui permette che i frati vadano a chiedere l’elemosina, altrimenti mai. E tutto ciò lo mise nella regola. Insomma, un ordine mendicante è esattamente il contrario di quello che Francesco avrebbe voluto. Diceva: "Io non ho mai chiesto la carità, perché non voglio essere ladro portando via quello che è dovuto ai poveri, agli altri poveri”.
Gli assisiani come prendevano tutto questo?
Gli assisiani volevano essere loro i custodi della morale pubblica, volevano decidere loro chi era degno di avere la carità, come, in fondo, capita anche a noi, che decidiamo se una persona ci fa abbastanza pena o no.
C’è una frase, non ricordo di chi, che distingue tra la propria povertà e quella del povero. Si consideravano, pur nell’indigenza anche estrema, comunque dei privilegiati.
Ah, sì, mi pare che siano Bernardo e un altro frate che, entrati in una chiesa, vengono avvicinati da un sagrestano per dar loro una moneta. Loro dicono: "No, non la vogliamo”. E allora il sagrestano, che non ha capito che sono frati, perché all’inizio si vestivano di quello che capitava, dice: "Ma come? Siete ridotti… perché voi non la volete come gli altri poveri?”. E Bernardo risponde: "Noi non siamo come gli altri poveri perché eravamo ricchi e abbiamo voluto essere poveri. La nostra è una povertà volontaria, non di necessità e quindi noi non prendiamo denaro”.
Insomma, alla fine quella che sente Francesco è la responsabilità sociale…
Già, la responsabilità sociale! Questa è molto forte in Francesco e in Chiara. Anche Chiara e le sue compagne vivono, tutto sommato, col lavoro delle proprie mani e non se la passano affatto bene, l’inedia è sempre lì, in agguato. Uno dei miracoli di Chiara è che, essendo rimasto solo un pezzettino di pane, Chiara lo fa dividere in cinquanta fette, perché cinquanta erano le monache, il che, però, vuol dire che, con tutto il miracolo, le monache quella sera hanno mangiato una fetta di pane a testa. Basta! Col pane non c’era anche un pesciolino. Proprio dal racconto dei miracoli si vede benissimo che il monastero è un monastero apparentemente di clausura, in realtà assolutamente aperto, in cui Chiara si fa carico di una quantità di problemi: dal bambino a cui si è infilata una pietruzza nel naso al nobile che aveva mandato via la moglie perché non gli dava figli e lei lo chiama e gli fa tutta una predica... Ma questa attenzione ai problemi del prossimo la si vede dallo stesso modo con cui lei tratta le sue consorelle, con grandissimo affetto e fisicità: lei non ha assolutamente ritegno ad abbracciarle; se cadono in una disperazione anche fisica, per prima cosa lei fa da mangiare, cerca sempre di ristabilire la dignità del corpo.
Ma questo è qualcosa di molto francescano: non si può funzionare se il corpo non ha una sua dignità e se è trattato troppo male. Francesco non voleva nessuna penitenza, nessuna ascesi. Una volta che c’era un novizio che, credendo di far bene, s’era messo a digiunare e a un certo punto nella notte si era messo a gridare: "Io muoio, muoio, muoio di fame”, allora Francesco, per prima cosa, fece accendere le lucerne, chiamò i compagni e li fece mangiare tutti insieme perché lui non si vergognasse e poi gli disse: "Non fare mai più così”.
Quest’idea mi sembra molto bella e molto nuova: occorre prima che il corpo umano abbia una sua dignità e un suo equilibrio e poi si parla di Dio. C’è un fioretto che, a mio avviso, ha un significato molto profondo: un lebbroso soffre talmente che i frati non possono più sopportarlo perché li ingiuria, li tratta male. E allora i frati dicono: "Noi di questo lebbroso non ne vogliamo più sapere. Pensaci tu Francesco”. La reazione di Francesco non è quella di dirgli: "Ma perché fai così? Vedi, i frati sono così buoni…”. No. Lui, per prima cosa tocca il lebbroso e lo guarisce e solo dopo gli parla di Dio. Ecco, il prima e il poi mi sembrano molto importanti: prima bisogna riacquistare una dignità, poi quando si è uomini alla pari, ci si può parlare.
