1 dicembre 2011. Suicidi
Il Rapporto sui diritti globali 2011 (Ediesse), accanto alla sezione dedicata agli imprenditori suicidatisi nel 2010 (Vedi "Appunti di un mese”, Una Città, n. 189), ha raccolto anche molte storie di operai che si sono tolti la vita negli stessi mesi.
Il primo marzo 2010, un magazziniere del mobilificio Horm di Azzano Decimo (Pn) si è ucciso dopo aver saputo che non gli sarebbe stato rinnovato il contratto, in scadenza il 22 aprile. Aveva 46 anni, era padre di tre figlie.
II 14 aprile 2010 si è ucciso impiccandosi nel garage di casa un operaio di 44 anni, padre di due figlie, a Marmorta di Molinella (Bo): lavorava alla Nuova Renopress di Budrio (Bo), un’impresa produttrice di ricambi per auto, e si trovava in cassa integrazione. La moglie aveva perso il lavoro un anno prima.
II 13 maggio 2010 Mariarca Terracciano, infermiera all’ospedale San Paolo di Napoli, mamma di due figli, è morta dopo uno sciopero della fame e ripetuti prelievi cui si era sottoposta per protesta contro il mancato pagamento dei salari da parte della Regione Campania.
Il 29 settembre 2010, Vincenzo Di Maio, ex operaio di 32 anni della Dnr, un’azienda dell’indotto di Fincantieri a Castellammare di Stabia (Na), con moglie e due figli, si è ucciso vinto dall’angoscia di non poter più dare sicurezza alla propria famiglia. Aveva perso il lavoro sedici mesi prima, nel pieno della crisi, e non aveva più nessuna forma di reddito.
Il 4 ottobre 2010 Filippo La Spisa, 51 anni, da tre collaboratore scolastico precario della scuola a Palermo, non riconfermato nel posto di lavoro in seguito alla contrazione dei posti prevista dagli ultimi provvedimenti legislativi, ha minacciato di buttarsi dal quarto piano dell’ufficio scolastico di Palermo. Lo hanno salvato i vigili del fuoco.
Il 20 ottobre 2010, sempre a Palermo, un giovane disoccupato di 31 anni ha minacciato di gettarsi da un ponte: è stato convinto a desistere dall’intervento dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine.
(Rapporto sui diritti globali 2011)

10 dicembre 2011. Orgoglioso isolamento
All’indomani della mancata adesione di Londra all’accordo per una revisione dei trattati Ue, le critiche non sono mancate, nemmeno in patria.
John Lichfield, dell’Independent, non l’ha mandata a dire. Il suo articolo esordiva con la domanda: "Il futuro della Gran Bretagna? Un Orgoglioso isolamento: come le isole Cayman, ma senza quel clima”.
(independent.co.uk)

11 dicembre 2011. Un buon anno per i gay
Aaron Hicklin, editore di Out magazine, in un lungo articolo sul Guardian si rallegra dell’anno trascorso: contro ogni aspettativa, nel giro di pochi mesi, in America è stata abolita la politica del "Don’t ask, don’t tell” nell’esercito, che per anni aveva costretto uomini e donne a tenere nascosto il proprio orientamento (su Youtube si sono riversati migliaia di video di coming out) e New York è diventato il sesto stato ad ammettere il matrimonio tra coniugi dello stesso sesso.
Ma la politica, anche se con ritardo, continua Hicklin, si è limitata a rappresentare un cambiamento nell’atteggiamento della gente verso i gay. D’altra parte, per i giovani omosessuali oggi l’idea di sposarsi e/o avere figli non è più remota, è anzi normale. Così come vedere Neil Patrick Harris, popolare attore televisivo, camminare sul tappeto rosso con il partner David Burtka e i loro due figli. La recente battaglia per il matrimonio tra gay ha avuto dei supporter inattesi, come la figlia di Dick Cheney. Anche i reality hanno avuto un loro peso, così come "Out 100”, un album fotografico che ritrae cento omosessuali e transessuali, persone comuni e star dello sport o della musica, ma anche politici.
Hicklin, anche negli anni passati, si è chiesto se queste sempre più diffuse forme di assimilazione non segnino la fine della cultura gay, così come se avesse ancora senso un magazine gay. Poi però ci sono gli episodi di bullismo, quando non di aperta violenza, e l’alto tasso di suicidi tra gli adolescenti gay americani a ricordare che la strada è ancora lunga.
(guardian.co.uk)

