Jiri Pelikan, già comunista e dissidente cecoslovacco, esponente della Primavera di Praga, e poi esule in Italia, eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del partito socialista, autore di vari libri sul 1968 e sull’opposizione al regime di Praga, è ben noto in Italia, ormai sua seconda patria. Di lui abbiamo già pubblicato un’intervista sulla Cecoslovacchia dopo il 1989. Questa volta gli abbiamo posto delle domande sul suo passato più lontano, rievocando alcune date cruciali della sua lunga esperienza politica.

In un recente libro, Io, esule indigesto, dici che, per la formazione della generazione protagonista del 1968 cecoslovacco, è stata decisiva la seconda metà degli anni Trenta, con la guerra di Spagna e il patto di Monaco. Vuoi spiegarci il perché di questo richiamo alla Spagna per voi che vivevate in un’area in fondo un po’ lontana, nell’Europa centrale?
Il richiamo è molto semplice da spiegare. La guerra di Spagna ci coinvolgeva direttamente perché era una guerra tra fascismo e democrazia. Noi in Cecoslovacchia, paese democratico-parlamentare, sentivamo molto forte la pressione espansionista della Germania nazista, che rivendicava le terre dei Sudeti abitate da popolazioni di lingua tedesca. Noi eravamo un boccone molto ghiotto per Hitler, e infatti fummo aggrediti pochi anni dopo. Per questo molti cecoslovacchi andarono a combattere in Spagna nelle Brigate internazionali: era una lotta contro il fascismo ed era una lotta per la nostra stessa sopravvivenza in quanto cecoslovacchi.
Hai seguito la discussione che è avvenuta da noi in Italia? Si contesta il carattere fascista del regime franchista...
Si può, forse, volendo, sostenere che Franco non era fascista in base a canoni ideologici, ma è chiaro che era pur sempre un dittatore, e che era insorto contro una repubblica democratica. Ho seguito questa discussione, e a mio parere non è vero che in Spagna in caso di vittoria dei repubblicani sarebbe stato introdotto un regime di tipo sovietico o comunista, come si è detto.
A quell’epoca Stalin non aveva alcuna intenzione di esportare i soviet in Occidente. Era tra l’altro convinto che Francia e Gran Bretagna avrebbero aiutato di più la Spagna. Nella stessa Spagna d’altronde, all’interno del Fronte popolare, le tendenze più radicali che spingevano verso un assetto collettivista erano del tutto minoritarie.
Quella giusta lotta contro il franchismo fu persa soprattutto per l’indifferenza e la debolezza della sinistra francese. Ne ho parlato recentemente con Gilles Martinet, socialista francese e già ambasciatore a Roma, e lui mi diceva che Léon Blum, allora presidente del consiglio, voleva aiutare in modo più efficace la Repubblica spagnola, ma questa posizione non ebbe un appoggio sufficiente nel governo del Fronte popolare francese. E poi c’ è il fatto incontestabile che dalla parte di Franco stavano le forze armate tedesche e italiane regolari. Ho avuto un’esperienza significativa in proposito Non molti anni fa, quando ero deputato al Parlamento europeo, ricevetti una lettera firmata da circa ottanta volontari antifascisti tedeschi che si lamentavano perché in Germania erano ancora considerati disertori, mentre i piloti della legione Condor, che avevano più volte bombardato la Spagna repubblicana, si godevano laute pensioni. Mi ricordo che ne parlai con Willy Brandt il quale ammise che era una vergogna cui bisognava rimediare. E infatti poi trovarono una qualche soluzione. Ciò in ogni caso conferma che da parte tedesca combattevano in Spagna formazioni regolari delle Forze armate. E lo stesso vale per l’Italia: dopo la vittoria di Franco vi fu a Napoli una grande parata con i reduci.
I volontari antifascisti nella guerra di Spagna sono stati perseguitati in Cecoslovacchia nel dopoguerra. Perché?
E’ un capitolo molto triste questo. Dopo la presa del potere da parte dei partiti comunisti in tutti i paesi dell’Europa centro-orientale, e dopo l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform nel 1948, vi fu una caccia ai cosiddetti traditori, titoisti, nazionalisti, trockisti, eccetera. L’ossessione di Stalin a quell’epoca era che ci sarebbe stata la terza guerra mondiale, per cui occorreva liquidare tutte le possibili quinte colonne, e nelle quinte colonne oltre agli ex-borghesi, agli ex-socialdemocratici, ai trockisti, includeva anche tutti quelli che erano stati in Occidente e potevano essere entrati in contatto con i servizi segreti occidentali.
