Fin dal suo esordio nel 1974 con Le mie poesie non cambieranno il mondo, un volumetto di circa 50 pagine il cui titolo esprimeva una semplice ma spavalda polemica con la diffusa cultura presuntamente “rivoluzionaria” di quegli anni, Patrizia Cavalli mostrò che con gli stili e le ideologie della modernità non aveva niente a che fare. Il suo modo diretto, sbrigativamente limpido di dire le cose aveva tuttavia un sapore classico. Chi osava scrivere così, quali autori poteva aver letto? Certo, Penna e Leopardi, Cavalcanti ed Elsa Morante… In effetti le poesie di Patrizia Cavalli nascono dalla libertà, dall’aria aperta, dovute nello stesso tempo a un forte senso della forma e a un’assoluta presenza dell’occasione. Queste due cose stavano benissimo insieme nei suoi versi, con una naturalezza che sapeva perfettamente nascondere l’arte. La sua era una lingua parlata e diaristica. Le sue poesie hanno quasi sempre la forma di appunti o aforismi ritmati e rimati ma senza precise intenzioni:

Per riposarmi
mi pettino i capelli,
chi ha fatto ha fatto
e chi non ha fatto farà.

Dietro la bottiglia
i baffi della gatta,
le referenze
le darò domani.

Ora mi specchio
e mi metto il cappello,
aspetto visite aspetto
il suono del campanello.

Occhi bruni belli e addormentati...

Ma d’amore
non voglio parlare,
1'amore lo voglio
solamente fare.
(da Le mie poesie non cambieranno il mondo)

Sembrano poesie scritte con noncuranza, ma è solo per evitare che le intenzioni letterarie possano falsificare tono e lingua. In questo tipo di poesia la voce è tutto, anche se alla musica del parlato si aggiunge sempre una modulazione particolare che ne enfatizza e sottolinea parallelismi di senso e iterazioni foniche.

Andrò dai miei amici andrò a cena
consolerò così la mia pena.
(Ibid.)

È chiaro che molte di queste poesie non sembrerebbero, non sarebbero in sé vere poesie: ciò che conta e dà loro significato è la cornice non detta, è la scena, è la fondamentale teatralità che si trova in tutti i libri di Patrizia Cavalli. Anche i suoi monologhi sono monologhi “in scena”; anche il suo impulso a semplificare, alleggerire, velocizzare, può incontrare all’improvviso grovigli di incertezza, le molte pieghe di un solo pensiero: ma allora si stabilisce un patto sorprendente tra finzione, recita sociale e certezza intima.
Con il secondo libro, Il cielo, uscito nel 1981, la complicazione nascosta dalla velocità degli epigrammi prende più spesso il sopravvento. Nasce così una sintassi, un ordine discorsivo che tende a dilatarsi, che accumula specificazioni su specificazioni e solo in conclusione torna l’epigramma:

Per simulare il bruciore del cuore, l’umiliazione
dei visceri, per fuggire maledetta
e maledicendo, per serbare castità̀
e per piangerla, per escludere la mia bocca
dal sapore pericoloso di altre bocche
e spingerla insaziata a saziarsi dei veleni del cibo
nell’apoteosi delle cene quando il ventre
già̀ gonfio continua a gonfiarsi;
per toccare solitudini irraggiungibili e lì
ai piedi di un letto di una sedia
o di una scala recitare l’addio
per poterti escludere dalla mia fantasia
e ricoprirti di una nuvolaglia qualunque
perché́ la tua luce non stingesse il mio sentiero,
non scompigliasse il mio cerchio oltre il quale
ti rimando, tu stella involontaria,
passaggio inaspettato che mi ricordi la morte.