12 dicembre 2011. Net Ecoute
A chiamare sono quasi sempre delle donne: le mamme. L’allarme scatta quando si scopre che qualcuno sta facendo richieste dubbie ai figli attraverso chat o social network. A rispondere sono gli operatori di Net Ecoute: un numero verde lanciato nel 2008 dall’associazione e-Enfance nel quadro del programma europeo "Safer Internet”. Dominique Delorme, responsabile del servizio, oltre a rassicurare i genitori, spiega loro come muoversi: non c’è bisogno di chiudere il blog, i ragazzini devono però sapere che non devono dare informazioni sulla propria identità, sull’indirizzo o sulle proprie abitudini. È una linea anonima e gratuita, aperta a tutti, anche se essenzialmente si rivolge ai genitori, irrimediabilmente più ignoranti dei figli sul funzionamento delle nuove tecnologie.  L’utilizzo di Internet da parte dei minori avviene, nel 49% dei casi, nelle loro camere e pare che il  25% dei bambini sia stato "avvicinato” da uno sconosciuto in rete. Oltre al numero verde, c’è anche un sito e poi l’associazione organizza incontri nelle scuole. La domanda è crescente: ogni settimana l’associazione riceve una trentina di richieste. Il pericolo, infatti, non viene solo dai pedofili, ma anche dall’uso, spesso irresponsabile, che fanno della rete gli stessi ragazzini. Gli episodi di molestia "cibernetica” e di bullismo attraverso il caricamento di foto e video di compagni di scuola sono in aumento. C’è anche chi mette in rete le proprie foto. Molti ignorano i rischi cui si espongono. E poi ci sono i giochi a pagamento. Una madre ha chiamato raccontando che la figlia aveva speso oltre mille euro. Questi giochi sembrano gratuiti, ma in realtà, da un certo livello in poi, per proseguire bisogna pagare e spesso non si effettua un acquisto, ma si sottoscrive una sorta di abbonamento, così i costi lievitano in modo incontrollabile. Dopodiché ottenere un rimborso è tutt’altro che facile.
(www.liberation.fr)

23 dicembre 2011. Morire di carcere
Il 19 dicembre un quarantenne rinchiuso nel carcere di Monza si è ucciso inalando il gas di una bomboletta, mentre a Pordenone Antonio Caputo, 43 anni assistente capo nel carcere friulano ha scelto di farla finita sparandosi un colpo con la pistola d’ordinanza. Il suo è stato il quinto suicidio tra le guardie carcerarie da inizio 2011.
Come ogni fine dell’anno è sempre impietosa la relazione dell’Associazione Antigone sul sistema carcerario italiano: quest’anno i morti sono stati 65. Secondo i calcoli dell’organizzazione che si batte per i diritti e le garanzie del sistema penale in Italia, nel nostro Paese ci sono circa 68 mila detenuti -di cui il 42% è in attesa di giudizio, mentre il 65% dei detenuti sconta una pena o un residuo pena inferiore ai tre anni- a fronte di 44 mila posti a disposizione. Per il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, solo nel 2010 gli agenti "hanno sventato ben 1.137 tentativi di suicidio di detenuti e hanno impedito che degenerassero 5.703 atti di autolesionismo”.
Secondo una ricerca dell’associazione Granello di Senape, dal 2000 a oggi sono deceduti oltre 1.800 detenuti, di cui un terzo per suicidio: la media è di 180 morti all’anno.
(www.lettera43.it)

26 dicembre 2011. Prostituzione
In Olanda da tempo è in discussione l’efficacia e l’opportunità, anche etica, della legalizzazione della prostituzione. A undici anni dalla legislazione pioneristica sul lavoro sessuale, si parla addirittura di un vero "flop”; così l’ha definito Evelien Tonkens, sociologa, in un articolo su Volkskrant, il quotidiano progressista di Amsterdam. Se da un lato ci sono i liberali, che auspicavano così di combattere la mafia della tratta, e le femministe che rivendicano la libertà di scelta, dall’altro ci sono i dati: dal 50 al 90% delle lavoratrici nei saloni di massaggio e nelle vetrine sono costrette; nel quartiere De Wallen, la "zona rossa” d’Amsterdam, solo il 2% delle 6000 prostitute hanno scelto di fare quel lavoro. La maggior parte delle donne provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’Est si vedono quotidianamente confiscare i passaporti e per riaverli sono costrette a versare migliaia di euro. Un cliente in realtà potrebbe anonimamente denunciare alla polizia il caso di prostitute schiavizzate. Ma anche questa disposizione si è rivelata un flop: sui circa 220.000 clienti stimati, il numero delle segnalazioni non supera qualche decina, anche perché le prostitute non osano confidarsi. Se anche Lodewijk Asscher, sindaco di sinistra di Amsterdam, è arrivato a parlare di "errore nazionale”, Evelien Tonkens è stata anche più dura: la libertà è diventata "un alibi per la schiavitù” ha tagliato corto.
(www.lemonde.fr)