I combattenti di Spagna erano per di più considerati persone con un forte carattere, e con inclinazioni cosmopolite. Erano visti insomma come persone troppo indipendenti, collegate tra di loro nei diversi paesi in una sorta di rete di solidarietà.
L’aspetto tragicamente paradossale è che in Cecoslovacchia i combattenti di Spagna subito dopo la guerra erano stati per lo più assegnati alle forze di sicurezza.
Per esempio Pavel, già comandante in Spagna, nel 1948 era il capo delle milizie popolari, e poi diventerà Ministro degli Interni durante la Primavera di Praga.
Altri ebbero incarichi di responsabilità nella polizia segreta. All’inizio quindi collaborarono attivamente alla persecuzione politica contro i non comunisti, per poi diventare essi stessi vittime e finire stritolati nell’ingranaggio che essi stessi avevano contribuito a creare. Ma che prima di loro, e bisogna ricordarlo, aveva colpito anche numerosi esponenti democratici, accusati di cospirazione e condannati in base a montature della polizia, come è oggi risultato chiaramente dagli Archivi. Per tutti vorrei ricordare il caso della socialista Milada Horakova, condannata a morte e uccisa spietatamente senza che le fosse concesso di vedere per l’ultima volta la figlia.
Tornando al periodo della guerra, hai detto che per voi, giovani militanti antifascisti e comunisti, come in genere per l’opinione pubblica in un paese democratico come la Cecoslovacchia di allora, la vicenda spagnola non sollevò particolari problemi di interpretazione. Cosa accadde invece quando, nel 1939, l’Unione Sovietica e la Germania hitleriana conclusero l’accordo comunemente noto come patto Ribbentrop-Molotov?
La guerra di Spagna era chiara nei suoi schieramenti, ma la sua conclusione fu altamente drammatica e diede luogo a molte discussioni.
Non solo per l’atteggiamento dei paesi democratici che avevano abbandonato la Repubblica spagnola, ma anche perché a un certo punto l’Unione Sovietica cessò di inviare aiuti e lasciò che si compisse la vittoria militare del franchismo. Alcuni parlarono di tradimento della democrazia spagnola anche da parte di Mosca. Ma furono allora invocate a giustificazione le ragioni di stato.
Mio fratello, che era il mio mentore politico, mi spiegò che Stalin doveva prepararsi a sostenere l’urto frontale con Hitler e il nazismo. Poi il patto Ribbentrop-Molotov provocò molte crisi di coscienza. Mi ricordo che ero allora in un campo estivo di addestramento. Il partito comunista cecoslovacco cercava di allargare la cerchia dei suoi aderenti e militanti per sostituire quelli più noti, che dopo l’occupazione tedesca erano entrati in clandestinità. Era una sorta di campo di scout in montagna, dove noi ragazzi facevamo sport, ma avevamo anche lezioni di cultura politica e di preparazione al lavoro clandestino. Il penultimo giorno venne da noi un dirigente comunista a parlarci di un evento che si sarebbe verificato da lì a pochi giorni: un patto tra Stalin e Hitler che doveva servire all’Unione Sovietica a guadagnare tempo per prepararsi meglio alla difesa quando fosse avvenuta l’aggressione nazista. Ma a noi sembrò una cosa inconcepibile: come mai, dopo avere per tanto tempo considerato Hitler il nemico principale, era possibile fare con lui un patto di non aggressione? E non era solo un patto di non aggressione, era una sorta di alleanza.
Tanto è vero che, ad esempio, i toni di Radio Mosca cambiarono dopo pochi giorni: cessarono di parlare delle persecuzioni contro le popolazioni dei territori occupati, e si misero a dare notizie prive di contenuti politici, parlavano del commercio con la Germania come fosse un paese amico. Insomma non era più possibile ascoltare Radio Mosca.
E poi anche la politica del partito comunista clandestino cambiò. Mi ricordo che una volta venne da me mio fratello per chiedermi di aiutarlo a redigere un volantino, in cui si doveva parlare dei soldati tedeschi non più come di nemici, bensì come di proletari in uniforme; nostri nemici erano adesso Benes e il governo provvisorio cecoslovacco a Londra. Io mi rifiutai di aiutarlo.
Ma quali erano i vostri rapporti con i tedeschi in quei due anni, tra il 1939 e il 1941, prima che l’Unione Sovietica fosse aggredita? Vi trattavano meglio?
