Simone Susskind, belga, deputata socialista al parlamento di Bruxelles, è stata presidente del Centro comunitario laico ebraico ed è impegnata con Action Sirye a favore dell’opposizione democratica siriana; ha fondato "Actions in the Mediterranean” per il dialogo tra israeliani e palestinesi e per il dialogo tra ebrei e arabi in Belgio.

In questi ultimi mesi si è parlato molto del Belgio, in particolare del quartiere di Molenbeek.
Ci tengo a sottolineare che il problema non è belga, ma di tutta l’Europa. In Belgio le prime ondate di immigrazione risalgono agli anni Cinquanta, quando furono firmati degli accordi con il Marocco e la Turchia per risolvere il problema della mancanza di manodopera nelle miniere e nelle fabbriche.
All’epoca arrivarono molti uomini soli con l’intenzione di ritornare a casa propria. Come sappiamo, questo non è avvenuto: al contrario, grazie ai ricongiungimenti familiari, sono arrivate le mogli e i figli. La gestione di questo flusso migratorio da parte delle autorità belghe non è stata adeguata. Questi immigrati hanno finito con il vivere in comunità chiuse e isolate.
Oggi si dice che dobbiamo impegnarci per l’integrazione degli immigrati. Purtroppo sarebbe stato meglio agire prima: la seconda e la terza generazione in fondo hanno ricevuto in eredità i problemi di un’immigrazione mal governata; questi problemi sono andati aggravandosi all’indomani della crisi economica.
Si è parlato molto di Molenbeek, ma in ­realtà il nostro modello di integrazione, a differenza di quello francese, non è fatto di ghetti. Certo, molti giovani partiti per la Siria venivano da lì, ma c’è anche chi viveva invece nelle Fiandre o in altre località, meno in Vallonia. In fondo i nostri numeri sono meno problematici di quelli francesi. Alcuni figli di immigrati turchi e magrebini sono diventati professori universitari, ricercatori, capi d’azienda, hanno fatto carriera politica, sono diventati pure ministri. Molti hanno fatto carriera anche grazie al voto comunitario, perché all’inizio vengono eletti principalmente dalla loro comunità.
La giunta socialista di Molenbeek è stata accusata di aver sottostimato il problema del radicalismo.
Probabilmente degli errori sono stati fatti. Però il precedente sindaco Moreaux ha fatto un lavoro importante nel campo dell’istruzione pensando proprio ai figli di immigrati. A Molenbeek ci sono molte organizzazioni e iniziative di sostegno all’integrazione. Molti giovani sono stati capaci di superare le difficoltà e di affermarsi, altri purtroppo si sono rivolti all’estremismo religioso. 
Il Belgio, in proporzione ai suoi abitanti, è uno dei paesi dove si registra il più alto numero di partenze di giovani per la Siria. È un segnale che deve farci riflettere. Cosa rappresenta per loro questo movimento terroristico? Cosa immaginano? Sono domande che dobbiamo porci. Purtroppo manca un lavoro sui giovani: bisogna agire a monte, capire le dinamiche, così da prevenire sia la radicalizzazione che le manifestazioni di odio dettate dai pregiudizi e dalle generalizzazioni.
Durante la guerra a Gaza, accanto alle manifestazioni di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese, abbiamo assistito a vere espressioni di odio nei confronti degli ebrei: si tende a sovrapporre ebreo e israeliano o a sionista e a fare di tutta l’erba un fascio.
Si perdono di vista le differenze, ed è proprio così che nascono gli stereotipi. Per questo è così importante lavorare proprio sulle distinzioni. I giovani di origine musulmana devono saper distinguere le cose. È un lavoro fondamentale e deve essere accompagnato da una presa di coscienza collettiva. La radicalizzazione riguarda tutti noi, perché alcuni giovani si radicalizzano e partono per la Siria, ma altri si radicalizzano e restano qui da noi. Le cause di questa situazione sono diverse: ci sono ragioni sociali, economiche, la disoccupazione, la difficoltà d’immaginare un futuro e poi c’è il conflitto israelo-palestinese che può innescare un corto circuito.
E poi c’è la situazione internazionale. Le primavere arabe avevano suscitato tante speranze...
È stato illusorio sperare che la primavera araba indirizzasse tutti quei paesi verso la democrazia in pochi anni. In Europa ci sono voluti due secoli, dalla Rivoluzione francese, e due guerre mondiali e speriamo che la situazione non debba mutare. È stato assurdo, quindi, sperare che questi paesi raggiungessero la democrazia come la intendiamo noi nel giro di quattro-cinque anni. Il paese che potrebbe fungere da modello per la regione è la Tunisia: pur essendo circondata da paesi in crisi, come la Libia, sta vivendo un processo di democratizzazione molto interessante, che però va sostenuto.