28 dicembre 2011. Life in the Euro Zone
Sul sito del Wall Street Journal c’è una sezione dedicata alla crisi in Europa. I giornalisti del Wsj hanno realizzato alcune video-interviste in Grecia, Francia, Italia, Olanda, Germania e Spagna, alla vigilia delle feste di fine anno, per capire di cosa si parla a tavola, quali le preoccupazioni, le speranze, le difficoltà. Accanto alle foto e alle schede dei singoli membri della famiglia, vengono ricordati i tassi occupazionali giovanili e femminili dei vari paesi; e, nei limiti in cui una famiglia può rappresentare un paese, il menu tipico: olandesi e francesi si accontentano di un piatto di pasta seguito da verdura e/o frutta, noi italiani al primo facciamo seguire affettati; gli spagnoli cominciano il pasto con una serie di antipasti seguiti da pesce.
La famiglia greca intervistata risulta la più in difficoltà: appena avuto un bambino, il padre è rimasto disoccupato e così la madre è dovuta tornare subito al suo lavoro di traduttrice (che peraltro non prevede maternità). La famiglia francese, costituita da tre generazioni, vive tutta sotto lo stesso tetto: è un po’ l’emblema di come un generoso stato sociale associato alla proprietà della propria casa possa permettere comunque di vivere bene. Nella famiglia spagnola -entrambi i genitori con un lavoro pubblico e quindi entrambi colpiti dai recenti tagli- la vera preoccupazione è il figlio che non trova lavoro.
Tutte le famiglie vivono nella casa dei "nonni”: c’è chi l’ha ereditata, chi l’ha avuta in dono e chi l’ha comprata (si suppone a prezzo scontato); tutti i genitori, a prescindere dal paese, sanno che -a differenza di quanto accaduto loro- difficilmente potranno aiutare i loro figli finanziariamente o donando loro una casa.
(www.wsj.com)

28 dicembre 2011. Conciliazione
Sono circa 15 milioni 182 mila (il 38,4% della popolazione tra i 15 e i 64 anni) le persone che nel 2010 hanno dichiarato di prendersi regolarmente cura di figli minori di 15 anni, oppure di altri bambini, di adulti malati, disabili o di anziani. Le donne sono coinvolte in questo tipo di responsabilità di cura più spesso degli uomini (42,3% contro il 34,5%) e anche per questo risulta più bassa la loro partecipazione al mercato del lavoro: tra le madri di 25-54 anni, la quota di occupate è pari al 55,5%, mentre tra i padri raggiunge il 90,6%.
(www.istat.it)

29 dicembre 2011. Ricatti
Ahmad Hamada, 20 anni, è caduto da un’altezza di quattro metri ferendosi gravemente. Non essendo i medici di Gaza in grado di curarlo adeguatamente, il padre è riuscito a organizzare per lui un trattamento in Israele. Una settimana prima dell’appuntamento il ragazzo è stato sottoposto a un interrogatorio dallo Shabak, il servizio di intelligence interno di Israele. L’agente israeliano si è presentato in arabo e, dopo aver chiesto delle sue condizioni di salute, è partita una raffica di domande sui suoi familiari, sui vicini, sui rapporti con Hamas. Dopo un’ora, Hamada è stato lasciato solo all’interno della sala interrogatori. Dopo quattro ore aveva bisogno di andare in bagno. Ha bussato più volte sulla porta, ma senza successo. È stato costretto a fare la pipì sul tappeto. Alla fine è stato rimandato a casa. Gli è stato detto che ci sarebbe stato un secondo interrogatorio, ma lui, non volendone sapere, si è mosso per cercare una soluzione in Egitto.
Physicians for Human Rights (Phr) ha denunciato che 172 palestinesi in attesa di uscire da Gaza, perlopiù uomini tra i 18 e i 40 anni, sono stati interrogati dallo Shabak; ad alcuni di questi sarebbe poi stato rilasciato un permesso per entrare in Israele. Kfah Abd El Halim, che guida l’organizzazione Phr nel West Bank e a Gaza, denuncia questo comportamento come grave violazione del diritto fondamentale alla cura. Queste persone sono infatti messe di fronte a una scelta terribile: rinunciare alle cure oppure rischiare la vita in quanto sospettati di essere diventati dei collaborazionisti. Hamas infatti pratica una politica di eliminazione fisica dei collaborazionisti, veri o presunti che siano.
(guardian.co.uk)