Quindi non una fede che "sfrutta” i problemi senza provare a risolverli…
"Sopporta perché acquisterai meriti in paradiso”? Ecco, questo discorso Francesco non lo fa mai. Francesco cerca di risolvere il problema. Quando ci sono i ladroni nel bosco e i frati non sanno bene come fare, lui dice: "Non è detto che siano ladroni per cattiveria. Possono esserlo per necessità. Per prima cosa voi gli portate il cacio, poi un altro giorno gli portate un pollo, un’altra volta gli portate un involtino. Quando vedete che stanno abbastanza bene, provate a parlargli di Dio”. Ecco, anche questo mi sembra straordinario come approccio verso chi ha dei gravi problemi di esistenza. Francesco non dice mai: "Rassegnatevi, soffrite e pensate al paradiso”. Cioè, mi sembra veramente un modo molto nuovo e, in un certo senso, tuttora condivisibile.
Ma lo stesso atteggiamento lo troviamo nel modo in cui Francesco risolve il problema di chi è di una confessione religiosa diversa, in un tempo, non dimentichiamolo, in cui la Chiesa è sempre in moto per le Crociate. Si può dire che Francesco nasca e muoia tra le armi… Ebbene, Francesco dice, e lo metterà nella regola, che i frati devono vivere tra i musulmani, per prima cosa, senza fare né liti né dispute, confessando di essere cristiani sottomessi a ogni creatura, quindi anche ai musulmani. Poi, se si è creata un’atmosfera di reciproco rispetto, aggiunge: "Se piace a Dio poi provate a parlare di Dio”. Basta. Quindi lui non dice: "Andate a predicare”. No, lui dice: "Vivete lì. E con l’esempio, vedete come stare”. Addirittura, quando torna, è talmente impressionato dalla dignità di questa gente, che copia alcune cose tratte dal Corano; in una lettera scrive: "Io vorrei che alla sera ci fosse sempre qualcuno che sale sul campanile e chiama tutti alla preghiera”, che è chiaramente il muezzin. Oppure, quando parla dei santissimi nomi di Dio, che richiamano proprio i novantanove nomi di Allah. Oppure quando raccoglie i nomi di Dio anche pagani e i frati chiedono: "Ma perché tu raccogli sempre questi nomi dove non c’è scritto Dio o Cristo, ma anche nomi pagani?”. Lui dice: "Perché Dio, che è il sommo bene, si trova in tutti i nomi”.
Questo atteggiamento è suffragato da una testimonianza di alcuni musulmani che, avendo visto dei frati messi male, offrono loro da mangiare e del denaro. Allora, se pensiamo che i musulmani, fino a quel momento, avevano visto solo il volto armato dei cristiani crociati, il volto, cioè, di predoni che venivano lì, nella terra dove loro avevano sempre abitato, per portare morte e distruzione, quella testimonianza dimostra che, forse per la prima volta, avevano incontrato qualcuno che il messaggio di Cristo: "Ama il prossimo tuo come te stesso”, lo metteva in pratica.
Quindi lui era andato in Egitto per vivere con i musulmani?
Certo, e può anche essere che non sia mai andato dal sultano. Purtroppo è stato spettacolarizzato quell’incontro col sultano, dove, fra l’altro, è tutt’altro che sicuro che ci sia stata la famosa proposta di Francesco al sultano: "Guarda, io sono pronto a buttarmi nel fuoco, fai entrare anche i tuoi consiglieri, chi ne esce illeso avrà la vera fede e quindi dovrà seguire la religione”, con l’altrettanto famosa risposta del sultano: "Mah, no, perché se poi hai ragione tu, qua scoppia la rivolta e mi linciano”. Ora, anche se fosse vera questa storia, che è raccontata soltanto da Buonaventura, quindi circa quarant’anni dopo la morte di Francesco, non si dice mai che il fuoco si sia acceso. Invece, dagli affreschi di Assisi in poi, si vede questa grande fiamma scoppiettante con i consiglieri che fuggono, umiliati e vigliacchi, evidentemente perché hanno paura, col che viene cancellato completamente tutto il discorso di Francesco e si riporta il grande problema del confronto con l’altro alla sfida. Fra l’altro, man mano che si va avanti, i musulmani che scappano sono sempre più connotati in maniera negativa: hanno la pelle scura, e nel Medioevo si parlava del diavolo come nero etiope, oppure, come negli affreschi di Assisi, hanno il tallit, quindi sono anche ebrei. E questi ebrei che fuggono, allo spettatore medioevale che aveva molto presente le immagini e sapeva leggerle, sono gli stessi che sotto la croce fuggono quando si rendono conto, squarciandosi il tempio, che quello era veramente il figlio di Dio.