Non possiamo poi negare che i drammi che sta attraversando la regione sono, in gran parte, una nostra responsabilità. L’intervento occidentale in Libia non ha avuto continuità: ci siamo limitati a bombardare fino alla morte di Gheddafi, poi abbiamo lasciato a se stesso un popolo con un passato tribale. In Siria abbiamo lasciato che il regime massacrasse un popolo che manifestava per la libertà. Bisognava fermare Assad già tre anni fa, ma non l’abbiamo fatto.
Abbiamo accumulato errori per mancanza di comprensione e visione strategica. Resta il fatto che tutti i popoli di quest’area aspirano alla libertà, alla democrazia, allo sviluppo economico, ma questo processo richiede molto tempo, per motivi interni ed esterni. La radicalizzazione e l’islamismo sono legati a questo processo e lo rallentano, così come il fascismo e il nazismo hanno rallentato questo stesso processo in Europa. La democrazia non si trova alla fine di un sentiero ricoperto di petali di rose. È un percorso difficile, faticoso. Per questo, è importante sostenere la società civile, stare accanto alle donne dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente e lavorare, a livello europeo, a una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese.
Oggi la situazione in Medio Oriente è desolante: tutto il lavoro che abbiamo fatto in circa venticinque anni, coinvolgendo donne israeliane e donne palestinesi, è andato in fumo. Man mano che la situazione peggiora, le donne palestinesi impegnate in iniziative accanto alle donne israeliane sono soggette a forti critiche da parte della loro comunità, e viceversa. Io, però, non ho perso la speranza. In Israele qualcosa si muove: donne ebree e palestinesi continuano a organizzarsi, manifestano insieme per la pace e contro la politica del governo. Sarebbe importante che l’Unione europea non si limitasse a stanziare dei fondi, ma che assumesse un ruolo politico.
Se non ci impegniamo a risolvere questo problema, entro trent’anni Israele sarà uno stato bi-nazionale, colmo di tensioni e conflitti. I palestinesi, a giusto titolo, rivendicheranno il principio di "un uomo un voto”. A quel punto, gli israeliani che ne hanno le possibilità e che hanno un passaporto europeo lasceranno il paese, pur di garantire un futuro ai loro figli. Se non facciamo quello che bisogna fare, sarà una tragedia.
Dicevi del cortocircuito che si crea tra il disagio delle comunità musulmane in Europa e il conflitto israelo-palestinese.
Se ripensiamo agli attentati di Parigi e Copenaghen, è evidente che i terroristi volevano attaccare da una parte la libertà di espressione e dall’altra gli ebrei. Non ci sono stati solo l’attentato all’Hyper Cacher a Parigi, gli attacchi alla sinagoga e al centro culturale di Copenaghen, ma prima ancora l’attentato al museo ebraico di Bruxelles, e quello di Tolosa per mano di Merah. Credo sia una forma di antisemitismo primario che si nutre, in questi giovani, dell’odio per lo stile di vita occidentale, dell’odio verso le comunità ebraiche. Questi episodi hanno generato un diffuso sentimento di insicurezza, la percezione di essere minacciati.
La comunità ebraica belga è piccola, parliamo di 40.000 ebrei, di cui 20.000 a Bruxelles e 20.000 ad Anversa; inoltre, pur avendo un ruolo simbolico importante, a differenza di quella francese, non ha un vero peso politico.
A confondere ulteriormente la situazione, Netanyahu ha invitato gli ebrei francesi, danesi ecc. ad andare in Israele, dove sarebbero più protetti. Sia il rabbino capo danese che il presidente della comunità ebraica di Copenaghen gli hanno ricordato che loro sono prima di tutto cittadini danesi, oltre che ebrei, quindi è fuori discussione che lascino la Danimarca. In Francia, l’impatto dell’attentato a Tolosa ha spinto alcuni cittadini ebrei a emigrare anche perché l’atmosfera non è piacevole: alcuni ebrei si sentono additati quando portano la kippah; inoltre, i luoghi che frequentano sono sempre più protetti, per cui hanno effettivamente pensato che, andando in Israele, sarebbero stati più al sicuro. Probabilmente, pensano anche che in Israele sia più facile "essere ebrei” soprattutto per chi è praticante. Questo non significa che la partenza per Israele sia definitiva. Le autorità israeliane non parlano di chi, dopo aver lasciato la Francia per Israele, è poi rientrato in Francia, e neanche degli israeliani che lasciano Israele per trasferirsi a Berlino o altrove. 