30 dicembre 2011. Ritardi
Giovanni Schiavon, padovano, titolare della Eurostrade 90 a Vigonza, nove dipendenti, è l’ennesima vittima dell’impossibilità di riscuotere i crediti. "Non ce la faccio più, perdonatemi”, ha scritto in un bigliettino prima di spararsi. Era stanco di inseguire ditte che chiudono e riaprono e a cui non puoi chiedere nulla. E poi ci sono gli enti pubblici che hanno tempi biblici, e le banche che non hanno pietà. La difficoltà di riscuotere i crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione in periodi di crisi sta mietendo molte vittime, specie tra le piccole imprese. Secondo gli ultimi dati del Centro Studi dell’Ance, il ritardo medio dei pagamenti della Pubblica amministrazione nel Nord Est è di 107 giorni oltre la scadenza contrattuale dei 60 giorni, il che significa che lo Stato paga in media dopo 167 giorni, circa sei mesi, dalla fine dei lavori (Il Giornale di Vicenza).
"Secondo le stime di Farmafactoring (società attiva nella gestione del credito verso Asl e ospedali) le forniture di prodotti farmaceutici e diagnostici nel 2010 hanno segnato un ritardo medio di 325 giorni. In altre parole, il fornitore riceve il pagamento circa dieci mesi dopo la consegna. Purtroppo, nell’ultimo decennio la Pa non è mai scesa sotto i 300 giorni per estinguere i propri debiti: nel 2001 i giorni di attesa erano 302, 341 nel 2003, per poi scendere a 308 e 316 rispettivamente nel 2008 e 2009
(www.linkiesta.it).

30 dicembre 2011. Bosnia
Dopo quasi 15 mesi dalle elezioni dell’ottobre 2010, quando ormai nessuno ci sperava più, i governanti della Bosnia (uno Stato, due entità, tre gruppi etnici) pare siano giunti ad un accordo. Questa volta a porre problema non era solo Dodik, il presidente della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia, ma una disputa tra i partiti croati e il partito social-democratico guidato da Lagumdzija (multi-etnico sulla carta, ma nei fatti bosniaco musulmano).
Da tempo la politica del paese è in balia di ostruzionismi incrociati tra i vari gruppi e la retorica nazionalista è ormai penetrata anche nella testa degli elettori.
Se l’entità serba di Bosnia cerca da sempre di sottrarsi alle istituzioni nazionali con il sogno mai abbandonato dell’indipendenza, ora anche i croati bosniaci premono per avere anch’essi un’entità autonoma dai bosgnacchi (o bosniaci musulmani) con cui condividono la Federazione Bosniaco-Croata.
L’assenza di un governo centrale funzionante ha intanto bloccato sia i fondi europei sia gli investimenti stranieri. E le prospettive non sono rosee: quando, nel luglio 2013, la Croazia entrerà a tutti gli effetti nell’Unione europea, la Bosnia non potrà più esportare al vicino uova, carne e latticini perché ancora non si è deciso se è lo Stato federale o le entità ad avere la competenza in materia di controlli veterinari e sanitari. L’altra questione che i leader della Bosnia dovranno ugualmente affrontare è quella posta da Sejdic (rom bosniaco) e Finzi (ebreo bosniaco) alla Corte europea dei diritti umani. In base agli accordi di Dayton infatti, in Bosnia, alcune cariche sono vincolate all’appartenenza etnica che contempla però solo serbi, croati o bosgnacchi. Non quindi rom o ebrei.
L’inettitudine dei leader bosniaci sta portando il paese, già segnato dalla guerra, sull’orlo di un baratro.
(The Economist)

