Nunzia Augeri, saggista e traduttrice di testi di diritto, economia, scienze politiche per vari editori, da giovanissima ha collaborato con Lelio Basso nella redazione della rivista "Problemi del Socialismo”. Il libro di cui si parla è L’estate delle libertà. Repubbliche Partigiane e Zone Libere, Carocci editore 2014.

Nell’estate del ’44 in Italia settentrionale e lungo l’Appennino in alcune zone liberate si sperimentarono forme originali di autogoverno democratico. Puoi raccontare?
Nel libro cito in tutto ventotto zone libere, più una ventinovesima, quella di Maschito, che è particolare. Le ventotto zone sono quanto di più eterogeneo, e talvolta folclorico, si possa immaginare, ma erano vere amministrazioni; non parliamo quindi di partigianato combattente. Certo c’era il commissario politico partigiano che faceva da trait d’union, ma poi le amministrazioni erano davvero civili e dentro c’erano anche i contadini, spesso semianalfabeti, o, come nel caso di Maschito, analfabeti del tutto, che per la prima volta si rendevano protagonisti della storia di questo Paese.
Direi che le Repubbliche partigiane principali sono state tre. L’Ossola è sicuramente la più importante, anche per la sua posizione al confine con la Svizzera, dove si erano rifugiati molti intellettuali italiani che, appena seppero della liberazione di quel territorio, scesero per partecipare. C’erano Umberto Terracini, che qualche anno dopo firmò la Costituzione italiana, e curava il bollettino della Repubblica dell’Ossola; Franco Fortini, allora giovane sottufficiale, che di quell’esperienza ci ha lasciato lo splendido libro "Sere in val d’Ossola”; c’era Concetto Marchesi, che da Rettore dell’Università di Padova si era rifugiato in montagna con i suoi allievi; e ancora Gianfranco Contini, Massimo Bonfantini e tanti altri. Durante il periodo della repubblica dell’Ossola Gisella Floreanini fu la prima donna a conquistare di fatto la carica di Ministra in Italia (con delega all’Assistenza e ai Rapporti con le organizzazioni popolari). Teniamo presente che all’epoca alle donne non era neppure riconosciuto il diritto di voto.
Sempre per via del confine, all’Ossola arrivarono i giornalisti stranieri, e così tutto il mondo seppe che gli italiani erano in grado di governarsi da soli, che c’era una classe dirigente democratica pronta a prendere in mano il paese.
Le altre due repubbliche importanti sono quella della Carnia, in Friuli, che durò tre mesi, e quella di Montefiorino, a ridosso della linea gotica.
La Carnia riuscì a emettere una legislazione delle più avanzate; tanto per cominciare, diedero il voto alle donne, ma in quanto capifamiglia. Inoltre introdusse una prima forma di democrazia diretta, che si rifaceva al comune rustico, che è appunto l’assemblea dei capifamiglia. I capofamiglia erano anziani o donne -gli uomini erano dispersi sui fronti di tutta Europa, o sulle montagne.
La Repubblica della Carnia introdusse perfino un proprio sistema di fiscalità, stabilita con criteri che poi verranno accolti nell’art. 53 della Costituzione. I redditi venivano divisi in otto scaglioni, tassati con criterio progressivo. Da Montefiorino invece passò in Costituzione l’art. 54, tale e quale come l’aveva scritto il sindaco della Repubblica partigiana: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Le repubbliche di cui parliamo nascono tutte nell’estate del ’44, per ovvie ragioni. I tedeschi, in grossa difficoltà, si limitano ormai a tenere le aree più importanti, le grandi vie di comunicazione, le grandi città e i luoghi dove c’erano aziende che ancora potessero servire. Devono invece abbandonare le montagne. Ci sarebbe la repubblica di Salò, però in montagna il fascismo aveva attecchito poco. Teniamo conto che il fascismo "passava” soprattutto attraverso la scuola, ma da quelle parti a otto anni i ragazzini erano già a lavorare! Inoltre, nelle Alpi c’era una tradizione secolare di emigrazioni stagionali. Queste persone andavano e venivano dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia, dove avevano contatti con i movimenti socialisti e cooperativi; lavoratori magari semianalfabeti, che però qualcosa avevano orecchiato. Per esempio, in Carnia e a Varzi il bestiame viene dato ai contadini che si associano in cooperativa non in proprietà privata.