Tu sei impegnata nel dialogo tra ebrei e musulmani...
Il vero problema, secondo me, è che i rapporti tra gli ebrei e le comunità di origine musulmana non migliorano, anzi peggiorano. E il conflitto israelo-palestinese, come dicevamo, è un catalizzatore.
Però non c’è solo questo, ci sono anche segni di speranza. A Oslo mille musulmani hanno fatto una catena umana attorno alla sinagoga della città, proprio per dire che i musulmani "proteggono” la piccola comunità ebraica norvegese. È stato un gesto molto forte. A Bruxelles c’è stata una manifestazione organizzata dalle varie religioni, musulmana, ebraica, protestante, cattolica e dai laici per dire no all’odio, no al rifiuto delle altre religioni, no al rifiuto della diversità d’opinione. Ci sono imam e rabbini che insieme hanno lanciato appelli contro gli episodi di violenza.
Certo il lavoro è lungo.
Qui la politica ha un ruolo fondamentale. Quando parlo di politica, mi riferisco anche ai politici locali. All’interno del gruppo socialista, ci sono molti politici di origine marocchina e turca con i quali sto lavorando per superare le generalizzazioni e gli stereotipi.
Puoi raccontare dei progetti che fate?
In questi anni ho capito che la cosa fondamentale è creare momenti di incontro e che bisogna partire dalla scuola secondaria. Abbiamo così lanciato il progetto Israel-Palestine: pour mieux comprende. L’obiettivo era proprio quello di far capire ai liceali che il conflitto israelo-palestinese non è solo bianco o nero, c’è anche una grande zona grigia; è un conflitto molto complesso, impregnato di stereotipi e generalizzazioni.
Il nostro progetto comprende attualmente tre classi di tre diverse scuole di Bruxelles: la prima è frequentata dai figli della borghesia e solo pochi studenti di origine magrebina riescono a completare gli studi; la seconda scuola, che si trova qui vicino, è mista: ci sono molti studenti di origine musulmana e molti studenti ebrei sono andati via; l’ultima, è un istituto professionale dove gli studenti sono in gran parte figli di immigrati, in generale musulmani. Questi ragazzi hanno seguito dei corsi di storia per conoscere intanto la cronologia degli eventi degli ultimi secoli. Ho chiesto al professore di storia di mostrare loro delle mappe per indicargli dove si trovano la Palestina, Israele, Gerusalemme ecc.
Sempre nell’ambito di questo progetto abbiamo portato quarantacinque studenti di scuole diverse al cinema a vedere due film: "Dancing in Jaffa”, che parla appunto dei palestinesi che vivono a Jaffa, e poi "Tinghir-Jérusalemm, les echos du Mellah”, sul destino della comunità ebraica che viveva nel villaggio berbero di Tinghir in Marocco. Il regista, Kamal Hachkar, è un giovane franco-marocchino, insegnante di storia, i cui genitori erano appunto originari di questo villaggio; dopo essersi trasferiti in Francia, tornavano a Tinghir ogni estate. Kamal ha iniziato a percepire un’assenza, qualcosa di cui non si parlava, così ha intervistato gli anziani del villaggio per far riaffiorare la memoria degli ebrei emigrati negli anni Sessanta. Il giovane è poi andato in Israele, dove ha ritrovato alcuni di questi ebrei che erano partiti con l’intera famiglia. È riuscito infine a costruire un ponte virtuale tra questi.
Poi abbiamo fatto vedere ai ragazzi uno spettacolo, "Al-Quds”, un one-woman show interpretato da un’attrice franco-marocchina che nello spettacolo riflette sulla sua identità di marocchina e musulmana con passaporto francese; una donna che cerca di capire come gestire tutti questi aspetti della sua identità, a cui oltretutto capita che la migliore amica la invita ad andare in Israele e quindi deve spiegare alla sua famiglia e agli amici che va dal "nemico”; nel suo spettacolo cerca di disfarsi di tutta una serie di stereotipi. È uno spettacolo bellissimo!