Non si può dire, come tendono oggi ad affermare alcuni storici, che i comunisti abbiano allora cessato di operare e di fare lavoro clandestino. Ad esempio, nell’aprile 1940 io stesso fui arrestato in una grande retata di circa duecento persone. I primi interrogatori furono molto duri con torture e maltrattamenti, e questo ad opera della Gestapo locale che era composta in gran parte di tedeschi dei Sudeti, gente piena di risentimenti e di desideri di rivalsa. Ma quando vennero per il processo i giudici dalla Germania, bisogna ammettere che furono abbastanza comprensivi soprattutto verso noi, giovani studenti che avevamo distribuito volantini in favore dell’Unione Sovietica. Io, che non avevano ancora 18 anni, fui rilasciato. Niente di simile al terrore che si sarebbe instaurato a partire dal 1941. Finché durò il Patto tedesco-sovietico, i comunisti non venivano condannati a morte. Succedeva invece che in prigione venissimo trattati male dagli altri prigionieri politici non comunisti, che ci accusavano di tradimento. Ho letto poi molto su questo accordo e mi sono convinto che Stalin vi aveva fatto molto affidamento, al punto da trascurare tutti gli avvertimenti circa il probabile attacco nazista, che gli erano pervenuti da diverse parti. Anche Benes, il capo del governo cecoslovacco in esilio, da Londra lo aveva avvisato, in base alle segnalazioni pervenutegli dai servizi segreti cecoslovacchi, che avevano già all’epoca della prima repubblica, cioè prima del 1938, una spia negli stati maggiori tedeschi.
Voi dunque vi trovavate in una posizione molto delicata ed esposta, nel cuore dell’Europa centrale, in un’area direttamente minacciata dall’espansionismo nazista, ed eravate anche molto sensibili ai grandi eventi europei: la guerra di Spagna, il Patto di Monaco, l’accordo tedesco-sovietico. Però la Cecoslovacchia era un paese con una consolidata esperienza democratica, aperto verso l’Occidente. Come mai nel 1948, quando vi fu la grande svolta che abolì il sistema multipartitico del Fronte nazionale e instaurò il regime comunista, vi fu una così grande adesione popolare a quella svolta?
Proprio il Patto di Monaco aveva avuto ripercussioni molto pesanti in Cecoslovacchia.

E ne era rimasta particolarmente ferita la stessa borghesia e gli ambienti democratici del paese.
I suoi dirigenti, come Benes e Masaryk, avevano orientato tutta la loro politica estera verso la Francia e la Gran Bretagna, e adesso questi alleati occidentali avevano tradito.
Il fatto che avessero abbandonato la Cecoslovacchia alla mercè di Hitler era stata una delusione terribile. Senza di questo non si può capire come il partito comunista avesse ottenuto alle elezioni del 1946 quasi il 40% dei voti. Poi ha influito il fatto che il paese fosse stato liberato per la maggior parte dall’Armata rossa. Gli americani potevano arrivare a Praga prima dei sovietici -si conosce l’episodio di una jeep dell’armata del generale Patton che arrivò a Praga trovando via libera- ma si fermarono in Boemia orientale perché, com’è noto, c’era un accordo in tal senso tra gli alleati.
Così agli occhi della gente, e la propaganda comunista insisteva su questo punto, era l’Armata rossa che ci aveva liberato dal nazismo. Per queste ragioni si era venuta formando un’opinione pubblica che non era favorevole alla restaurazione della prima repubblica, con decine di partiti, con forti diseguaglianze sociali, con la disoccupazione, propendendo invece per un socialismo democratico. Mi ricordo di aver partecipato subito dopo la guerra a un attivo comunista in presenza di Gottwald, il segretario del partito comunista appena rientrato a Praga.
Vi furono espresse delle critiche da sinistra, perché c’era chi voleva fare subito il socialismo, ma lo stesso Gottwald replicò che dopo questa guerra la via al socialismo non era esattamente quella sovietica della dittatura del proletariato, ma poteva essere una via parlamentare: queste erano anche le indicazioni di Stalin. Anche Benes credette a queste assicurazioni, che forse in quel momento erano sincere. Forse perfino Stalin nel 1945 la pensava così, perché credeva ancora nel proseguimento dell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale. La situazione si deteriorò poi negli anni successivi, a livello internazionale, quando fu varato il piano Marshall, che noi fummo costretti da Mosca a respingere, ma anche sul piano interno per le difficoltà economiche.
