Paola Ponton
Da anni svolgi colloqui con persone nell’ultima fase della vita.
Mi occupo di fine vita “da sempre”. Professionalmente sono cresciuta dentro i climi e le culture delle cure palliative in Italia fin dai primi anni Novanta. A volte penso sia una sorta di karma: mi capitò infatti di leggere La morte di Ivan Il’ic, di Lev Tolstoj alla fine della quinta elementare. Era un libro che girava per casa, era piccino, mi sembrava interessante e mi fulminò. In seguito, dal momento in cui sono entrata in azienda sanitaria, nell’ambito della psicologia ospedaliera e territoriale, ho seguito non solo pazienti alla fine della loro vita, ma anche parenti e caregiver che si preparavano a questo evento, nel tempo del lutto anticipatorio; ho lavorato molto poi nell’accompagnamento dei familiari della persona defunta per l’elaborazione del lutto. Operando in ospedale, sia nei reparti di degenza che in pronto soccorso, mi sono inoltre occupata anche della morte improvvisa in seguito a incidenti stradali o comunque a eventi traumatici di tipo infortunistico: ho potuto, quindi, osservare diversi modi di morire e di affrontare il lutto conseguente.
Da trent’anni, se non di più, il mio lavoro ruota attorno al modo in cui si giunge alla fine della vita. Ci ho molto riflettuto per ragioni professionali, ma anche personali. Mi sono occupata del significato dei riti, confrontandomi con antropologi e approfondendo il valore della ritualità nel fine vita, un aspetto che, nelle nostre società contemporanee, abbiamo in gran parte svalutato e, purtroppo, spesso smarrito.
Per tutto questo il suicidio medicalmente assistito mi interpella, mi spinge a osservare e riflettere in profondità su cosa sia e cosa possa rappresentare non solo per il singolo ma anche per le comunità sociali e sanitarie che ne sono coinvolte.
La richiesta di suicidio medicalmente assistito pone gli operatori sanitari, e in particolare le équipe di cure palliative, in una situazione complessa e per certi versi inedita. Puoi parlarcene?
La morte per suicidio medicalmente assistito introduce un modo del tutto nuovo per la nostra cultura. Non parlo delle culture nordiche o dei paesi in cui c’è l’eutanasia o il suicidio medicalmente assistito già legalizzato da anni. Per la cultura italica, per la cultura mediterranea, è qualcosa di inedito. In questa novità ravvedo molte difficoltà, cominciando dal livello politico nazionale, fino ad arrivare all’ordine organizzativo e gestionale interno alle singole Aziende Sanitarie o comunità scientifiche. A ciò si sommano le difficoltà e la delicatezza del contatto con il richiedente e i suoi familiari.
Non ultimi, si considerino i rapporti all’interno delle équipe, che siano le équipe dei curanti, della Commissione tecnica che valuta secondo i quattro criteri stabiliti dalla sentenza della Corte Costituzionale, o del Comitato etico. Quest’ultimo potrebbe parere il soggetto meno coinvolto nella responsabilità della decisione, non avendo una funzione direttamente valutativa. Tuttavia la sentenza della Corte Costituzionale n° 242/2019 nel passaggio “[…] tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”, vi attribuisce un “parere previo” molto significativo da un punto di vista etico. Valutare libertà nella decisione, consapevolezza, non costrizione, accessibilità a tutta l’offerta di cure necessaria ...[continua]
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