Recentemente ha svolto una ricerca sull’eutanasia e sul suicidio assistito, può parlarcene?
Questa ricerca nasce all’interno del lavoro e del programma di ricerca dell’Istituto Cattaneo, ma in realtà anche da interrogativi personali miei e di un collega, Giampiero Dalla Zuanna, un demografo che insegna all’Università di Padova. È quindi il frutto di una collaborazione tra un sociologo quantitativo e un demografo e pertanto risente un po’ dell’impostazione di queste due discipline di riferimento. Quando abbiamo cominciato, erano trascorsi circa venticinque anni da quando, in alcuni paesi, l’Olanda per primo, erano state introdotte legislazioni positive o forme di depenalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia.
Come sappiamo, in Italia esiste un dibattito molto polarizzato, ideologico: da un lato i sostenitori dell’affermazione del suicidio assistito come diritto individuale a cui nessuno può opporsi e, dall’altro, quelli dell’opinione opposta, cioè che il suicidio assistito non sia un diritto individuale e debba essere soggetto a vincoli legislativi e morali. Si parte quindi da posizioni che sostanzialmente non comunicano l’una con l’altra, in cui vengono opposti dei principi indiscutibili.
Dato questo scenario, ci siamo chiesti cosa è avvenuto nei paesi dove invece queste norme sono state introdotte.
Una delle ipotesi che spesso viene avanzata da chi è contrario, è quella del piano inclinato (slippery slope). L’idea è che una volta che legittimi ad esempio l’eutanasia, questo produce un effetto moltiplicativo a cascata per cui la crescita dei casi diventa incontrollabile. I sostenitori dell’introduzione di norme a tutela di questo diritto affermano invece che non è così.
Noi volevamo allora capire cosa sta succedendo davvero e quali sono i dati.
Un’osservazione preliminare è che l’introduzione dei suicidi assistiti e poi dell’eutanasia avviene in un periodo storico non casuale, che ha delle caratteristiche. La prima, forse una delle più importanti, è che i guadagni di sopravvivenza sono fortemente cresciuti; per fare un esempio, la speranza di vita a settant’anni in Italia, nell’arco degli ultimi vent’anni è ulteriormente cresciuta di quattro anni e continua ad aumentare, non solo da noi, ma anche in Europa e in tutto il mondo.
Nei paesi economicamente avanzati questa crescita è molto ampia e naturalmente questo cambiamento demografico porta con sé delle importanti conseguenze. Va infatti ricordato che una parte di questi anni in più spesso è vissuta in cattive condizioni di salute. Secondo punto: la medicina ha fatto grandi passi avanti nelle terapie per la riduzione, il contenimento e, in alcuni casi, l’annullamento, del dolore. Un ulteriore cambiamento di cui occorre tenere conto è di carattere culturale: le persone sono sempre meno disposte ad accettare che la propria vita dipenda da fattori esterni sui quali non possono esercitare alcun controllo o possibilità di scelta, e tra questi rientra anche la morte. Di conseguenza, l’opinione pubblica è diventata progressivamente più favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. In Italia, come più in generale nei paesi occidentali e negli Stati Uniti, oltre la metà della popolazione si dichiara favorevole all’introduzione di qualche forma di suicidio assistito o di eutanasia. Si tratta però di un consenso accompagnato da riserve importanti, che riguardano soprattutto le condizioni e le motivazioni in base alle quali queste pratiche vengono ritenute ammissibili.
Se si guarda all’andamento dell’opinione pubblica, per esempio negli Stati Uniti, emerge un dato significativo: il consenso verso l’eutanasia è più ampio di quello verso il suicidio assistito. La ragione è che il suicidio, pur essendo oggi meno condannato che in passato, resta un atto fortemente controverso. Eutanasia e suicidio assistito, dunque, non sono percepiti allo stesso modo, anche se nel dibattito pubblico tendono spesso a essere sovrapposti.
C’è, credo, un’analogia con l’interruzione volontaria di gravidanza: un conto è essere favorevoli all’esistenza di una legge che la consenta, un altro è approvare in sé quella scelta. Le due posizioni non coincidono necessariamente. Allo stesso ...[continua]
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