Per tutto questo io ti ho chiesto un bacio
e tu complice gentile e innocente, non me lo hai dato.
(da Il cielo)

Con il passare degli anni l’autoanalisi e l’autodiagnosi diventano più nitide e desolate:

Io scientificamente mi domando
come è stato creato il mio cervello,
cosa ci faccio io con questo sbaglio.
Fingo di avere anima e pensieri
per circolare meglio in mezzo agli altri,
qualche volta mi sembra anche di amare
facce e parole di persone, rare;
esser toccata vorrei poter toccare,
ma scopro sempre che ogni mia emozione
dipende da un vicino temporale.
(da L’io singolare proprio mio)

Qui la sequenza di endecasillabi segnala che la padronanza formale è diventata un istinto sicuro. L’io-personaggio è annoiato di se stesso: dichiara infatti che alla radice di ogni quotidiana avventura o disavventura, felicità o dolore, c’è solo un difetto celebrale. Letterariamente siamo sempre più vicini a una vera e propria svolta. Alla forma dell’epigramma tende lentamente a sostituirsi la forma del poemetto analitico, descrittivo, argomentativo, interpretativo. A forza di cercare e indagare ragioni, questa poesia impara a ragionare, ad amare il ragionamento come un’arma difensiva o un rimedio all’immediatezza, alla stanchezza delle intuizioni, della gestualità erotico-mondana.
Credo che la vera novità nello stile della più recente poesia italiana sia proprio la forma del poemetto. Patrizia Cavalli ne ha scritti diversi: “L’io singolare proprio mio”, “La guardiana”, “Aria pubblica”, “La patria”, “L’angelo labiale”, “Datura”. La sua perizia tecnica ha raggiunto con il tempo una capacità costruttiva inimmaginabile per il lettore dei suoi primi libri. Fra tutti, mi sembra che il suo capolavoro sia “La maestà barbarica”, ritratto di una mendicante semifolle di piazza Campo de’ Fiori a Roma, che fa pensare ai Tableaux parisiens di Baudelaire, forse, nella poesia moderna, il suo precedente più prossimo:

Stanche divinità che mi lasciate all’anima
senza governo troppo esagerata,
voi che mi davate forme e nomi
ora anche voi indistinte vi sciogliete.
C’è al vostro posto una maestà barbarica
che gira nel quartiere, che fa di ogni caffè
e negozio casa sua e da padrona siede
dove capita per scrivere lettere agitate,
che imposta senza busta perché loro
sanno fin troppo bene dove andare,
dirette come sono a certe alte
infami autorità. Resta a lungo seduta
in ostensione del suo pensiero assorto
che le detta le parole più giuste, gli insulti
più appropriati perché possa raggiungere
– nessuno sa che cosa, ma raggiungere.
Mi è capitata in mano una sua lettera,
non c’erano né frasi né parole,
ma c’era una scrittura infatuata di consonanti
triple e vocali gigantesche, tenute
insieme da volute e colonnati,
la prova che il rovello è architettura.
(…)
Quando non fa le recite
o non scrive, si confeziona costumi
portentosi. Lei non segue la moda,
ma l’impone: vanno in molti a spiare
i suoi drappeggi, le cuciture a vista,
i tagli trasversali. La sua eleganza
è quasi una minaccia, passarle accanto
coi propri vestitucci un po’ si trema
e un po’ ci si vergogna. Io non oso parlarle,
ma la guardo, la guardo sempre,
discosta e laterale. Ogni giorno
ho bisogno di vederla, se non la vedo
la vado a cercare, se non la trovo,
provo paura e noia. Temo che muoia,
temo che scompaia.
(da Datura)