Queste repubbliche si trovano a fronteggiare il problema della povertà, ma anche della gestione delle attività economiche...
Non tutte le zone sono in condizioni disperate: l’astigiano è ricco, ha già una grande tradizione di produzione di vini pregiati; negli ultimi anni del conflitto i vini non si possono vendere, perché con l’alcol si facevano andare le macchine e quindi era un prodotto strategico. E allora, non potendo certo buttarlo, costruiscono dei serbatoi. Poi c’è il caso del biellese, che fin dall’Ottocento ha una forte industria tessile. Anche lì ci si pone il problema di cosa fare: continuare a vendere i tessuti rischia di costituire un aiuto per il nemico; d’altra parte, non vendere vuol dire mettere a rischio la produzione e il salario per gli operai. Vengono stabiliti dei modus vivendi, per cui i camion tedeschi in determinati momenti possono passare per caricare i tessuti; insomma, il partigianato combattente talvolta si fa carico delle necessità civili e all’occorrenza scende anche a patti. Intanto le amministrazioni civili sono impegnate ciascuna con i propri problemi.
Il primo indizio, e una delle cause più importanti del fallimento della Repubblica di Salò è che non era riuscita a riorganizzare il mercato interno. Noi stavamo a Milano e devo dire che per fortuna c’era la cascina dei nonni! Mio padre la domenica si faceva 160 chilometri in bicicletta per andare lì a prendere qualcosa da mangiare. Avevano il maiale e si faceva il salame, che sul mercato milanese valeva oro.
In Carnia si faceva proprio la fame...
Questo dappertutto. In Carnia però ci sono 90.000 persone e 42 comuni, nella zona libera. Fai conto che allora gli italiani erano 36 milioni. Questi 42 comuni vengono isolati da una cintura di nazifascisti che non lasciano passare i cereali, che in alta montagna non ci sono. Risorge così la tradizione delle portatrici del Carso: 150 donne, organizzate dal Partito comunista, vanno a piedi in Emilia, caricano in spalla i cereali, e tornano a casa attraverso l’unico passo rimasto aperto, a piedi. Queste donne salvano 90.000 persone dalla fame, portando su qualcosa come cinque tonnellate di cereali… Il Pci aveva organizzato tutto, dall’acquisto nelle regioni ricche della pianura padana da Mantova in giù, ai posti di tappa dove queste donne potevano mangiare e dormire. 
Fortunatamente non tutti sono così disperati; Montefiorino, che è in Emilia, ha bisogno soltanto di organizzare le squadre per aiutare i contadini per la trebbiatura. Anche lì c’è un afflato politico di tipo socialistico, collettivo. In generale gli amministratori delle zone libere cercano di venire a patti con le situazioni che si ritrovano. I contadini devono pur guadagnare qualcosa, e però i prezzi del mercato nero sono ormai folli; dove è possibile si calmierano i prezzi di alcuni generi, oppure viene imposto un prezzo politico.
Nelle zone ricche la razione giornaliera ammontava a seicento grammi di pane -un pane immangiabile- e duecento di carne. La razione del pane per gli operai di Milano era di centocinquanta grammi al giorno... A un certo punto le fabbriche non possono più produrre perché gli operai proprio non ce la fanno fisicamente.
Le amministrazioni dovevano occuparsi anche dei servizi sanitari, della scuola…
La Repubblica di Montefiorino istituisce l’assistenza medica gratuita per tutti, e organizza un ospedale con le attrezzature di un albergo ormai chiuso, mettendoci medici sempre a disposizione. Provvede anche al servizio ostetrico: all’epoca si partoriva in casa, ma con l’assistenza di un’ostetrica.
Tutte le zone libere, per quanto piccole, affrontano anche il problema della scuola: bisogna riaprirla. La repubblica dell’Ossola, con un comitato composto da intellettuali, stabilisce un nuovo ordinamento scolastico, una scuola media unica per tutti con un approccio molto moderno, che dà ampio spazio allo studio delle scienze e delle lingue straniere. Pensiamo che la scuola media unica vedrà la luce in Italia solo vent’anni dopo! In quegli anni "la scuola per tutti” erano le elementari, la media era roba da signori, esisteva solo nelle città.