Prima dicevi che Chiara si fidava delle compagne, le lasciava libere di decidere secondo coscienza. Francesco, però, un po’ meno…
Devo dire che, nonostante io ami tanto Francesco, umanamente gli si possono fare alcune critiche. Francesco, nel modo in cui ha organizzato i suoi frati, è molto più tradizionale di Chiara. Lui ha immediatamente immaginato una struttura piramidale con, appunto, i ministri e una gerarchia. Chiara non è così. Chiara ha alcune compagne discrete che la possono aiutare, ma è sempre aperta a tutte le monache; in lei, cioè, non c’è quest’idea di chi conta di più e chi conta di meno. E poi, certo, Francesco si fida un po’ meno perché viene anche molto osteggiato. In fondo lui è proprio travolto dal successo e non è un caso che, tornato dall’Egitto, dia le dimissioni. Lui dice "per salute”, ma è anche perché i frati non lo seguono più tanto, tanto è vero che la discussione se rimanere fedeli o no alla sua idea di una povertà acerrima è forte. Francesco rimane il capo carismatico, ma in realtà è molto contestato. E in effetti l’ordine cambia. Se pensiamo che Francesco diceva che occorreva avere solo delle capannucce di legno e ricevere soltanto il cibo per quel giorno e basta e invece i francescani arrivano all’Università di Parigi, mettono su dei bei conventi, hanno i codici…
Durante la vita di Francesco?
Durante la vita di Francesco no. Però il successo e il pericolo connesso lui li vede arrivare. Quando, per esempio, Antonio da Padova gli chiede il permesso di insegnare teologia, Francesco gli scrive una lettera molto secca in cui glielo concede "purché questo non affievolisca l’amore della carità e l’attenzione al prossimo”. Sant’Antonio scriveva delle prediche in latino bellissime, un latino tutto biblico, pieno di citazioni, era un grande predicatore e aveva grande successo, certamente era proprio il tipo di frate che Francesco non avrebbe voluto fra i suoi.
Vorrei tornare sul carattere di Francesco. Si ha l’impressione di un’ambizione enorme...
Mah, lui certamente vuole qualcosa di smisurato. A questo proposito ho letto, proprio recentemente, un testo che mi ha illuminato e confermato in quello che pensavo, il De Profundis di Oscar Wilde, questa lunghissima lettera che lui scrive dal carcere al suo sciagurato amico. C’è una lunga parte in cui Wilde parla di Cristo e alla fine dice: "Tutto questo che ti ho scritto di Cristo non potrei applicarlo a nessun altro se non a San Francesco”. Francesco ha veramente questo progetto che riguarda tutta l’umanità. Lui non ha mai l’idea, che so, di fondare un ospedale tipo Madre Teresa di Calcutta… Tutto sommato, delle singole persone non gliene importa gran che. Ma non vorrei essere fraintesa: lui certamente ha compassione del povero e se vede un lebbroso interviene, sicuramente non chiude gli occhi. Però la sua idea principale non riguarda il singolo, ma tutta l’umanità.
Quello che a lui più interessa, secondo me, è tirare fuori la libertà delle persone. Cioè, per lui, in realtà, fra una persona povera e che sta male fisicamente e una persona le cui qualità sono appannate e chiuse dal desiderio di ricchezza, dai desideri del mondo, dalle preoccupazioni delle cose terrene non c’è differenza perché in entrambi i casi la libertà è conculcata. Quando lui dice: "Fate penitenza”, e lo dice anche ai musulmani, che avrebbe poco senso, intende la paenitentia proprio come nei vangeli quando si racconta che Giovanni Battista diceva che bisognava dare frutti degni di penitenza. E questi frutti quali erano? Per esempio, diceva, gli esattori delle tasse devono smettere di vessare le persone chiedendo sempre di più, oppure, i militari devono smettere di torturare le persone. Quindi, quello che lui intende quando dice "frutto di penitenza” è proprio la parola greca "metanoia” che in latino si traduce o "paenitentia” o "conversio”.
