Michael Giffoni, dopo aver trascorso gli anni Novanta in Bosnia e nel resto dell’ex-Jugoslavia in guerra, è stato Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Javier Solana, e poi per cinque anni primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo (2008-2013).

Hai una lunga esperienza di lavoro nei Balcani, in particolare in Kosovo, puoi raccontarci?
Sono entrato nella carriera diplomatica dopo il crollo del muro di Berlino: gli anni dal ’90 al ’92 sono stati il mio apprendistato diplomatico. Erano anni pieni di speranza. Le guerre jugoslave sono state un brusco ritorno alla realtà, la fine di quell’entusiasmo che ci aveva contagiato in tanti quando, dopo il crollo del Muro, pensavamo che “fosse finita la storia”, come scriveva Fukuyama. Invece con la disintegrazione della Jugoslavia tutti capirono che erano finite le ideologie, ma non la storia. Nei Balcani, nella ex-Jugoslavia, ci fu sostanzialmente un uso strumentale del nazionalismo per la conservazione del potere. Pensate al mito nazionalista di Milosevic, a questo bisogno di rivincita da parte dei serbi trattati male per secoli, dallo stesso Tito d’altronde.
Nel 1986 era uscito il Memorandum dell’Accademia delle scienze della Serbia, una sorta di manifesto nazionalista fortemente critico della struttura di potere jugoslava basata sulla divisione del paese in repubbliche e province autonome, tutte con gli stessi poteri. All’inizio Milosevic attaccò fortemente il Memorandum, perché lui si muoveva ancora nell’ottica socialista e iugoslava, ma all’indomani dei primi incidenti in Kosovo in cui erano stati maltrattati dei dimostranti serbi, se ne appropriò, come dello stesso sentimento nazional-revanscista serbo. La frase da lui pronunciata nel famoso discorso del 24 aprile 1987 “nessuno deve più permettersi di picchiarvi” è poi diventata lo slogan della protesta nazionalista. Quello è stato un po’ l’inizio di tutto, della violenta disintegrazione della Jugoslavia, delle guerre e dell’orrore che l’hanno accompagnata.
Alexander Langer aveva capito molto bene che il nazionalismo all’inizio non aveva conquistato lo spirito dei serbi e che non era prevalente nella popolazione, soprattutto tra i giovani.
Di tutti i politici e anche osservatori internazionali e diplomatici che ho incontrato in quegli anni, Alexander mi sembrava l’unico che avesse compreso che era in corso una pericolosa strumentalizzazione sia da parte di Milosevic che da parte di Tudjiman. In seguito, parzialmente, ciò è avvenuto anche da parte dei bosniaci musulmani, ma come rivalsa, e in certa misura pure in Kosovo.
Dicevi però che la situazione del Kosovo ha avuto un’evoluzione molto differente.
Sì, in Kosovo, almeno all’inizio, c’è stato questo esperimento di convivenza o meglio di resistenza non-violenta o lotta pacifica portata avanti da Ibrahim Rugova e dall’Ldk, la Lega democratica del Kosovo, il partito della maggioranza della popolazione, la componente albanese, almeno fino al 96-97, quindi anche nel periodo della guerra in Bosnia.
Per capire il carattere di questa rivolta pacifica albanese bisogna tornare al 1974, quando sotto Tito, in seguito a una modifica della Costituzione Federale jugoslava, il Kosovo acquisisce lo status di provincia autonoma. Non una repubblica, ma quasi: c’è il bilinguismo nel sistema scolastico e nelle strutture pubbliche e le quote per i funzionari pubblici. Essendo gli albanesi predominanti sotto il profilo demografico, il 90% circa degli insegnanti, dei medici, degli infermieri e di tutti i dipendenti pubblici sono albanesi. E l’insegnamento è in tutte e due le lingue, serbo e albanese.