Purtroppo l’anno scolastico non comincerà nemmeno, perché alla fine di settembre tornano i tedeschi. Fortunatamente circa duemila bambini hanno già trovato riparo in Svizzera, assieme a molti partigiani (altri sono fuggiti per organizzarsi altrove). Ventitré patrioti, rimasti a proteggere la ritirata, vengono catturati e impiccati. Domodossola è ormai una città fantasma. L’esperienza della repubblica dell’Ossola è conclusa.
Dicevi che la repubblica di Maschito fa caso a sé.
È  l’unica del Sud. Maschito non c’entra coi partigiani: è un paese della Basilicata, a cinquanta chilometri da Potenza. Dopo l’8 settembre, i soldati tedeschi ammazzano venti persone a Rionero in Vulture, lì vicino. A Maschito sono già tutti ferocemente antifascisti: intanto, perché per colpa del fascismo i giovani dei paesi sono tutti spariti, chi in Africa, chi in Egitto, chi in Russia, chi in Grecia; le famiglie sono state distrutte e sono venute a mancare le braccia. In secondo luogo, i contadini dal ‘36 erano obbligati a portare i loro prodotti all’ammasso, che all’inizio pagava decentemente, ma nel ’44 per niente. Non solo: Maschito è il territorio di origine del vino Aglianico, e già allora i contadini erano molto orgogliosi delle vigne, che rendevano bene. Il fascismo li aveva invece obbligati a coltivare grano, che peraltro rendeva pochissimo. Per tutti questi motivi erano furiosi! Così decidono di costituire una repubblica libera, indipendente e antifascista, e procedono a un’assemblea. Il capo è un contadino che si chiama Domenico Bochicchio. Il fatto è che sono tutti analfabeti, non sono in grado nemmeno di stendere il verbale, figuriamoci di occuparsi dell’amministrazione del consorzio agrario, delle bolle, delle operazioni di vendita... Alla fine decidono di andare a chiedere aiuto a un proprietario terriero che non aveva mai taglieggiato i contadini, Giuseppe Guglielmucci, che apparteneva a una famiglia di socialisti pre-fascisti. Sarà lui il sindaco-notaio, l’unico in grado di redigere i verbali e firmare gli atti.
C’è poi la necessità di amministrare la giustizia, di garantire l’ordine pubblico...
Sì, perché intanto di reati se ne compivano dappertutto, quindi servivano i tribunali. Ma nelle repubbliche ci si occupa anche del diritto di famiglia: in Carnia, ad esempio, quando una donna con dei figli viene abbandonata dal marito, quest’ultimo viene ritrovato e obbligato a occuparsi della famiglia. Nel cuneese una ragazza rimane incinta, il ragazzo sparisce e viene ripescato anche lui...
Viene affrontato anche il problema dei prigionieri. L’Ossola sistema i fascisti catturati in un ex collegio, a Druogno, su in montagna. In alcuni posti ho ritrovato i conti degli osti che fornivano i pasti ai detenuti! A Domodossola a un certo punto arriva un comandante partigiano che si mette a inveire col mitra in mano perché ha scoperto che i prigionieri fascisti avevano due coperte a testa, mentre i suoi uomini in montagna ne avevano una sola. Sono racconti molto interessanti. Nel cuneese, il partito d’Azione redige una specie di codice civile in cui viene proibito persino di denudare il prigioniero per non offendere la sua dignità umana. Questo in un contesto di assassinii, stupri e torture inenarrabili...
È impressionante quante cose riescano a fare in così poco tempo. Queste repubbliche durano infatti molto poco...
La repubblica dell’Ossola dura quaranta giorni! Altre anche meno, due, tre settimane… Eppure in quel poco tempo fanno di tutto: riescono perfino a emettere francobolli e buoni finanziari, acquistano bestiame... E poi c’è l’attività editoriale: tutti hanno il loro bollettino, i loro foglietti, i loro manifesti... Nella zona libera della Val Maira, valle alpina in provincia di Cuneo, instaurano addirittura una tipografia, recuperando una macchina per stampa, una "pedalina” affidata a un tipografo che si fa aiutare da alcuni volontari e dai partigiani in convalescenza. Vengono pubblicati i giornali partigiani "ufficiali”, quelli dei partiti, e poi i bollettini ufficiali con le ordinanze, le decisioni, la legislazione delle amministrazioni civili; i giornali delle brigate, ognuna ha il suo. C’è un bellissimo documentario sulla Repubblica dell’Ossola in cui mi sembra Concetto Marchesi racconta di alcuni giovani di Domodossola che erano andati a chiedere di poter pubblicare il loro giornalino. E lui gli aveva spiegato: "Guardate che qui c’è la libertà di stampa. Non dovete chiedere il permesso a nessuno!”. Questi restano stupitissimi! Libertà di stampa, di associazione, di riunione, tutte cose inaudite. 