Cioè, la sua idea è che ci deve essere un grandissimo rivolgimento interiore. Questo è il suo punto direi proprio fondante. E per questo lo dice anche ai musulmani. Siccome lui, tra l’altro, vuol sempre vedere il punto che unisce le persone, non quello che divide, dice: "Io mi sento fratello con i miei cristiani, voglio che anche voi vi sentiate fratelli con me, fratelli tutti insieme cercando di vedere il bene comune, cioè le cose che ci accomunano”. Per questo, chiede anche ai musulmani di fare un profondo rivolgimento interiore. La grandezza di Francesco, secondo me, sta proprio nell’avere concepito un progetto per tutta l’umanità e che riguarda, appunto, la libertà dell’uomo, nel senso di libertà interiore, nel senso di tirar fuori tutto il bene che uno ha. Per questo non vuole il possesso perché pensa che qualunque cosa gli impedirebbe la comunanza con gli uomini. Lui non vuole essere povero per soffrire. Per esempio, quando il vescovo gli dice: "Ma perché non volete avere una casa, la vostra vita è troppo dura”, Francesco risponde: "Perché se avessimo una casa, dovremmo avere subito una spada per difenderla”. La proprietà, quindi, come cosa che immediatamente ti spinge a opporti agli altri, e magari ti porta a invidiarli e a cercare di avere di più. Ecco, questo lui non lo vuole.
Lo ripeto: la sua grandezza sta nell’aver avuto un’idea che serve per tutti, perché è veramente un’ideologia. E non è legata ai problemi dei singoli, che certo lui andava curando e aiutando. Anche Cristo, se ci pensi, ha cominciato con dei poveri pescatori ed erano tre o quattro, ma pensava di essere venuto per tutti, non solo per quelli che avrebbe convertito, ma per tutti, anche quelli a venire. Francesco si sente ugualmente investito da questa forza. Lui dice: "E’ l’Altissimo che mi ha mandato”….
Alla fine per Francesco la domanda che conta è: quand’è che la vita vale la pena di essere vissuta? Lui risponde con i mezzi del Vangelo.
Ma questo senso di voler fare qualcosa di grande l’aveva forse da ragazzo, quando aveva tentato di diventare cavaliere…
Certo, lui era una persona ambiziosissima. Perché voleva appunto uscire da questa sua condizione di uomo ricco ma pur sempre di rango inferiore, solo un mercante. Suo padre aveva un patrimonio gigantesco, anche perché esercitava l’usura, e voleva che il figlio diventasse cavaliere, facesse, cioè, proprio un salto sociale. Ecco, l’ambizione di Francesco, quando si converte, cambia di segno, ma resta fortissima: si sente mandato da Dio.
Leggendo queste sue lettere che solo apparentemente sono semplici, ma dove non c’è mai una parola messa a caso, viene fuori questa sua ferma convinzione: bisogna appunto liberare l’uomo interiore. Tutti i talenti che Dio dà bisogna tirarli fuori e non lasciare che restino sepolti sotto le preoccupazioni mondane.
Chiara è più dedita al piccolo gruppo…
Lei resiste, resiste fino all’ultimo. Teniamo presente che Francesco muore nel ’26 e lei va avanti almeno altri venticinque anni. Anche lei subisce una serie di rovesci: si appoggia a frate Elia che ha preso le redini dell’ordine, ma che poi, essendosi spostato verso Federico II, viene scomunicato e non può più sostenerla; poi lei inizia un’amicizia con la principessa Agnese di Boemia, che entra in monastero e vorrebbe seguirla, anche come modo di vita (abbiamo le lettere di Chiara ad Agnese, molto belle). Per Chiara sarebbe stato molto importante che Agnese riuscisse a seguire lo stile di vita suo e delle compagne perché, a quel punto, lei avrebbe avuto l’appoggio di un personaggio regale. Invece il Papa, anzi una serie di papi, le si oppongono nel modo più fermo. Tant’è che Agnese di Boemia riuscirà a seguire Chiara, ma solo dopo la sua morte. Quindi Chiara si ritrova sempre da sola. La sua regola viene approvata due giorni prima che lei muoia. E solo per San Damiano, non per tutti i monasteri. Dopodiché, come se non bastasse, il Papa, Urbano IV, subito dopo la sua morte riscrive un’altra regola in cui le sorores, che vanno fuori dal monastero, diventano servitiales, cioè diventano serve, non più a pari con le altre monache. Si riconoscono anche dall’abito perché hanno il velo bianco come le novizie, quindi sono monache di rango inferiore. Ed è straordinario che a tutt’oggi le monache possono scegliere fra due regole: o la regola di Chiara o la regola di Urbano IV. Quindi abbiamo le urbaniste, con monasteri chiusissimi, dove la clausura è interpretata proprio come segregazione dal mondo; e poi le clarisse, con monasteri di clausura, ma aperti alla gente, dove, addirittura, l’abito arriva solo sotto il ginocchio e il velo è qualcosa così, di provvisorio. Insomma, è tutto un altro modo.