31 dicembre 2011. Co-working
Scegliere tra il lavorare a casa, in solitudine, con le distrazioni della tv (ma anche della lavatrice) o invece in un ufficio dove magari il capo o i colleghi non sono quelli sognati non è così facile. Per un numero crescente di persone pare che la soluzione stia in quella terza via che è il "co-working”.
Il concetto è abbastanza elastico, ma sostanzialmente si tratta di persone che condividono uno spazio di lavoro. In base a un istituto di ricerca californiano, siamo ancora su numeri risibili: circa 760 spazi adibiti al co-working in America, però la crescita è verticale, anche grazie alle nuove tecnologie e alla predilezione per questa formula di donne e freelance. Tra l’altro la tendenza non riguarda solo chi fa lavoro d’ufficio.
L’organizzazione BioCurious ha aperto un laboratorio di biologia comune in California e poi ci sono i cuochi che condividono le cucine, eccetera. Sono così nate delle vere catene che offrono questo servizio, come The Hub e NextSpace. Nel potenziale nuovo affare si sono gettati anche nomi affermati come Regus, che affitta uffici e sale riunioni: ora ha lanciato Businessworld, che offre ai possessori della "Businessworld card” la possibilità di usufruire di spazi privati in cui tenere riunioni, controllare le e-mail e svolgere tutte le varie attività lavorative, in tutto il mondo.
I puristi del "co-working” non amano queste cose. La cosiddetta "generazione Y” non aspira a lavorare nei lounge degli aeroporti. Ciò che li attrae del co-working è appunto il lavorare assieme. Gli "evangelisti” enfatizzano anche il ruolo del padrone di casa, una persona che organizza eventi per i fruitori dello spazio comune, presenta i nuovi arrivati e studia ipotesi di collaborazioni inedite tra i partecipanti.
La cosa sta prendendo piede anche nelle grandi aziende: nei nuovi uffici di Sidney della banca Macquarie non ci sono scrivanie personali e la gente è invitata a lavorare assieme ai colleghi.
(The Economist)

1 gennaio 2012. Ungheria
Da oggi è in vigore la nuova Costituzione ungherese. Nella nuova Carta sparisce la dicitura Repubblica d’Ungheria e resta solo "Ungheria”. Compare un esplicito riferimento alla religione. Si legge inoltre che l’embrione è un essere umano sin dall’inizio della gravidanza e che i matrimoni possono avere luogo solo tra un uomo e una donna. Oltre alle norme varate a dicembre con la "legge bavaglio” sulla stampa (che prevede, tra l’altro, l’obbligo di rivelare le fonti per i giornalisti investigativi), è in corso un pericoloso ridimensionamento del ruolo della Corte Costituzionale e di tutti gli altri organi di controllo.

2 gennaio 2012. Anoressia
Negli Stati Uniti, in ambito medico, si è recentemente aperto un dibattito sul protocollo terapeutico da seguire con pazienti malate di anoressia. La linea tradizionale, ispirata a un’alimentazione molto lenta e graduale che comincia con 1200 kcal al giorno per aumentare di 200 calorie al giorno, ha il grave difetto che nella prima settimana la paziente perde ulteriormente peso, rischiando spesso la vita. Così sempre più medici, negli Stati Uniti e non solo, stanno mettendo in discussione l’approccio cosiddetto "start-low” a favore di una terapia più aggressiva fino a che il peso non supera la soglia di guardia. Molti medici obiettano però che un trattamento troppo radicale può essere ugualmente pericoloso perché le persone spesso arrivano in ospedale con bassi livelli di fosforo nel sangue, che segnalano uno squilibrio elettrolitico che può provocare la cosiddetta "sindrome da rialimentazione”, una condizione potenzialmente letale. E poi c’è l’aspetto psicologico: essere costretti a mangiare grandi quantità di cibo dopo lunghi periodi di sottalimentazione (l’approccio aggressivo prevede una dieta che comincia con 1900 kcal per arrivare a 3000 kcal) per un’anoressica è traumatico perché si realizza proprio l’incubo che queste pazienti più temono: ingrassano (in realtà non è vero, ma così loro si vedono). Ci sono pazienti che a distanza di anni ricordano ancora con orrore trattamenti di questo tipo, che tra l’altro sono anche fisicamente dolorosi perché lo stomaco nel frattempo si è ristretto e spesso ci sono oggettivi problemi di digestione. La migliore terapia alla fine risulta allora quella improntata a un difficile equilibrio: alimentare la paziente il più possibile, ma sempre tenendo sotto controllo il rischio della sindrome di rialimentazione. Purtroppo la crescente pressione a limitare i tempi di degenza negli ospedali non aiuta a trovare la giusta misura.
(www.nytimes.com)