Nel 1989, dopo la sua svolta nazionalista, e anche approfittando del revanscismo dei serbi kosovari che si sentivano a loro volta discriminati, Milosevic sopprime l’autonomia, cambia il sistema delle quote e gran parte dei dipendenti pubblici albanesi vengono licenziati e sostituiti da serbi, che arrivano in maggioranza da altre regioni (molti tra l’altro sono profughi della enclave della Krajina in Croazia e si insediano nel Kosovo del Nord), perché in Kosovo i serbi erano pochi, rappresentavano al massimo il 10-12% della popolazione. Il serbo ritorna a essere l’unica lingua d’insegnamento nelle scuole e università. Per poter insegnare l’albanese viene quindi messo in piedi un sistema clandestino e parallelo (con una rete di scuole nei sotterranei e nei cortili dei palazzi); lo stesso accade nella sanità. Il regime serbo sapeva della sua esistenza -nelle scuole e negli ospedali pubblici andavano solamente i serbi- e lo tollerava, perché Milosevic era ben cosciente dell’importanza geostrategica del Kosovo e non voleva forzare la mano, almeno fino al ’97.
Quanto ha inciso la soppressione dell’autonomia del Kosovo sull’implosione della Jugoslavia?
Chiunque sia stato nei Balcani, soprattutto nel decennio 1990-2000, avrà sentito centinaia di volte la frase “tutto è nato in Kosovo e tutto finirà lì”. In effetti è andata così. L’indipendenza di Slovenia e poi Croazia e in seguito la guerra in Bosnia-Erzegovina sembravano avere messo in secondo piano la questione del Kosovo. La soppressione dell’autonomia in Kosovo nel 1989 avrebbe potuto scatenare un’immediata escalation violenta. In realtà le cose andarono diversamente. In primo luogo perché prevalse la politica pacifista o quantomeno non-violenta di Rugova, che tra l’altro era ben visto dalla comunità internazionale, forse anche in modo strumentale: era considerato il saggio che era riuscito a evitare un bagno di sangue. Certo è che il Kosovo è diventato indipendente solo dieci anni dopo lo scontro violento tra serbi e kosovari-albanesi (’97-’99) e il ben noto intervento Nato. Dal 1999, con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, la missione civile Unmik e quella militare Nato-Kfor , si è creata una situazione di limbo, in cui non c’era più una sovranità effettiva serba e il Kosovo era governato dal governo kosovaro di transizione supervisionato e in sostanza diretto dalla comunità internazionale.
Ho incontrato Rugova per la prima volta a Parigi nel 1990. Allora lui pronunciò la frase citata anche da Anna Bravo nel suo bel libro sulla conta dei salvati. “Siamo tutti piccoli nei Balcani. Anche i serbi. Ci sono sei milioni di albanesi, sette o otto milioni di serbi, nove milioni di bulgari, dieci milioni di greci... Bisogna capire che siamo tutti piccoli, bisogna collaborare, essere amici domani, integrarsi, ciascuno nel posto dove sta, senza esodi o migrazioni, nel rispetto delle proprie differenze ma nella consapevolezza del fine comune, vale a dire il benessere di tutti i popoli... Non è una tragedia". Quando gli ho chiesto: “Ci potrà essere uno spargimento di sangue come nelle guerre balcaniche del 1912-13?”, lui si è messo a ridere: “No, non sarà una tragedia”. Invece purtroppo è stata una tragedia.
Quand’è che la posizione di lotta nonviolenta di Rugova ha perso popolarità tra la popolazione albanese del Kosovo?
Il malumore della popolazione albanese nei confronti della politica rugoviana di coesistenza pacifica è iniziato tra il ’96 e il ’97. Il primo grosso contraccolpo sono stati gli accordi di Dayton. Sicuramente quegli accordi hanno posto fine a una guerra devastante durata più di tre anni e mezzo. Però il sistema instaurato da Dayton, con la nascita della Bosnia-Erzegovina indipendente e sovrana, ma composta da due entità, la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Srpska “etnicamente pura”, ha segnato di fatto l’accettazione del risultato della guerra, cioè il riconoscimento della separazione etnica tra serbi e croato-musulmani. Quel giorno è finita la Bosnia multietnica. Questo è stato visto dagli albanesi del Kosovo come una sorta di segnale.