Tu hai parlato della dignità del corpo. Però Francesco e Chiara non è che trascurassero la salute?
Direi proprio di no, per i frati non c’era questo problema. La salute di Francesco è un caso particolare. Va malissimo intanto proprio per la sua costituzione. Lui da giovane combatte e viene sconfitto nella grande lotta tra Assisi e Perugia e sta un anno in queste terribili prigioni, dalle quali torna col fisico minato. Poi è certo che prende la malaria, non del tipo che si muore (fra l’altro, le fonti spiegano abbastanza bene i vari picchi della febbre) però certamente non ti fa star bene. Il disastro avviene quando lui va in Egitto, perché lì si ammala di glaucoma agli occhi e, cosa più tremenda ancora (questa è una mia scoperta recente), prende la schistosomiasi, una malattia molto grave, causata da invasione di parassiti, che menoma gravemente la vita e conduce alla morte. Lui stava in riva al Nilo e certamente si lavava nel fiume e Tommaso da Celano, che descrive l’atroce agonia di Francesco, proprio gli ultimi tempi, parla proprio di un Francesco idropico con questa grandissima pancia gonfia e sbocchi di sangue, che sono gli inequivocabili sintomi di quella malattia.
Ma questo riguarda Francesco, nessuno dei frati sta male. Vivono tutti molto a lungo. Frate Leone muore a più di settant’anni, che per una vita medioevale va benissimo.
Ecco, quelle che stanno peggio sono senz’altro Chiara e le compagne perché, volendo vivere del lavoro delle proprie mani, ma avendo però da parte del Pontefice una serie di limitazioni, ricevono molto poco e quindi hanno poco da mangiare. E in più ci sono questi digiuni imposti dal Papa, tanto che, a un certo punto, anche Agnese di Boemia scrive a Chiara dicendo: "Ma noi non riusciamo a mangiare così poco. Voi cosa fate?”. Veramente, sembra quasi ci sia del sadismo nella prescrizione dei digiuni che la Chiesa impone a queste povere donne. Stavano veramente male, erano sottonutrite.
Francesco aveva un problema agli occhi?
Sì, lui aveva questa continua lacrimazione e sappiamo che per tentare di risolvere il problema praticarono anche la cauterizzazione, proprio col ferro rovente. Naturalmente non servì a niente. E allora, siccome soffriva moltissimo anche la luce, Francesco prese ad andare in giro con un grande cappuccio cercando di stare il più possibile al buio. Insomma, alla fine, era quasi cieco. Per il resto, aveva delle fasce sia alle mani che ai piedi e alla lunga andava con l’asino perché non riusciva più a camminare. Negli ultimi anni lui si sposterà molto poco e infatti tutte le sue lettere sono della fine della vita. Non potendo più andare in giro a predicare lui detta e c’è qualcuno che scrive.
Nella prima intervista che ti facemmo, tanti anni fa, a proposito delle stimmate, tu ipotizzavi che Francesco avesse preso la lebbra…
L’avevo detto, ma come una possibilità remota. Direi che quel che è certo, e mi sembra la cosa più importante da ricordare, è che Francesco non ne ha mai parlato e che quando qualcuno ha visto questo sangue (teniamo presente che i frati, presumibilmente, erano sollecitati dall’idea di una conformità di Francesco, per la vita che faceva, con Cristo) Francesco rispose: "Curam habe de facto tuo”, "Abbi cura del fatto tuo”, cioè: "Fatti i fatti tuoi”. E questa è l’unica risposta sulle stimmate. Quindi Francesco non ne ha mai parlato e, nonostante quello che si dice e che soprattutto Bonaventura vuol dire, è certo che nessuno ha visto le stimmate in vita. Quel che penso sia certo è che avesse molte piaghe.