Sto lavorando a un libro sulle scuole partigiane, quelle che vengono fuori dalla repubblica dell’Ossola, e che fondò mio marito, Luciano Raimondi, i convitti scuola della Rinascita. C’è uno statuto e poi c’è un codice lunghissimo, quattordici cartelle. Appena l’ho visto mi sono chiesta: perché è così dettagliato? Quella normativa oggi fa ridere, è pleonastica, inutile, ma allora era necessaria, perché non c’erano precedenti. Quel codice è il risultato delle assemblee di ogni convitto, è stato discusso dagli allievi, tutto fatto ex-novo. Non c’erano tradizioni, anche perché nemmeno l’Italia liberale aveva inserito il popolo italiano nelle sue strutture. Alle elezioni votava meno del 2% e da quando era stato introdotto l’allargamento al suffragio universale maschile, di votazioni praticamente non ce n’erano più state.
In queste repubbliche c’è spazio anche per lo svago e si assiste a dei cambiamenti sul piano dei costumi.
Gorrieri, che ha dedicato un libro alla repubblica di Montefiorino, parla di "feste, balli e gozzoviglie”! Per qualcuno era uno scandalo. Le donne sono le grandi protagoniste, insieme ai contadini e al clero, delle zone libere. E tuttavia le donne più anziane temono che in queste Repubbliche si stiano diffondendo dei costumi pericolosi. Teniamo presente che in queste aree era pieno di giovani, di adolescenti, molti partigiani avevano 16 anni, i più maturi erano tutti in guerra. Ebbene, questi ragazzini rimasti nei paesi partecipavano con estremo entusiasmo e ballavano tutte le sere. In Val Sesia si lanciò persino un concorso musicale. In quelle settimane rifiorisce tutta una vita civile che era stata soffocata dalla dittatura fascista e poi dalla guerra. In una delle repubbliche vengono perfino proiettati film e documentari sulla guerra, inediti in Italia. Si portava il cinema in paesi dove non era mai esistito!
Come dicevo, questa rivoluzione dei costumi viene molto ben accolta dalle donne giovani, e fortemente disapprovata dalle anziane e dai preti. Soprattutto le anziane si pongono come freno a questi costumi ritenuti licenziosi. Alcuni preti, più progressisti, si vedono costretti a prenderne atto, ma ci sono anche i reazionari, come il vescovo di Udine che nel bel mezzo della tragedia invia una lettera in cui deplora "che le ragazze mostrino le ascelle nude”!
In questi esperimenti di giunte amministrative erano presenti ispirazioni diverse.
Obbligatoriamente dovevano essere presenti tutti i partiti del Cln, quindi comunisti, socialisti, Partito d’Azione. Il problema è che nei paesini non c’erano tutti, al che capitava che si prendesse qualcuno da parte e gli si assegnasse il ruolo: "Tu sei il Partito d’Azione”. Quello magari non sapeva neanche cosa fosse! In altre no, i partiti erano presenti eccome! In Carnia gli appartenenti alle brigate Osoppo e i comunisti stavano per cominciare a spararsi addosso.
Nel cuneese non si sono sparati addosso, ma c’è mancato poco. Per fortuna fu destituito il capo dei partigiani e arrivò Nuto Revelli che riuscì a tenerli buoni, se no era un massacro: da una parte i partigiani antifascisti e repubblicani convinti, dall’altra non solo i democristiani, ma anche le bande partigiane comandate e in parte costituite da ufficiali dell’esercito che tendevano a mantenere il modello militare e si ricordavano molto bene del giuramento di fedeltà al Re.
Questi avevano comportamenti molto diversi, anche di fronte ai nazisti, erano più attendisti, più disposti a patteggiare. I partigiani no, patteggiavano solo in condizioni disperate. 
Qual è l’epilogo di queste repubbliche?