A scatenare la guerra in Bosnia era stato appunto il rifiuto della Bosnia multietnica da parte della comunità serbo-bosniaca. Questo rifiuto ha portato a una rivolta violenta e poi dall’attacco alla Bosnia da parte prima dell’esercito iugoslavo e poi dalle milizie di un vero e proprio esercito dei serbi di Bosnia. Gli albanesi del Kosovo hanno quindi visto in Dayton una sorta di riconoscimento della necessità di operare una rivolta violenta.
Si dicevano: “Loro con le armi hanno ottenuto un risultato che poi è stato tranquillamente sancito dalla comunità internazionale”. In questo contesto la strategia rugoviana, che contava sul sostegno internazionale, e quindi anche su una sorta di ricompensa, ha perso l’appoggio della popolazione.
Si dice che Clinton avesse assicurato a Rugova che alla fine della guerra in Bosnia, sarebbe stata messa sul tavolo dei negoziati anche la questione kosovara, con almeno il ritorno all’autonomia. Questo non avvenne: Holbrooke durante i negoziati tenne il Kosovo fuori da ogni discussione. Buona parte degli albanesi del Kosovo interpretarono questo come una vera e propria sconfessione, un tradimento della politica pacifista.
Le prime cellule dell’Uck-Esercito di liberazione del Kosovo, cominciarono a crearsi immediatamente dopo Dayton; seguirono i primi attacchi armati, e da lì in poi l’escalation con la durissima rappresaglia serba. A quel punto la situazione era già diventata militarmente esplosiva, perché l’Uck era riuscito a utilizzare gran parte dei fondi che prima Rugova destinava alle scuole e alle strutture parallele, che nella stragrande maggioranza provenivano dalla numerosa diaspora kosovara.
Dovete considerare che c’era una vera e propria organizzazione che si occupava di raccogliere una specie di auto-tassazione dei kosovari emigrati in Svizzera, Austria e Germania, tre paesi dove vi erano comunità molte numerose.
Infine non bisogna dimenticare che nel ’96 l’Albania è entrata nella famosa crisi delle piramidi finanziarie, e per circa uno o due mesi è stata completamente abbandonata a se stessa, senza alcun sistema di governo funzionante, a livello statale e locale, per cui tutte le caserme militari e i depositi di armi sono stati saccheggiati dai civili. Così improvvisamente l’Uck ha avuto una notevole disponibilità di armi. Ci sono stati gli attacchi alla polizia e all’esercito serbo, e poi la rappresaglia che è stata di una violenza inaudita. Ci sono stati dei veri e propri eccidi per decimazione, cioè, per dieci poliziotti serbi ammazzati la rappresaglia era l’incendio e la distruzione di un intero villaggio con centinaia di vittime soprattutto civili.
Fino al ’98 la situazione si sarebbe ancora potuta recuperare. Ma ormai Rugova controllava solo gli albanesi di Pristina e il sud, la zona che confina con la Macedonia, ma per il resto non aveva più alcuna presa. L’Uck era diventata una vera e propria struttura di resistenza e di guerriglia.
Io ho vissuto sia la guerra in Bosnia sia la guerra in Kosovo ed erano due dinamiche completamente diverse. In Bosnia e in Croazia era una guerra di tipo convenzionale, tra eserciti, anche se poi gli assedi sono stati decisivi, in un senso o nell’altro. Mentre in Kosovo è stata una vera e propria guerriglia, anche perché qui la componente territoriale è stata sempre predominante, c’è stata veramente una guerra per la terra e per il possesso del territorio.
Arriviamo all’intervento della Nato.
L’intervento armato da parte della Nato è iniziato con i bombardamenti su Belgrado, il 24 marzo del 1999, dopo il fallimento dei negoziati di Rambouillet in Francia, dove c’era stato il tentativo diplomatico di dar vita a una seconda Dayton.
