Avete entrambi lasciato il vostro lavoro e siete andati in campagna, anche se voi non siete nati agricoltori. Potete raccontare?
Guido. La decisione di iniziare a fare questo lavoro non è stata improvvisa. Ci abbiamo pensato un bel po’ prima di lasciare i rispettivi lavori. È però anche vero che l’idea di questo cambiamento è arrivata in modo quasi casuale. Poi una serie di fattori ha concorso a far sì che facessimo questa scelta. Io ho lasciato per primo il mio lavoro: era a tempo pieno e lontano da casa; Francesca solo in seguito perché il suo era un impegno a part-time e, almeno all’inizio, poteva riuscire a occuparsi di entrambi.
Io sono un chimico, dirigevo la ricerca sviluppo e il controllo qualità in una piccola azienda di film plastici biodegradabili. Non è che avessi motivi specifici per lasciare; non mi ero stancato della materia; non avevo avuto un ripensamento generale o problemi di coscienza. La chimica infatti continua a piacermi e sono contento di aver compiuto questi studi perché mi hanno fornito delle conoscenze e un modo di vedere e leggere la realtà specifico e particolare. C’erano stati momenti non piacevolissimi al lavoro, come succede a tutti, ma anche momenti belli, e l’anno in cui ho deciso di lasciare non era stato l’anno peggiore. Quindi non è stato un rifiuto la spinta per allontanarmi, ma piuttosto un insieme di cose che mi e ci attraevano.
Aggiungo che non ho mai rimpianto la scelta fatta e se ora mi chiamassero proponendomi di riassumermi con uno stipendio anche maggiore, non accetterei, perché nel frattempo è cambiato un pochino anche il mio modo di vivere il lavoro quotidiano. Ora posso gestire i tempi, le scadenze, avere un rapporto diretto con le persone che comprano i prodotti da noi...
Nel tuo caso, Francesca?
Francesca. Il mio lavoro mi piaceva e mi trovavo bene, però ero molto attratta da una vita che potesse svolgersi in mezzo alla natura. Sono nata e cresciuta in città, Guido invece conosceva già la campagna, ha vissuto in questa casa da bambino e si è trasferito in seguito a Firenze. Graziano, suo padre, aveva già piantato gli ulivi e raccoglieva le olive. Per me invece è stato un salto grosso, ero curiosa di provare la vita da agricoltore. All’inizio mi ero informata per fare l’orto sociale, per capire come funzionava la gestione dei terreni che davano intorno a Firenze, ma li possono richiedere solo gli anziani, quindi non era possibile. Poi tutto è nato un po’ per caso, mentre eravamo a una fiera dove c’era un banco in cui si parlava del bambù gigante Moso. Da lì è nata l’idea di fare questo tentativo. Da allora a quando abbiamo preso la decisione è passato un anno: è stata una decisione ragionata perché si trattava di trasferirsi dalla città in campagna. Guido si sarebbe occupato già all’inizio a tempo pieno, quindi avrebbe dovuto licenziarsi e dedicarsi al nuovo lavoro. Nel mio caso c’era Alice, la nostra bambina piccola, e in più lavoravo a part-time. Avevo finito da poco un master al Meyer in fisioterapia pediatrica e quello è stato il momento di svolta. Ho dovuto scegliere se dedicarmi appieno alla mia specializzazione in campo fisioterapico oppure all’azienda. Alla fine ho deciso di dedicarmi all’azienda perché c’era qualcosa dentro di me che diceva che sarebbe stato bello provare a cambiare. Poi sei sempre in tempo a tornare sui tuoi passi.
Era il tempo del Covid, la partenza non è stata semplicissima; però, dato che i campi sono intorno a casa, siamo riusciti a lavorare. In quel periodo ci siamo trasferiti qua, avevamo molto spazio intorno, eravamo fortunati, potevamo sia lavorare che stare all’aperto. Poi ho iniziato a fare per metà tempo l’agricoltrice e per metà la fisioterapista, ma più passava il tempo più ogni volta che dovevo andare a fare la fisioterapia dicevo che mi sarebbe piaciuto rimanere ancora un po’. Quindi è stata la passione a farmi dire: ora mi dedico a questo a tempo pieno. È passato un anno da quando mi sono licenziata. Non è stato semplice, perché ci sono tanti anni di lavoro dietro, corsi, formazione, però il bilancio di questo anno per me è molto positivo.
Oltre al desiderio di fare un’esperienza nuova c’erano aspetti del tuo lavoro di fisioterapista che sei contenta di avere lasciato?
Francesca. Mi dispiace aver ...[continua]
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