Monica Lanfranco, giornalista, formatrice, è fondatrice della rivista “Marea” e di Altradimora, luogo femminista in Piemonte dove si tengono seminari residenziali, incontri e formazioni aperte a uomini e donne.

Hai pubblicato un libro sul tema del rapporto dei ragazzi giovani con la sessualità, la pornografia e il sessismo, Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo. Ci puoi raccontare?
Alcuni anni fa “Il Fatto Quotidiano” mi chiese di aprire un blog e io cominciai a pensare a come potevo presentarmi. Proprio in quei giorni mi ero imbattuta in un articolo di Laurie Penny, collega inglese del “Guardian”, che raccontava della sua curiosità per il corpo dell’altro, che fin da bambina l’aveva intrigata. Come si sta, si chiedeva, con questo corpo così simile per larga parte al mio di donna ma con la differenza sessuale che ne determina la diversità assoluta? Lei raccontava che questa curiosità l’aveva accompagnata anche nell’età adulta e di avere interpellato amici, amanti, persone di famiglia di sesso maschile. Questa sua semplicità di approccio su un tema così importante mi colpì e decisi quindi di presentarmi a chi mi leggeva per la prima volta nel blog dicendo che ero una femminista e formulai sei domande rivolte agli uomini. In genere i quotidiani sono letti e popolati maggiormente da uomini, “Il Fatto quotidiano” poi in particolare lo è. Accaddero due cose. La prima fu l’intasamento del sistema che filtra ­l’hate speech, le parole di odio che, tipicamente, sono rivolte contro le donne: epiteti sessuali e di umiliazione e violenza. Il giornale fu molto contento di questo interesse. Io molto meno perché ricevere offese così violente, ancorché virtualmente, ha un impatto molto forte su di te, è quasi fisico. L’odio travalica gli schermi. Per un po’ non successe più nulla. Io avevo indicato la mia mail per chi volesse rispondermi. Così a un certo punto cominciarono ad arrivare dei messaggi, ma io, memore di questa vicenda terribile dell’odio online, non li aprii subito, archiviandoli in una cartella. Finalmente poi, in estate, trovai il coraggio di leggerli. Erano circa trecento, non pochi quindi, ma nemmeno così tanti quanto quelli con commenti irripetibili. In Italia  femminista è ancora una parola che attira molto odio. Così andai al giornale e dissi loro che avevo milleottocento risposte su sei domande, semplici in apparenza, ma evidentemente inedite. 
Le domande erano queste: che cos’è per te la sessualità; cosa significa essere virile; cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne; la pornografia che impatto ha nella tua vita; il calo del desiderio ti riguarda o non ti riguarda; pensi che la sessualità maschile sia più violenta di quella femminile? 
Il giornale, siccome non c’era un femminicidio di cui scrivere, non c’erano schizzi di sangue o la possibilità di andare ospiti con i vari plastici nello studio di Vespa, disse che non gli interessava. Allora decisi comunque di pubblicarle. Affidai a tre uomini attivisti l’interpretazione e la lettura del testo. Io mi limitai a essere l’ascoltatrice. Scrissi un’introduzione e pubblicai esattamente i testi dei messaggi, dividendoli in sei capitoli. Le uniche correzioni apportate riguardavano la punteggiatura e qualche refuso. Il libro fu un successo, anche se non aveva dietro una grande casa editrice, perché uscì per le edizioni della rivista “Marea”, rivista da me fondata circa trent’anni prima, dapprima trimestrale e poi divenuta semestrale. Dopo poco mi contattò un autore teatrale, Ivano Malcotti, e mi disse che questi testi, queste risposte erano assolutamente adatte per il teatro. Conobbi così quest’uomo, molto simpatico e creativo e in poche settimane, con le risposte autentiche degli uomini, costruimmo una pièce. Lui all’epoca aveva un gruppo formato per la maggioranza da uomini e così mettemmo in scena questo recital dove gli attori leggevano frasi di maschi che non conoscevano e che non avrebbero mai incontrato, facendo un’operazione politicamente per me rilevante: non siamo gli autori di queste frasi, forse non siamo nemmeno d’accordo, ma come maschi ci assumiamo la responsabilità di essere portavoci di un comune sentire di nostri simili. Registrammo lo spettacolo e lo mettemmo in rete, presentandolo come una cosa bella uscita da questo progetto. Nelle nostre intenzioni doveva restare un unicum. Ma iniziai a ricevere inviti da tutta Italia con la richiesta di andare a presentarlo. Dicevano ...[continua]

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