Nella seconda parte del progetto abbiamo incontrato i testimoni. Abbiamo ospitato un’israeliana e un palestinese, membri di un’associazione che riunisce seicento famiglie di vittime. Negli ultimi vent’anni di violenze, ognuna di queste famiglie ha perso qualcuno: un figlio, un padre, una sorella, un parente vicino. Affrontano il dolore lavorando sulla riconciliazione. È stato un incontro molto forte. Mentre erano qui, ne ho approfittato per portarli a Molenbeek affinché incontrassero dei magrebini molto pro-palestinesi. Sia per i magrebini presenti all’incontro che per gli studenti è stato sconvolgente incontrare un’israeliana e un palestinese che lavorano nella stessa associazione per il perdono e la riconciliazione.
Il giorno seguente ho ricevuto un messaggio da una donna di origine marocchina, che aveva partecipato all’incontro, che diceva:  "Ci tenevo a ringraziarla per questo fantastico incontro con delle persone esemplari, per averci permesso di scoprire la loro profonda sensibilità e la loro sofferenza, di cui non sapevamo nulla. La loro testimonianza è stata toccante e meravigliosa. È grazie a persone come voi e loro che, come quest’uomo e questa donna, altri trovano il coraggio di uscire dall’ombra e di cercare un futuro migliore per i loro popoli. Grazie davvero!”.
Abbiamo anche ospitato una ragazza israeliana che è stata nell’esercito e che attualmente è una delle direttrici dell’associazione di ex soldati, "Breaking the silence”, e raccoglie le testimonianze dei soldati che lavorano nei territori.
Siete infine andati con gli studenti in Israele e Palestina.
Siamo partiti con quaranta studenti, i professori e alcuni responsabili belgi e ci siamo fermati una settimana. Prima di partire i ragazzi ci hanno chiesto di passare del tempo tra di loro per conoscersi. La metà degli studenti è di origine musulmana, tre di loro non sono europei (un turco e due marocchini). Ho chiesto che in aeroporto i musulmani e i non musulmani venissero trattati allo stesso modo, sia all’andata che al ritorno. Preferivo che ci perquisissero tutti, che controllassero le valigie a tutti. Diversamente l’intero nostro progetto sarebbe andato in fumo. Da questa importante esperienza è stato tratto un video che sta avendo un grande successo. Chiaramente è solo un primo passo, bisognerà realizzare altri progetti del genere.
Quello che abbiamo imparato da questi progetti è che dare alle persone la possibilità di incontrarsi e conoscersi può essere la chiave di volta. E qui non parlo solo di ebrei e di musulmani, ma anche degli stessi belgi. Bisogna creare occasioni di interazione,   di scambio tra la gente. Io, per esempio, cerco di far incontrare le giovani mamme ebree con le giovani mamme musulmane che altrimenti non si vedrebbero nemmeno. Prima di partire, ho incontrato i genitori di questi ragazzi perché tutti, chiaramente, erano preoccupati per la sicurezza del viaggio. Uno dei genitori mi ha chiesto se suo figlio sarebbe potuto andare veramente a pregare in moschea, gli ho risposto che chiaramente è previsto anche questo e lui mi ha detto che gli sarebbe piaciuto tantissimo accompagnarlo. Una mamma mi ha chiesto se suo figlio avrebbe potuto mangiare halal e, prima che riuscissi a rispondere, un’altra mamma ha risposto che ovviamente sarà possibile perché halal e kosher sono la stessa cosa. Ne è nata una conversazione culinaria sulle differenze tra halal e kosher. Purtroppo, questi incontri sono molto rari, si vive isolati, non ci sono momenti di scambio, di interazione, manca proprio l’occasione di parlarsi di persona, di conoscersi.
Abbiamo deciso di andare in Israele e in Palestina perché gli studenti si potessero confrontare con i loro coetanei israeliani e palestinesi della comunità arabo israeliana. Credo che in futuro ci concentreremo sul lavoro che si può fare qui. Organizzare un viaggio di una settimana per cinquanta persone è molto costoso. In fondo può bastare una serata per far riflettere la gente. Ecco, bisogna moltiplicare tutte queste iniziative. Il progetto pilota che abbiamo fatto con le scuole potrebbe essere riproposto in altri paesi europei dove sono presenti grandi comunità musulmane.
In Francia ci sono già iniziative simili: la mamma di Imad Ibn-Ziaten, il soldato d’origine marocchina ucciso da Merah a Tolosa nel 2012, oggi dedica tutto il suo tempo a incontrare gli studenti delle scuole nei quartieri difficili per promuovere la cultura del dialogo e della convivenza.
(a cura di Bettina Foa.
Per la foto ringraziamo l’intervistata)