I negoziati fallirono soprattutto a causa dei serbi, che rifiutarono non tanto l’idea che si potesse creare un’amministrazione internazionale del Kosovo e che la popolazione del Kosovo potesse poi fare un referendum, questo l’avevano accettato. Fu piuttosto il cosiddetto protocollo militare, cioè la pretesa da parte della comunità internazionale e della Nato di inviare un vero e proprio contingente in Kosovo, che era considerato appunto territorio serbo, a scatenare i nazionalisti serbi.
La reazione fu violentissima: la cosiddetta Operazione Ferro di Cavallo, una vera e propria entrata a tenaglia in tutti i villaggi albanesi kosovari della regione della Drenica e del Dukagjni, provocò un esodo di più di un milione di albanesi, che finirono nei campi profughi dell’Albania e della Macedonia.
Milosevic si era convinto che potesse funzionare la stessa strategia di pulizia etnica utilizzata in Bosnia e quindi che i profughi kosovari non sarebbero più rientrati e a quel punto i serbi avrebbero potuto sostituirli nel territorio diventando la maggioranza della popolazione.
Non aveva però considerato la reazione internazionale, ancora scossa dalle atrocità della guerra in Bosnia e dalle accuse alla comunità internazionale di passività e debolezza. Quello che seguì fu il primo vero e proprio intervento militare della Nato dalla sua nascita, nel 1949, tra l’altro senza mandato dell’Onu. Fu anche il primo intervento internazionale giustificato da motivi umanitari, per fermare la repressione da parte di un regime, quello serbo, verso una parte della sua popolazione.
Chiaramente tale intervento spostò moltissimo gli equilibri dal punto di vista militare, perché la Serbia resistette per più di due mesi. Si è detto che i bombardamenti della Nato erano tutti preannunciati. Sicuramente fu un intervento mirato perché dovevano essere colpite le strutture logistiche: queste però sono inseparabili dalla presenza civile, quindi ci sono state quelle che poi la Nato cinicamente ha definito “vittime collaterali”.
All’indomani dell’intervento sono emerse le divergenze nella comunità internazionale sul futuro del Kosovo.
La guerra è finita con l’accordo di Kumanovo del 9 giugno del 1999, in base al quale l’esercito serbo accettava di ritirarsi completamente (compresi i militari e la polizia) al di fuori del Kosovo. Questo ha permesso il dispiegamento della Kfor, la forza militare internazionale che doveva presidiare l’amministrazione internazionale del Kosovo. Il problema è che nella risoluzione finale non c’era menzione di un Kosovo indipendente né chiarezza sulla fine de iure e non solo de facto della sovranità serba sul territorio e così per nove anni il Kosovo è stato in una situazione di vero e proprio limbo.
Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Russia e la Cina hanno sempre sostenuto la sovranità serba sul Kosovo, pertanto la proclamazione dell’indipendenza del 17 febbraio del 2008 non è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite.
Questa situazione vige tuttora nonostante il parere della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja favorevole invece alla tesi kosovara. Oggi il Kosovo è riconosciuto solo da un centinaio di stati della comunità internazionale. Molti paesi lo considerano infatti un pericoloso precedente per le loro situazione interne. In realtà la questione dello status del Kosovo va posta nel contesto geografico dei Balcani occidentali e anche nella prospettiva dell’adesione dei Paesi di tale regione all’Unione europea.
Sono cinque i paesi dell’Ue che attualmente non riconoscono l’indipendenza del Kosovo: Spagna, Romania, Slovacchia, Cipro e Grecia. La Spagna per la questione basca e catalana. I rumeni per le minoranze ungheresi e tedesche e la Slovacchia per la minoranza interna ungherese. Cipro non può riconoscere il Kosovo perché altrimenti sarebbe come riconoscere la parte turca di Cipro. I greci lo fanno sostanzialmente per appoggiare Cipro. In realtà nel corso dei negoziati (a cui ho partecipato in prima persona) che hanno portato al Piano Ahtisaari sullo status del Kosovo, il punto di partenza era che il Kosovo andava considerato come un caso unico (“sui generis case”) che non doveva causare nessun precedente. Tra l’altro i russi, ostinatamente contrari all’indipendenza del Kosovo, hanno poi portato la questione kosovara come giustificazione per l’attacco alla Georgia e per altri interventi esterni.