Tutte finiscono cadendo reinvase dai nazifascisti. La Carnia era una delle porte verso l’Austria e la Germania, quindi lì i nazifascisti dovevano tenersi aperti i varchi per tornare a casa. Sopra Sondrio, una delle repubbliche dura solo tre giorni. Lì c’erano le centrali elettriche che davano elettricità all’industria milanese e padana, e i fascisti l’avevano individuato come loro via di fuga. Infatti da dove sarebbe scappato Mussolini? Dal lago di Como. Quindi quella era una zona controllatissima. Per fortuna i partigiani riescono a salvare tutte le centrali elettriche che i nazifascisti avevano programmato di distruggere.
Poi c’è il Piemonte alto e basso, dalla Val d’Aosta al cuneese, fino a saldarsi con la zona appenninica della Liguria. In un primo momento era stato tutto abbandonato. Qui le zone libere erano sette; succede che gli alleati minacciano un altro sbarco fra Genova e Savona. E invece, mentre a Savona si erano organizzati e li aspettavano da un giorno all’altro, sbarcano in Provenza. Quindi i nazifascisti sono costretti a spostarsi su quel territorio per difendersi dall’eventuale sbarco.
Ciò che queste repubbliche elaborarono in quelle poche settimane però non andò perduto. Non a caso nel mio libro l’ultimo capitolo è dedicato a quanto delle conquiste delle zone libere è passato nella nostra Costituzione. Tantissimo! Dalle libertà fondamentali, la libertà di riunione, di associazione, di partito, di stampa, ai sindacati... In quel periodo nascono i primi sindacati; nel biellese e nell’astigiano si redigono i primi contratti collettivi di lavoro. Il primo contratto nazionale del tessile prenderà pari pari quello della zona libera del biellese. Del sistema sanitario e fiscale ho già accennato, ma soprattutto vengono introdotte libere elezioni. Ci sono le istruzioni del Cln dell’Alta Italia che dicono di costruire queste giunte amministrative con la presenza dei partiti, e con gruppi locali che siano rispettabili -cioè non compromessi col fascismo. Quindi giunte aperte a gruppi di cittadini, quella che oggi chiamiamo "società civile”. In Carnia e nel cuneese viene abolita la pena di morte; sempre in Carnia si recupera la tradizione cooperativa del socialismo: anch’essa entrata nella nostra Costituzione.
Per concludere, puoi raccontare la storia della Carnia e dei Cosacchi?
Ai Cosacchi del Don, feroci avversari dei soviet, che al tempo dell’invasione tedesca si erano alleati con Hitler, i nazisti avevano promesso una "Kosakenland” in Carnia. Nel 1942 ci fu quindi questa transumanza biblica: non soltanto i soldati, ma anche le famiglie e i loro pochi beni; una carovana di quarantamila uomini, seimila cavalli, trenta cammelli. Arrivarono in Carnia. Quando i nazisti riconquistarono queste zone, obbligarono la metà degli abitanti ad abbandonare le loro case, lasciando tutto, piatti, pentole, biancheria, tutto, per farvi insediare i cosacchi. I quali fecero una strage. Il bilancio parla di 150 assassinati, mille deportati e poi stupri, incendi… fino a che a un certo punto i cosacchi si resero conto che se volevano vivere lì dovevano cambiare atteggiamento. Qualcuno cominciò ad aprire gli occhi e andò coi partigiani. Qualcuno gli occhi li mise sulle ragazze e si sposò… Ho incluso nel libro il racconto di una famiglia presso cui si insedia un cosacco. Dapprima fa il prepotente, poi la mamma lo "mette a posto”, e questo da bravo ragazzo china il capo e si mette in riga. Alla fine gli vogliono bene!
In seguito i tedeschi promisero un’altra Kosakenlanden in Carinzia, per cui dovettero andarsene tutti. Il fatto è che in Carinzia è inverno, siamo già al febbraio del ’45. Nasce così la leggenda secondo cui i cosacchi si sarebbero suicidati in massa nelle acque gelide della Drava. In realtà non è vero; sì, qualcuno si è suicidato, ma il grosso alla fine è rimasto in Carinzia, o a Lienz, a ridosso del confine italiano, dove finirono sotto il controllo degli inglesi. Alla fine verranno consegnati ai sovietici, i generali condannati a morte, gli altri deportati in Siberia, e il loro capo verrà impiccato pubblicamente sulla Piazza Rossa.
(a cura di Bettina Foa e Barbara Bertoncin)