Wronki, 7 febbraio 1917

Mia cara Mathilde,
[…] chissà quando potrò sedere di nuovo con lei e Mimi a Südende e leggervi Goethe ad alta voce. Però oggi voglio comunque declamarle a memoria una poesia che mi è tornata in mente questa notte, dio sa perché. È di Conrad Ferdinand Meyer, un poeta svizzero che amo molto, autore anche di Jürg Jenatsch. Si accomodi, dunque, prenda in braccio Mimi e metta su quell’espressione solenne da percorella che assume sempre quando le recito qualcosa. Allora, silenzio:

La confessione di Hutten

Ecco che cammino sulla mia tomba.
Ehi Hutten, vuoi confessarti?
Così sono usi fare i cristiani. Mi batto il petto.
Essere uomo non significa dunque avere coscienza delle proprie colpe?
Mi pento di aver compreso troppo tardi il mio compito, 
mi pento perché il mio cuore è arso di una fiamma troppo tiepida,
mi pento di non aver agito, nelle lotte che ho sostenuto,
con più coraggio e di non aver inflitto colpi più duri.
Mi pento di non esser stato bandito più di una sola volta.
Mi pento di aver sovente conosciuto la paura.
Mi pento di ogni giorno trascorso senza ferite.
Mi pento di ogni ora trascorsa senza ira.
Mi pento, lo confesso con la più grande contrizione,
di non essere stato tre volte più audace.

Questi ultimi versi li farà incidere sulla mia tomba... Mi ha presa sul serio, Mathilde? Ci rida pure su. La mia tomba, come la mia vita, non recherà traccia di frasi altisonanti. Sulla mia lapide voglio che si leggano solo due sillabe: “Zvi-zvi”. È il richiamo delle cinciallegre, che so imitare tanto bene da farle accorrere subito. Pensi: da qualche giorno in questo zvi-zvi, che di solito scintilla chiaro e acuto nell’aria come un ago d’acciaio, c’è un minuscolo trillo, una piccolissima nota di petto. E sa, signorina Jacob, cosa significa questo? È il primo lieve trasalire della primavera imminente; nonostante la neve, il gelo e la solitudine, noi -le cinciallegre e io- crediamo nella primavera in arrivo! E se per troppa impazienza non la dovessi vivere, non dimentichi che sulla mia lapide non deve esserci altro che “zvi-zvi”.
Abbraccio lei e Mimi con una terribile nostalgia.
Sua R.Lu.
[Lettera di Rosa Luxemburg a Mathilde Jacob, scritta dal carcere di Wronki]