Queste venivano imputate dal partito comunista alla destra, che frenava le riforme e frapponeva continui ostacoli, per cui occorreva andare avanti più in fretta e con maggiore risolutezza. D’altronde la presa del potere da parte del partito comunista nel febbraio 1948 non avvenne in forma di insurrezione e neanche esattamente di colpo di stato: fu la combinazione di un’operazione parlamentare e di un atto di forza. Questo si era concretizzato con la creazione dei comitati d’azione e delle milizie popolari, organi non previsti dalle norme istituzionali.
Le milizie popolari si limitarono a marciare per le strade in modo dimostrativo, ma senza sparare un colpo. Il nuovo governo fu approvato dal Parlamento e vi entrò come ministro degli Esteri Jan Masaryk, il quale poi capì, vedendo che i suoi collaboratori venivano cambiati giorno dopo giorno, che non contava più nulla. E questa è la ragione principale per cui si suicidò: non voleva andare con la destra e non poteva più restare con la sinistra.
Allora noi tutti -e parlo anche per me stesso- eravamo convinti che, una volta superati gli ostacoli frapposti dalla destra, si sarebbe andati con ritmi più veloci verso quel socialismo democratico di cui si parlava. Nessuno pensava allora che sarebbero stati soppressi i partiti e lo stesso Gottwald diceva che si sarebbe andati alle elezioni in maggio con più liste. Solo qualche tempo dopo si decise che vi sarebbe stata un’unica lista del Fronte nazionale. Fu allora che il presidente Benes diede le dimissioni. L’adesione popolare che vi fu in febbraio dipendeva soprattutto dal fatto che la gente sperava che si sarebbero risolti i problemi economici mantenendo quella che era definita la via cecoslovacca al socialismo.
In realtà il punto di svolta avvenne nel giugno di quell’anno, quando vi fu la rottura con la Jugoslavia, e le vie nazionali vennero considerate una deviazione titoista e quindi condannate.
Credi veramente che, se non vi fosse stata la rottura con Tito, le vie nazionali al socialismo avrebbero potuto continuare il loro corso in Cecoslovacchia, e in Polonia con Gomulka?
E’ difficile dire. Probabilmente si sarebbero trovate ragioni di rottura con qualcun altro per drammatizzare la situazione. Ma la rottura con Tito allora ebbe molto peso. C’è da notare che la Jugoslavia non era per noi un esempio positivo: loro erano molto più duri e dogmatici, e infatti alla riunione del Cominform furono i comunisti jugoslavi ad attaccare e criticare gli altri partiti per la loro collaborazione con la borghesia. C’è un episodio interessante raccontato da Predrag Matvejevic: durante la riunione del Cominform i rappresentanti jugoslavi Gilas e Kardeli attaccarono i comunisti francesi per essersi alleati con De Gaulle, definito agente dell’Intelligence Service britannico, e il generale se la sarebbe legata al dito. Comunque, è verosimile pensare che la svolta fosse maturata da tempo, e la rottura con l’Occidente già consumata, almeno da quando nel 1947 fu proposto il piano Marshall.
Se in Cecoslovacchia erano così vive queste aspirazioni a un socialismo democratico, perché è stata poi persa l’occasione del 1956, quando esplosero movimenti riformatori in Polonia e in Ungheria? Perché in Cecoslovacchia allora non successe niente?
Non è esatto dire che allora in Cecoslovacchia non successe niente. E’ una tesi sostenuta da alcuni storici, ma non corrisponde alla realtà. Anche in Cecoslovacchia vi furono allora molti fermenti. Ad esempio nel 1956 era in corso un congresso degli scrittori dove vennero espresse per la prima volta forti critiche al sistema. Vi furono nel maggio-giugno diverse manifestazioni di studenti. Poi vi fu un acceso dibattito all’interno del partito nel corso del quale venne proposta la convocazione di un congresso straordinario per cambiare il segretario generale, dibattito che fu soffocato con massicce espulsioni dal partito.

La differenza con la situazione di Polonia e Ungheria era probabilmente che la situazione economica della Cecoslovacchia era abbastanza buona e questo fatto conteneva il malcontento.