Puoi raccontarci degli anni di gestione internazionale del Kosovo a partire dal 1999, anno che vede anche il rientro dei profughi?
L’Unmik (United Nations mission in Kosovo) si è trovata a gestire una situazione di enorme complessità. Non dimentichiamo che, insieme alle truppe Nato sono rientrati un milione e duecentomila kosovari. I serbi avevano bruciato tutto, edifici e documenti pubblici; si è dovuta creare un’anagrafe da zero, rifare le liste elettorali, rimettere in piedi il sistema amministrativo e quello giudiziario. È stato effettivamente un compito di state building diverso da quello di altre missioni internazionali, come per esempio quella in Bosnia, che era uno stato indipendente, riconosciuto già nel 1992, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza, e aveva un’amministrazione funzionante, anche se nelle immani difficoltà causate dallo stato di guerra.
Il disastro materiale, sociale e umano in Kosovo era immenso: intere comunità sconvolte, città totalmente svuotate. Data la situazione, quello che si è riusciti a ottenere in poco tempo è stato notevole. Kouchner e i suoi immediati successori hanno lavorato bene dal punto di vista tecnico.
Il problema è che l’Unmik non è riuscita a creare un’integrazione tra le comunità. Come ha anche riconosciuto Veton Surroi, giornalista fondatore del principale quotidiano Kosovaro (“Koha Ditore”) ed ex ministro degli esteri, quello che è successo tra il giugno del 1999 e più o meno la fine del 2001, “è stata la nostra vergogna”.
C’è stata un’escalation di vendette e rappresaglie da parte della comunità albanese, organizzate anche a livello di clan e famiglie, nei confronti dei serbi che erano rimasti soprattutto nelle enclave e che non avevano seguito l’esercito serbo che risaliva verso nord.
Questi sviluppi, a livello psicologico e morale, hanno tolto molto al “patrimonio” acquisito dagli albanesi del Kosovo durante gli anni precedenti con l’approccio rugoviano, quando erano considerati la componente costruttiva del disastro balcanico, con cui era possibile instaurare un discorso di convivenza. La durissima repressione serba, le sofferenze e la gravissima situazione umanitaria che questa repressione aveva provocato negli anni 1998-99 durante la guerra, aveva fatto conquistare ai kosovari un grande rispetto da parte dalla comunità internazionale. Si sentivano come in debito: “Perché li abbiamo fatti soffrire tanto”?
L’indipendenza era effettivamente considerata come giustificata, oltre che dalla evidenza geografica e demografica, anche dalla sofferenza subita dai kosovari in dieci anni di repressione. Questo patrimonio è stato fortemente intaccato dalle violenze contro i serbi dei primi due anni dopo l’intervento Nato.
L’Unmik non è riuscita a gestire questo faticoso processo, malgrado il ruolo positivo della comunità internazionale in termini di ricostruzione economica e di amministrazione pubblica. Forse non aveva tutti i mezzi per farlo, ma penso sia mancata anche la capacità di andare alla radice dei problemi. E questo malgrado il fatto che l’Unione europea abbia dispiegato una quantità immensa di fondi, di risorse e di presenza sul territorio.
Il fatto è che un processo di state building non può limitarsi alla rinascita economica e delle istituzioni, deve partire dalle comunità di base. Su questo aspetto la missione internazionale è stata decisamente carente.
Com’è attualmente la situazione nelle zone a maggioranza serba?
