Carmine Amato, 29, anni è il presidente della cooperativa sociale "Il tappeto di Iqbal" di San Giorgio a Cremano, Napoli, di cui fa parte anche Maria Alcidi, 25 anni, laureata in giurisprudenza.

Com’è nata l’idea di fare una cooperativa sociale per minori?
Carmine. La cooperativa è piuttosto giovane, dato che il 31 marzo è stato il suo primo compleanno. La decisione però è emersa dopo un percorso di circa dieci anni fatto da un’associazione di volontariato, che si chiama Lele Ramin, di cui io tuttora faccio parte.
La nostra storia comincia quindi in un quartiere di Barra, una specie di baraccopoli dove ci sono i cosiddetti "bipiani". Lì abbiamo iniziato a fare delle attività di strada e di animazione con questi ragazzini, poi pian piano alcuni di noi si sono resi conto che volevano professionalizzare questo lavoro, per cui abbiamo deciso di costituire una cooperativa sociale, composta attualmente da quattro soci; siamo partiti in tre e adesso si è aggiunta una quarta ragazza. La scelta del nome è legata alla storia di un ragazzo pakistano, Iqbal, un "piccolo schiavo" ucciso dalla mafia dei tappeti a soli 12 anni, per aver denunciato i suoi sfruttatori.
Il primo anno di attività della cooperativa siamo riusciti a farci finanziare cinque progetti, di cui tre sul territorio di Barra, uno nel comune di Portici, un altro nel comune di San Giorgio. Attualmente stiamo facendo anche un corso di formazione per gli operatori del comune di San Giorgio che saranno impegnati nel progetto di tutoraggio.
Il progetto di tutoraggio consiste nel seguire un minore all’interno della sua famiglia, per fare in modo che non venga allontanato. La nostra idea infatti è che si possano fare degli interventi di sostegno territoriale, avvalendosi della collaborazione delle risorse del territorio, perché seguire questo ragazzo senza agganciarlo alla sua realtà è un intervento che rimane sterile.
E’ un progetto che a livello cittadino vede oggi impegnati 180 tutor; noi come cooperativa stiamo nello staff centrale di progettazione e coordinamento. Adesso, a tre anni di distanza, stiamo facendo una prima verifica e l’amministrazione e tutti gli operatori coinvolti concordano nel riconoscere l’efficacia di tale formula.
Noi appunto avevamo già iniziato a Barra, come associazione, nel ’97, così quando è partita la convenzione, Barra è stato uno dei primi progetti approvati a livello cittadino. Noi tra l’altro abbiamo così potuto proporre agli assistenti sociali i casi che già seguivamo.
Ora lo stesso progetto l’abbiamo avviato anche a Portici: ci sono 10 tutor con un coordinatore; ci siamo portati lì tutta l’esperienza maturata a Barra, per cui siamo partiti subito con le verifiche settimanali, con una supervisione.
L’altro progetto che seguiamo è il reddito minimo di inserimento, per quei nuclei familiari che hanno avuto un reddito dal Comune e che ora vengono seguiti da un operatore; vengono coinvolte circa 57 famiglie. Poi collaboriamo con il Progetto Chance con cinque operatori. Infine nel Comune di San Giorgio è stato finanziato, anche se ancora non è partito, un intervento di strada, a sostegno delle reti familiari, per ragazzi delle elementari.
Questo vostro progetto di tutoraggio in concreto come funziona?
Maria. Posso raccontare la mia esperienza. Prima di impegnarmi nel progetto Chance, ho maturato un’esperienza triennale nel quartiere di Barra, prima tramite l’associazione e poi, quando si è costituita la cooperativa, attraverso quest’ultima.
Il rapporto formalmente dovrebbe essere tutor-utente, quindi uno a uno; in realtà un approccio di questo tipo sarebbe terribile, perché innanzitutto hai sempre a che fare con una famiglia multiproblematica, con problemi di inadempimento scolastico del minore, molto spesso con il giudice tutelare a premere alle spalle, per cui si creano tutta una serie di aspettative rispetto al tutor, che tuttavia bene o male viene lasciato solo.
Di qui la rapida constatazione che se non mi attivavo io come facilitatore delle reti esistenti nel territorio, la cosa non solo avrebbe finito col distruggermi psicologicamente, ma sarebbe stata priva di un impatto efficace. Così, proprio sulla base di queste prime esperienze, abbiamo cercato di contattare i vari comuni coinvolti, che hanno risposto positivamente, impostando l’intervento diversamente, ossia a rete. Oggi ad esempio nel comune di Portici ci sono degli appuntamenti settimanali che sono molto significativi perché si è creato un ...[continua]

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