Comunque quando iniziarono i movimenti prima in Polonia e poi in Ungheria c’era molta simpatia in loro favore. L’atteggiamento cambiò quando a Budapest si comincio a sparare perché si temeva che la nostra situazione si sarebbe deteriorata. E infatti così successe. Ad esempio nel 1956 era già iniziato il lavoro per la riabilitazione delle vittime dei processi, ma dopo l’Ungheria tutto fu bloccato. Il segretario del partito Novotny disse: ecco cosa succede, si comincia con i funerali e si finisce con le fucilate. In ogni caso, da noi il 1968 ha preso avvio con i fermenti che cominciarono ad apparire nel 1956, dopo il XX congresso del Pcus e il rapporto di Krusciov sul "culto della personalità". Il fermento era soprattutto vivo nell’Unione degli scrittori, tra gli studenti. C’è anche da tenere presente la scarsa simpatia che la popolazione slovacca aveva per gli ungheresi e quella céca per i polacchi, per ragioni per lo più storiche ma che allora facevano il gioco dei dirigenti. Già durante la guerra, a Londra i due governi in esilio, di Polonia e di Cecoslovacchia, non andavano affatto d’accordo. Anche se c’era allora un progetto di federazione tra i due paesi, che naturalmente non andò in porto. Stalin comunque non l’avrebbe permessa, come non permise quella balcanica.
E così arriviamo al 1968 che, come si è visto, in realtà comincia molto prima...
E’ infatti un errore considerare la Primavera di Praga un periodo che inizia solo nel gennaio del 1968, con l’elezione di Alexander Dubcek alla segreteria del partito e finisce il 20 agosto con l’invasione. Le origini della Primavera vanno ricercate negli anni Sessanta, nello sviluppo sorprendente che ebbe allora inizio nella letteratura, nel cinema, nella storiografia, nella sociologia, nella scienza economica. Basta pensare a scrittori come Kundera, Kohout, Vaculjk, a registi come Forman e Nemec, a politologi come Mlynar, economisti come Ota Sik, Richta, eccetera. Io allora lavoravo alla televisione e facevamo dei bellissimi programmi culturali. Certo, c’era sempre la censura e di tanto in tanto arrivavano ondate di restrizioni. Ma non c’era più il terrore e il lavorio e il fermento continuavano. Con la caduta di Novotny e l’arrivo di Dubcek alla segreteria del partito queste esperienze accumulate vennero in piena luce. Devo dire tra parentesi che anche Novotny non era una figura così assolutamente negativa come oggi viene descritto: all’inizio oppose certo molta resistenza al corso di Krusciov, ma poi anche lui si era adattato, tanto che entrò in conflitto con Breznev quando questi spodestò Krusciov.
Hai parlato di scrittori, economisti, politologi. Ma vi era anche in Cecoslovacchia un massiccio afflusso di cultura giovanile occidentale, come avveniva in Polonia, dove ad esempio i dischi dei Beatles o dei Rolling Stones li avevi il giorno dopo che erano usciti a Londra? Nel 1967 i Rolling Stones tennero uno storico concerto a Varsavia. Oppure questi erano fenomeni più marginali?
Questo avveniva anche in Cecoslovacchia, ma certamente in modo meno visibile che in Polonia. Mi ricordo che andavo spesso in Polonia e, ad esempio, nei caffè studenteschi c’era un’altra atmosfera, la satira antisovietica era molto spinta. Ma anche da noi l’influenza dell’Occidente si sentiva, sicuramente nel campo del cinema -il cinema italiano era molto amato-, ma più marcatamente nel campo della cultura politica. Ricordo gli studi di Kosik e Sochor su Gramsci.
E la televisione era già un collante a quell’epoca, cioè un mezzo di comunicazione tale da fare arrivare ovunque subito un messaggio?
La televisione era giovane. E’ stata introdotta solo nel 1953. Quando vi arrivai nel 1963 c’era un solo programma in bianco e nero. Ma poi si sviluppò rapidamente perché il regime aveva capito la sua importanza e la estese fino a coprire l’intero territorio: nelle zone più occidentali si poteva inoltre vedere la televisione austriaca e quella tedesca. Mi ricordo che l’unico giornale austriaco che si vendeva era quello del partito comunista e tutti lo compravano appunto per vedere i programmi della televisione. E anche il partito comunista, nel fissare le sue riunioni, teneva conto dei programmi della TV austriaca nelle zone dove si poteva captare. Potevamo comunque trasmettere alla nostra TV molti film occidentali, perché la censura si era alquanto attenuata. Era molto ascoltata radio Free Europe che trasmetteva dalla Germania, nonostante le autorità cercassero in tutti i modi di disturbarla.
Nel libro parli molto delle incomprensioni che voi, esuli del ’68, avete trovato qui in Occidente, soprattutto nell’ambito della sinistra. Eppure il movimento riformatore della Primavera di Praga si era sviluppato in gran parte all’interno del partito comunista o quanto meno vi aveva trovato il suo sbocco principale. Non pensi che la sinistra occidentale abbia perso allora una grande occasione storica, e che se invece vi avesse appoggiato forse il corso degli eventi sarebbe stato diverso? In fondo, come tu dici, nulla era inevitabile.