Dopodiché, l’idea che mi sono fatta è che Elia, che è il primo che ne parla, si sia trovato insieme ad altri di fronte al corpo di Francesco, nudo, che viene preparato per il funerale, e che di fronte a tutte quelle piaghe che nessuno aveva mai visto, qualcuno abbia esclamato: "Ma sembra veramente un Cristo crocifisso” e che questo abbia poi spinto Elia a parlare di stimmate. Ora, frate Elia, nel momento che Francesco è morto, vorrebbe prendere le redini dell’ordine (invece poi non sarà eletto) e ha interesse a fare, diremmo con parole un po’ brutte, uno scoop; infatti, prima ancora che la Chiesa dichiari Francesco santo, lui manda questa lettera circolare a tutti i frati dell’ordine in cui dice che sul corpo di Francesco si sono viste queste stimmate che sono un miracolo mai successo prima se non al figlio di Dio. Ma io tendo a pensare che Elia fosse veramente in buona fede, che proprio questo corpo così piagato gli abbia ricordato il corpo di Cristo e quindi poi abbia parlato di stimmate. Poi, se avesse avuto anche delle piaghe alle mani e ai piedi, perché no? Era talmente ridotto male...
I frati andavano a piedi. Ma che distanze coprivano?
Enormi. Se pensi che da Assisi Francesco è arrivato a Damietta, sul delta del Nilo… C’è stata anche una nave, però chilometri e chilometri li ha fatti a piedi, Sì, camminavano tantissimo, avevano molto tempo davanti, per cui partivano... non so quanto potessero fare in un giorno, quanti chilometri, una trentina… Certamente doveva essere una vita faticosa, che usurava, anche perché non avere mai un riparo, se non di fortuna, per dormire… Noi sappiamo che c’erano anche molti monumenti romani in disuso e quindi dormivano lì, oppure chiedevano ospitalità e dormivano nel forno per fare il pane… Quando nel 1220 Francesco deve tornare all’improvviso dall’Egitto perché la sua fraternità si sta dividendo senza una guida, passa dalla Siria a prender su frate Elia perché, prevedendo di dover andare a Roma a discutere con la Curia, voleva avere con sé frati importanti. Per dire, frate Elia stava in Siria, ma altri confratelli erano in Germania, in Inghilterra...
Sembra un megalomane. Mandava frati ovunque, a due a due…
Per il mondo, certo… O tu pensi che fosse pazzo o vedi quel suo grande progetto.
Doveva avere un carisma eccezionale...
Lui si descrive brutto e certamente era molto piccolo e malandato. Però tutti dicevano che aveva una voce straordinaria e quindi doveva avere una capacità comunicativa incredibile. E aveva anche la capacità di mettersi sempre dal punto di vista dell’altro. Quando predica ai cavalieri, per esempio, comincia con una canzone d’amore anche molto spinta e questi subito si fermano ad ascoltarlo.
Insomma, io penso che di persone così ne capitano poche nella storia. Ci sono altri santi, altrettanto famosi, ma a mio avviso sono un’altra cosa. Santa Caterina da Siena, che è una grande santa, la vediamo molto legata alla situazione politica, al papato. Ed è anche molto meno simpatica: dava la farina andata a male dicendo che poi la Madonna avrebbe fatto il miracolo, o dava via i vestiti degli altri, dei suoi familiari…
Col padre, Francesco s’è mai riconciliato?
Le fonti non lo dicono. Probabilmente no. Anche se deve essere stato un trauma da tutte e due le parti. C’è quel romanzo di Bacchelli, "L’occhio del padre”, molto bello, che è proprio tutto giocato su questo dolore atroce che prova il padre, perché anche le fonti medioevali ci dicono che Francesco era il prediletto in famiglia, tutti pensavano sarebbe diventato un grande principe. Certamente il padre aveva puntato molto su di lui, quindi la rottura deve essere stata una cosa terribile. Ma anche per Francesco non deve essere stato tanto semplice, perché lui aveva venticinque anni quando si converte, il che, per un uomo medioevale, vuol dire circa dieci anni in più. Era un uomo fatto, ricco, abituato ad una vita molto bella, dispendiosa. Anche questo mi sembra bello: le fonti ci permettono di vedere una conversione che è molto lunga, che dura molti anni, con passi avanti ma anche passi indietro, con Francesco che si converte, ma ogni tanto ritorna ai festini...
E Chiara invece?
Ecco, Chiara è risolutissima. Aveva un coraggio straordinario: a diciotto anni esce di casa e non torna mai più. Ma non "rompe”, anzi. Dalla parte femminile aveva già un grande sostegno, perché in seguito entrano in convento la madre, due sorelle e due cugine. E si vede che, a quei tempi, pensavano che almeno una sorella e la mamma sarebbero diventate sante, perché ci sono degli affreschi in cui le si vede già con l’aureola…
Fa impressione pensare alla forza che hanno avuto entrambi…
Eh sì, una forza veramente straordinaria…
(a cura di Gianni Saporetti)