In Kosovo attualmente vivono circa 150.000 serbi, di cui 100.000 nelle enclave e 50.000 nel nord del Kosovo. Nel nord del Kosovo, in tutti questi anni, la maggioranza serba ha creato strutture parallele simili a quelle albanesi di prima dell’indipendenza. In quest’area, un territorio ridottissimo paragonabile a quello di Roma nord, non si può parlare di integrazione tra le due comunità. La percentuale dei serbi è del 90%, forse pure di più. Maggiori progressi si sono registrati nelle enclave presenti nel territorio del Kosovo, dove vige un regime speciale con delle garanzie per la minoranza serba.
Negli anni passati si è spesso sentito parlare del Kosovo del Nord quale minaccia per la stabilità dei Balcani. Ma possiamo mai accettare che esista una minaccia per la stabilità di tutti i Balcani e quindi di converso anche dell’intera Europa, perché non si riescono ad amministrare cinquantamila persone? E questo perché non si concepisce che i serbi kosovari possano mantenere la loro identità e una forma di autonomia essendo allo stesso tempo cittadini di un Kosovo indipendente?
Nei miei anni di servizio diplomatico, avevamo creato un forum di dialogo soprattutto per i giovani di Mitrovica dove si trova l’università; una specie di casa europea. È stato un gran successo. Tuttavia ogniqualvolta questo lavoro doveva tradursi da semplice espressione di dialogo intra-comunitario in un vero e proprio atto pubblico, arrivavano indicazioni contrarie da Belgrado.
Tra l’altro, i dipendenti pubblici serbi kosovari del Nord, almeno fino a al 2013, godevano del vantaggio di prendere un doppio stipendio, sia da Pristina che da Belgrado, che continua a considerarli cittadini serbi. E questo nonostante in Serbia, nelle grandi città e soprattutto a Belgrado, dove c’è una mentalità liberale (a Belgrado il sindaco è quasi sempre stato progressista) ci siano state a volte delle vere e proprie proteste di piazza contro questo sistema. Anche durante la crisi del 2009, quando in Serbia c’è stato il blocco dei salari pubblici per due-tre mesi, la Serbia ha continuato a pagare lo stipendio ai dipendenti pubblici serbi del nord del Kosovo, e anche di molte enclave.
Quindi l’aspetto etnico continua a contare molto?
C’è una differenza fondamentale con il resto dei Balcani occidentali. Tra croati, serbi e bosniaci un’identità etnica si può sicuramente trovare, e anche se i bosgnacchi, come li chiamano ora, sono musulmani, si tratta delle stesse comunità slave che vivevano in Bosnia e in Serbia, e che durante il dominio ottomano si convertirono all’Islam per questioni più che altro economiche, o meglio per semplici vantaggi fiscali.
In Kosovo, invece, gli albanesi e i serbi sono due popoli nettamente distinti. Bisogna riconoscere lo sforzo del disegno di Tito, di superamento delle barriere nazionali, attraverso la fratellanza e l’unità iugoslava sotto il principio dell’uguaglianza comunista. Per tutta la vita di Tito questo disegno prevalse. Ovviamente anche a quell’epoca ogni tanto emergevano rigurgiti di nazionalismo, pure da parte albanese. Però il principio di fratellanza e unità della Jugoslavia comunista prevaleva sempre, in certi momenti anche grazie a un duro apparato repressivo. Non dimentichiamo che la Jugoslavia per più di vent’anni ebbe come ministro degli Interni Rankovic, che in Kosovo, e non solo, represse sul nascere in maniera violenta ogni protesta, anche pacifica.
L’identità albanese kosovara si è sempre mantenuta ed è emersa alla fine degli anni Ottanta con la fondazione dell’Ldk. Alla base della filosofia nonviolenta rugoviana c’era comunque l’identità albanese. Tuttavia con Rugova e con i movimenti marxisti degli anni Settanta-Ottanta che si svilupparono a Pristina soprattutto all’università, l’orizzonte non era mai stato quella della Grande Albania, cioè dell’unificazione con l’Albania.
