“Che cosa ho io a che fare con gli schiavi?” (ti moi sun douloisin) è il noto motto, di lingua greca, che Piero Gobetti adottò come simbolo della sua casa editrice. Le parole originariamente utilizzate da Vittorio Alfieri esprimono un senso di superiorità morale e indipendenza rispetto a coloro che vivono in uno stato di schiavitù, oppressione o mancanza di libertà intellettuale e civile. Piero Gobetti, nato a Torino il 19 giugno del 1901 e morto a Parigi il 15 febbraio del 1926, fu fin dalla prima giovinezza acerrimo nemico del fascismo, tanto da diventare ben presto suggestivo animatore di idee e di azioni, rivolto all’Italia che si opponeva alla dittatura, non soltanto per un astratto amore per le libertà perdute, ma per il tentativo di inserire nel gioco delle forze politiche un nuovo ordine sociale di cui nel suo “cenacolo” divenne intransigente animatore. Sicuro di poter contare solo sulla forza di minoranze capaci di testimoniare “un solo valore incrollabile: l’intransigenza -ebbe a scrivere- e noi ne saremo i disperati sacerdoti. Né Mussolini né Vittorio Emanuele di Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso, per chi lavora da anni, dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario  e alle congiure. Eppure siamo sinceri fino in fondo, io ho atteso  ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti, questo popolo riconoscesse se stesso”.
Aveva solo diciotto anni quando fondò “Energie Nuove”, quindicinale  al quale collaboreranno eminenti personaggi: Einaudi, De Ruggero, Codignola, Giovanni Gentile, Prezzolini e Salvemini. Con questa iniziativa assume rilievo l’idea che Gobetti ha della cultura e della funzione che può svolgere la figura di un organizzatore e di un editore. “Il sapere come mero dilettantismo è un fatto particolare, individuale -spiega Gobetti- acquista importanza nazionale e umana, in quanto diventa organizzazione, principio di forza, di superamento, di vitalità ed è qui che entra in gioco l’editore. Quell’editore che deve rappresentare un intero movimento di idee, tanto meglio se vi ha portato il suo contributo anche lui, tanto meglio se è addirittura lui l’iniziatore”. Questo il suo manifesto politico al quale lavorerà con impegno raro fino alla vicina data della  morte. Conosciuto Gramsci a Torino viene invitato a collaborare come critico teatrale all’“Ordine Nuovo” (1919), primo giornale apertamente comunista pubblicato in Italia.
Convinto che il Risorgimento italiano fosse stata una rivoluzione mancata, stroncata sul nascere dal riaffiorare di quel mondo di intrighi, con i quali era stata compromessa la precipua funzione che egli attribuiva allo Stato liberale: un’istituzione di lotta aperta, dalla quale il meglio scaturisce da un sistema di concrete e leali contrapposizioni. Per cercare dunque il meglio in ogni campo, in quello delle idee, come in quello dei sistemi, sia economico, sia politico e istituzionale. Questo per migliorare i costumi, le idee, interpretandone i segreti. L’interpretazione della “rivoluzione mancata” serviva a Gobetti per diagnosticare il male di cui soffriva la società italiana, per questo era necessario individuare forze sane, che agissero sul piano politico per il conseguimento di una rinnovata democrazia.
Queste forze sane, capaci di rinnovare  il costume politico e morale del Paese, furono individuate nelle masse operaie e contadine. Distruggere queste forze  significava distruggere l’unica forza vitale della società. Dal Risorgimento gli pareva che i ceti alti e medi non fossero più capaci di rinnovare una società, che gli appariva torbida, incapace di mutazione. Per questo sperava nell’attitudine creatrice di operai e contadini, sperava che dalle moltitudini si sarebbe potuta perfezionare  l’opera della minoranza di borghesi e aristocratici che avevano meglio rappresentato la costruzione dello Stato unitario.
Nel 1922 fonda la rivista “Rivoluzione Liberale” che fu stroncata dal fascismo nel 1924 e con la quale sviluppa prospettive che fanno discutere gli storici. La Rivoluzione russa lo entusiasma per un rinnovato impegno per la lotta verso una emancipazione politica. 
Gobetti propone cambiamenti e valutazioni epocali. Non si tratta di parlare solo della rivoluzione, ma di realizzarla attraverso una lotta che, malgrado anche le sconfitte, comunque porterebbe un contributo al progresso e a ...[continua]

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