Le ambiguità dei partiti comunisti occidentali erano chiaramente espresse nelle loro risoluzioni: da un lato condanna dell’intervento militare in Cecoslovacchia, dall’altro solidarietà con l’Unione sovietica come baluardo della pace eccetera. Anche noi avevamo creduto nell’Unione sovietica come baluardo della pace, ma nel ’68 la nostra illusione era crollata, mentre la stessa cosa non era avvenuta tra i comunisti occidentali. Forse non erano maturati i tempi perché se ne acquisisse la consapevolezza anche in Occidente. Certo, la storia non si può fare con i se, ma se i partiti comunisti occidentali avessero preso una posizione più decisa, ciò avrebbe avuto un’influenza diretta anche sull’atteggiamento russo. Quando si leggono adesso i protocolli delle riunioni che si tenevano a Mosca sul caso cecoslovacco prima e dopo il ’68, si vede che le posizioni dei partiti comunisti occidentali erano prese in seria considerazione e se ne temevano le critiche. Ma Breznev diceva sempre di non preoccuparsene perché le proteste e le condanne dell’invasione sarebbero durate lo spazio di pochi mesi. Penso inoltre che Berlinguer non sarebbe dovuto andare alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti che si tenne nemmeno un anno dopo l’invasione, nel giugno 1969, perché questo rappresentò comunque, nonostante le sue posizioni critiche, una conferma del ruolo dirigente dell’Urss. E’ vero che vi parteciparono anche i comunisti cecoslovacchi, i quali d’altronde formalmente avevano firmato il Protocollo di Mosca e quindi accettato il compromesso con i sovietici.
Parliamo adesso della figura di Dubcek, un personaggio che appare alquanto contraddittorio. Prima assicura Breznev che le truppe d’invasione non saranno attaccate, poi accetta in qualche modo la normalizzazione e alla fine, una volta deposto, tace per anni. Si può capire che all’inizio non sia capace di rompere con i sovietici, che poi cerchi di salvare il salvabile rimanendo capo del partito finché non viene estromesso. Ma poi, una volta emarginato, perché sta a Bratislava senza parlare per anni?
La sua posizione nel 1968 dopo l’invasione, era che per il momento non era possibile fare nulla e che bisognava aspettare che anche l’Unione sovietica facesse delle riforme. E questo è accaduto molto tempo dopo, nel 1985 con l’arrivo di Gorbaciov, e infatti allora Dubcek comparve di nuovo sulla scena. Certo in tutti quegli anni era rimasto del tutto inattivo -non aveva ad esempio firmato Charta 77- e per questo aveva perso, come si vide nel 1989, l’appoggio dei giovani. Era d’altra parte un uomo di partito, che aveva trascorso la sua giovinezza in Unione sovietica ed era profondamente legato ai sovietici. E questo aveva pesato su tutto il suo atteggiamento: non voleva rompere con i sovietici e non voleva alimentare in Cecoslovacchia sentimenti di ostilità verso l’Urss. Per questo non rivelò mai, nemmeno ai suoi più stretti collaboratori, quali fossero le reali richieste dei sovietici. Temporeggiava, confidando in una qualche possibile soluzione. Non aveva capito che i russi facevano sul serio. E questo è stato il suo errore. Nel maggio-giugno del 1968 doveva scegliere tra due alternative possibili. O continuare la strada delle riforme, ma con la consapevolezza che si sarebbe arrivati a uno scontro frontale con Mosca, anche armato, e in tal caso bisognava chiedersi se si era in grado di farlo, bisognava consultare i comunisti occidentali, accertare anche quale sarebbe stato l’atteggiamento dei governi occidentali. Cose che non furono fatte. Oppure doveva dire chiaramente: quanto noi vogliamo e facciamo è giusto, ma non possiamo permettercelo in questa situazione, con la nostra collocazione geografica, e con Breznev, Ulbricht e Gomulka che ci stanno addosso. Dobbiamo quindi frenare il nostro corso riformistico e accontentarci di piccoli cambiamenti, come quelli che sta facendo Kadar in Ungheria. In questo secondo caso sarebbe stato certamente attaccato in Cecoslovacchia, anche molto aspramente.
Ma alla società cecoslovacca sarebbero state risparmiate tutte le sofferenze e le umiliazioni della normalizzazione.