Per due motivi: il primo è che il regime iugoslavo era accettato come un sistema nel quale si poteva vivere. Tra l’altro l’Albania fino al 1990 (prima con Enver Hoxha e poi con Ramiz Alia che ha cercato timidamente di fare qualche riforma), era il paese più oscurantista d’Europa, isolato anche dal movimento comunista internazionale. Dopo la rottura tra Tito e Stalin, erano passati con Stalin; dopo la rottura tra Stalin e la Cina si erano messi con i cinesi e dopo la morte di Mao avevano rotto i rapporti pure con i cinesi. Questo ha certamente scoraggiato la tentazione nazionalista di ridare vita alla cosiddetta Grande Albania. Gli albanesi kosovari si sentivano albanesi, su questo non c’è dubbio, però avrebbero continuato sicuramente a far parte della Jugoslavia se questa si fosse preservata. Quando ha cominciato a profilarsi la disintegrazione della Jugoslavia, lì si è capito che non ci poteva essere la presenza di una minoranza albanese in uno Stato serbo.
Col tempo l’aspetto etnico si è sicuramente consolidato.
L’Albania è rientrata nel gioco internazionale durante il periodo di transizione dei paesi dell’Est all’inizio degli anni Novanta. In quel momento c’è stata una sorta di ristrutturazione dell’identità albanese, che interessò anche le comunità presenti in Kosovo, Macedonia, Montenegro e Grecia. Ma neanche in questo caso si può parlare di tentazioni da Grande Albania al pari della cosiddetta Grande Serbia. Non c’è stato un tentativo analogo e parallelo da parte albanese, perché non avevano neanche gli strumenti per farlo. L’Albania ha avuto una transizione molto complessa e sicuramente molto tormentata che l’ha tenuta lontana da sogni egemonici.
Tornando al Kosovo indipendente, dicevi che per superare questa situazione di stallo è centrale una prospettiva di convivenza.
Sì, penso che il principale ostacolo al completo riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della comunità internazionale sia stato soprattutto l’approccio serbo che è cambiato solo minimamente rispetto a quello di Milosevic.
Occorre superare il dogma della sovranità e lavorare invece per la convivenza e coesistenza di minoranze e maggioranze e per l’amministrazione comune, per lo sviluppo economico e sociale nell’ambito della prospettiva europea, che era poi quello che sosteneva anche Alexander Langer, l’unico a quei tempi che aveva capito.
Se non si cambia la prospettiva è difficile che si possa arrivare a un cambiamento anche nell’atteggiamento dell’intera comunità internazionale. Serve un salto logico. Nei vent’anni di esperienza balcanica e soprattutto negli anni in cui ero rappresentante europeo per il Kosovo del Nord questo è stato il mio mantra. Ho anche cercato di promuovere l’esperienza altoatesina, ma non ha avuto successo. Le delegazioni tornavano da Bolzano e dicevano: “Che bello, come funziona tutto bene lì”, ma poi non succedeva niente.
Era difficile capirsi con i massimi esponenti politici serbi, anche con quelli più progressisti e aperti. Il presidente Tadic ci sarebbe arrivato, aveva fatto qualche passo avanti anche sul genocidio di Srebrenica. C’eravamo anche noi quando nel 2010 partecipò alla commemorazione del genocidio, auspicando una riconciliazione nei Balcani. Il problema è stata la successiva ascesa degli ex radicali del partito Sns di Nikolic e Vucic. Anche Djindjic, che ho conosciuto bene, sarebbe arrivato a capire la questione ed era davvero interessato alla possibilità del decentramento, ma non ha avuto il tempo. Lui era veramente un progressista, era un serbo di Bosnia, ma paradossalmente aveva una mentalità molto aperta, anche nei riguardi del Kosovo, forse proprio per via della sua esperienza di vita, tra l’altro aveva studiato con Habermas in Germania.