È un testo di particolare complessità che arriva al virtuosismo sia nell’interpretare che nel descrivere. Del resto il virtuosismo è anche tipico della mendicante, nonché la teatralità spinta fino alla solennità e all’assurdo.
Dall’io al personaggio: vicenda del tutto insolita per un genere letterario come la lirica. Di veri personaggi nella lirica moderna ce ne sono pochi e molto rari sono gli autori che hanno sentito il bisogno di lasciare la scena a figure umane che spossessavano l’io del poeta, il poeta come protagonista. I primi nomi che vengono in mente sono quelli di Gozzano e di Eliot, con la signorina Felicita e Alfred Prufrock. Qua e là compaiono ritratti in Gottfried Benn, Wystan Hugh Auden, Hans Magnus Enzensberger, Elio Pagliarani…
Nella poesia italiana degli ultimi decenni il caso più esemplare di poesia-racconto è quello di Bianca Tarozzi. Mentre in Patrizia Cavalli il personaggio è arrivato tardi, è un esito culminante, in Bianca Tarozzi arriva subito. Il suo primo, tardivo libro poetico, La Buranella (1996), prendeva il nome da una giovane donna dell’isola di Burano a Venezia. Era il segnale di una svolta. Il personaggio in poesia diventava centrale e la poesia nasceva da un bisogno di racconto e di ritratto. Oltre a quello della buranella, nel libro si trovano ritratti, poemetti narrativi dedicati a “La bella Cecilia”, “Rossana”, “Miranda”, “La casa di Anna”, “Maria”. Qui è subito chiaro che il solo precedente ipotizzabile è quello di Gozzano, anche per l’uso intensivo, funzionale, di un linguaggio colloquiale e diretto, ritmicamente trainato da un’alternanza di prevalenti endecasillabi e settenari, con il sostegno di qualche rima. La memoria personale, messa in versi che sembrano da libro illustrato, trasforma il passato in fiaba o storia da calendario. Ma in questo falsetto infantile Bianca Tarozzi fa qualcosa di completamente inedito e perfino “proibito” nella poesia degli ultimi decenni del Novecento. Nelle sue poesie il tempo, che sembra storico, è immobilizzato da un’ironica, affettuosa, distaccata nostalgia. È come se l’autrice delegasse l’espressione delle sue nostalgie agli effetti della sua metrica:

Per non saper che fare,
per non stare
a casa sua, Rossana
mi veniva a trovare la domenica.
Gli amici protestavano.
“La tua casa è una corte dei miracoli!
Questa Rossana dove l’hai trovata?”
L’avevan detto per Rina, per Silvana,
per Dorina, per Liana…
operaie, pianiste, casalinghe
disadattate, belle
malmaritate, tutte
vagamente in attesa
di un futuro migliore…
“Questa Rossana dove l’hai trovata?”.
(da Il teatro vivente)

È un poemetto in quattro sezioni che si conclude così:

Chiedeva troppo, troppo,
come tutti.
Anche lei, come tutti, alla ricerca
di una vita vivibile, da entrarci
come fosse la sua -
la vita d’altri,
la roba d’altri!
Certo, anch’io vorrei
andare, andare via
in una vita che non sia la mia.

Ma non è facile farsi un’idea della narrativa in versi di Bianca Tarozzi senza leggere i singoli poemetti dall’inizio alla fine. Comunque anche quando al racconto in versi articolato per sezioni si sostituisce lo schizzo veloce, l’efficacia non manca:

È allegra la postina, ed è padrona
di un mondo colorato di perline
con le quali si addobba, ed ogni giorno
ha una diversa spilla, una collana
che si intona alla maglia,
che sfavilla.
Ogni giorno ha un gioiello,
un nuovo anello
fatto da lei.

Capelli rossi tirati sulla nuca
del tipo henné in eccesso di dosaggio:
di saggio in lei
non ce n’è molto - il rossetto
è arancione, la gonna azzurro-jeans,
la giacca d’ordinanza gialla e blu
e sulla camicetta
bianca questa mattina
risalta la collana acquamarina,
arcobaleno di felicità.
(Ibid)

Con una leggerezza, un umorismo, una curiosità e felicità evocativa che esplora microcosmi e microstorie, la poesia di Bianca Tarozzi non somiglia a niente che sia stato scritto in versi italiani tra Novecento e Duemila. Il perché di questo lo si trova forse nelle prime righe della sua postfazione a Il teatro vivente: “Ho cominciato a scrivere poesie quando ho imparato a scrivere, in prima elementare. Ancor prima avevo imparato a leggere e avevo letto molte poesie. Mia madre ricopiava per noi su uno speciale quaderno i versi letti in libri presi a prestito, o da giornali e riviste. La poesia nella mia famiglia aveva un valore fondante perché mia madre, avendo incontrato in treno un interessante giovanotto che era giornalista per il quotidiano ‘L’Ordine Nuovo’ diretto da Gramsci, si era messa a parlare con lui di Leopardi”. Quel giovanotto diventò suo marito e quindi padre dell’autrice. Era nato nel 1895 e nel 1926 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale per antifascismo.