Nella Costituzione del Kosovo, è previsto il decentramento amministrativo, e tuttavia a Belgrado continuano a pensare che sia il Kosovo a dover essere la regione autonoma. Malgrado il fatto che la maggioranza della popolazione fosse albanese, non hanno accettato l’idea che in un Kosovo indipendente e sovrano possa essere ora il Kosovo del Nord, dove il 90% della popolazione è serba, a essere la regione autonoma.
Io ho insistito molto sulla necessità di un modello costituzionale che garantisse un forte decentramento, cioè che le comunità serbe in Kosovo potessero autogovernarsi. Nonostante le tante difficoltà, siamo anche riusciti a fare tante cose, per esempio la conservazione del patrimonio storico e religioso dei monasteri, che sono in una situazione di quasi extraterritorialità. Questo i kosovari lo hanno accettato.
Oggi come vedi la situazione, quali le prospettive?
Quando penso al Kosovo mi viene spesso in mente la famosa immagine di Aldo Moro delle convergenze parallele. In tutto il periodo in cui sono stato ambasciatore, ho visto sempre la situazione a strati, strati di realtà e di virtualità. C’era una prima realtà sul terreno, quella del “Kosovo stato indipendente”. Perché quando parli con la gente si vede e si sente che c’è l’idea e il senso dello Stato. Ormai il Kosovo come Stato esiste e ha le proprie istituzioni, anche se non è membro delle Nazioni Unite. Quindi c’è una corrispondenza tra cittadinanza e autorità.
Questo aspetto della realtà sul campo ha però come strutture sovrapposte delle
realtà virtuali. La prima è che la realtà del Kosovo indipendente e sovrano non è accettata unanimemente a livello internazionale e questo crea una sorta di limitazione dello status, con dei contraccolpi materiali sentiti dalla popolazione, come per esempio la questione dei visti e della libertà di movimento: il Kosovo è l’unico paese dei Balcani i cui cittadini devono richiedere il visto per entrare nell’Unione europea, mentre in Bosnia, in Serbia, in Macedonia, in Montenegro, in Albania non ne hanno bisogno.
Questo ha anche condizionato la partecipazione dei kosovari ai programmi per lo studio all’estero tipo Erasmus, strumento importante per l’integrazione europea. Il Kosovo inoltre non è rappresentato nella maggior parte delle organizzazioni internazionali, non è membro dell’Interpol, per cui non c’è la collaborazione di polizia. È membro di alcune organizzazioni economiche, come la Banca mondiale e il Fondo monetario, ma non di organizzazioni politiche. E infine un altro strato di realtà/virtualità: non tutta la popolazione kosovara riconosce unanimemente questo stato di fatto, perché i serbi kosovari del Nord e buona parte di quella delle enclave non l’accettano. Quindi altre limitazioni e altre contraddizioni.
In tutti questi anni in cui ho lavorato in Kosovo come diplomatico, mi sono sempre trovavo di fronte a questa sovrapposizione di strati paralleli di realtà e virtualità e sono quindi arrivato alla conclusione che l’unico modo per cercare di migliorare la situazione è di ridurre lo spazio tra questi strati e di renderli sempre più convergenti. Quindi agire per una maggiore presenza kosovara a livello internazionale. Non chiediamo alla Serbia di riconoscere subito ufficialmente il Kosovo, questo non lo farà, però chiediamo almeno di non opporsi alla presenza del Kosovo nella comunità internazionale, nelle organizzazioni internazionali, nel Comitato Olimpico per esempio. Alla fine di questo processo anche il tema del riconoscimento potrà essere maturo per diventare oggetto di dialogo. Inoltre, per quanto riguarda la comunità serba del Kosovo, abbiamo lavorato per creare dei meccanismi di autodeterminazione e di decentramento, che non restino solo sulla carta. Nel 2013 c’era stata anche la creazione dell’Associazione delle municipalità serbe, attraverso un accordo firmato a Bruxelles da Vucic che Thaçi. Ma tuttora è rimasto sulla carta.
(a cura di Bettina Foa e Edi Rabini)