Da alcuni mesi sono sottoposti a continue provocazioni e molestie da parte di giovani pastori ebrei di piccole fattorie (già diventate quasi duecento in pochi anni) che sono spuntate come funghi sulle cime delle colline sovrastanti, senza permessi legali, ma con aiuto, protezione e generoso finanziamento dell’esercito, delle colonie più grandi e di tutti i ministeri del governo d’estrema destra.
Ma non volevo parlare ora di questa esperienza, anche se proprio ieri il governo ha annunciato un programma da oltre mezzo miliardo di euro per la realizzazione di trentacinque nuove colonie e delle relative infrastrutture viarie in Cisgiordania. Nei dintorni di Gerusalemme, infatti, la violenza dei coloni non raggiunge i livelli, ben più gravi e sanguinosi, che si registrano nel nord e nel sud dei territori occupati.
Preferisco scrivere dei miei pensieri sul “colonialismo di coloni”, in seguito alla lettura di un libretto dallo stesso titolo di un noto poeta e critico ebreo americano, Adam Kirsch, che avevo preso in prestito dalla biblioteca democratica che propone testi progressisti.
Con mia sorpresa, mi sono trovato a leggere una critica molto dura della teoria anticolonialista che da tempo orienta una parte degli ambienti accademici e politici progressisti in America e in Europa, nonché degli slogan anti-israeliani sventolati dai movimenti pro-Pal. A questi ambienti, e anche ai circoli intellettuali ai quali mi sento vicino, è infatti comune considerare il sionismo -almeno nella sua forma attuale- e la politica dello Stato di Israele come un’espressione contemporanea del colonialismo contro cui abbiamo combattuto per tutto il XX secolo.
Premetto che la lettura di questo libretto, pubblicato nel 2024, pochi mesi dopo il terribile pogrom compiuto da Hamas nell’ottobre 2023 e durante la devastante risposta militare israeliana, non ha modificato la mia opposizione, ideologica e pratica, alla linea seguita dalla quasi totalità dei governi israeliani fin dalla fondazione dello Stato, una linea esasperata dall’attuale governo di estrema destra. Tuttavia, è sempre utile riconsiderare alcune assunzioni date per scontate, anche per chiarirsi le idee.
Ecco dunque che, con il processo d’indipendenza delle colonie degli imperi europei dopo la Seconda guerra mondiale, in Africa e in Asia, fino alla clamorosa sconfitta dei francesi prima e degli Stati Uniti poi in Vietnam, sembrava essersi conclusa l’epoca del colonialismo: lo sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera indigena da parte di minoranze bianche che fecero ritorno nelle rispettive madrepatrie, spesso dopo aver commesso gravi eccidi, come i tedeschi con gli Herero in Namibia o i belgi in Congo o ancora i pieds noirs francesi. Questi ultimi, quasi un milione, che pure credevano -in quei cent’anni- di aver integrato l’Algeria nel territorio nazionale francese, nel 1962, all’indomani dell’Indipendenza, dovettero fuggire.
Restavano ancora pochi esempi coloniali, ma di tipo differente, perché i bianchi venuti dall’Europa avevano voluto diventare residenti dei nuovi paesi, distaccandosi dalle madripatrie d’origine e sviluppando una coscienza locale. Così i boeri olandesi in Sudafrica e poi gli inglesi, laggiù e in Rhodesia, pur restando piccole minoranze, tirarono avanti separati dalla popolazione locale, con forme diverse di apartheid e di discriminazione etnica e razziale, fino al crollo della supremazia bianca alla fine del secolo scorso.
Proprio questi ultimi esempi di decolonizzazione hanno ispirato la teoria del “colonialismo di coloni” (o d’insediamento), sviluppata inizialmente in Australia e poi diffusasi negli Stati Uniti e in Canada, la quale individua queste tre nazioni come esempi di popolazioni bianche d’origine europea che si erano impadronite di vasti territori d’oltremare, decimando nel giro di pochi decenni le popolazioni autoctone con le armi, le malattie e l’alcool.
Entro poco tempo gli immigrati europei non solo divennero maggioranza, ma svilupparono una coscienza di “indigeni”, come se fossero da sempre gli abitanti legittimi di queste nuove nazioni e come se la loro storia fosse iniziata soltanto con la liberazione dal giogo coloniale delle potenze europee. I pochi aborigeni rimasti finirono nelle riserve, considerati fenomeni folcloristici o naturali più che esseri umani e civili. Basti ricordare che, a 75 anni dall’arrivo della Mayflower, gli indiani del New England erano passati da 140.000 a 10.000.
La teoria del colonialismo di coloni lo descrive come un insaziabile esempio di capitalismo territoriale, che considera lo spazio vitale aperto ai coloni come terra nullius, terra di nessuno. Dato però che il processo descritto è ormai compiuto e irreversibile, in assenza di masse indigene originarie, ecco che i fautori di questa teoria hanno trovato, secondo Kirsch, l’esempio ancora attuale e forse reversibile su cui puntare le loro frecce: Israele e la colonizzazione sionista.
Non per nulla uno degli slogan agli inizi del progetto ebraico in Terra Santa, coniato da Zangwill, era: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Infatti, dal punto di vista arabo, l’espansione territoriale ebraica sembra insaziabile.
Fino a oggi gli Stati arabi ospitano i 650.000 palestinesi originari, espulsi o fuggiti nel 1948, e i loro discendenti, mantenendoli privi di uno stato civile (eccetto la Giordania), proprio per rendere possibile il “ritorno” e la fine del progetto sionista.
Ecco dunque che Israele rappresenta, per i teorici del colonialismo di coloni e per gli estremisti musulmani, il caso in cui sarebbe ancora possibile rivoltare il corso della storia e decolonizzare anche una “colonia di coloni”.
Da patriota israeliano, anche se non sionista, credo pur sempre che questo paradigma che unisce i teorici bianchi progressisti ai fanatici islamisti non sia fondato. Anzitutto, data la realtà che si è formata in Israele in 76 anni, con otto milioni di ebrei, in seguito sì al transfer della maggioranza palestinese autoctona nel 1948, ma anche alle ondate d’immigrazione dei superstiti dell’Olocausto e dei rifugiati provenienti dai paesi arabi e dall’impero comunista, la situazione non è simile a quella del regno crociato e non è meno irreversibile di quella delle nazioni tipiche del colonialismo di coloni in America del Nord e in Australia.
Oltretutto, al contrario di altri fenomeni “coloniali”, il sionismo fece venire in Terra Santa rifugiati in fuga da persecuzioni e discriminazioni, che non speravano di migliorare la propria vita grazie allo sfruttamento di risorse economiche, naturali o della manodopera locale, resa quasi schiava, nelle colonie conquistate dallo Stato potente da cui provenivano. Gli ebrei vennero soltanto per conquistare la propria libertà con il duro lavoro, al quale certo non erano abituati. Essi non avevano una madrepatria che li avesse mandati e nella quale potessero tornare.
Dirò di più, senza contare il sentimento millenario di appartenenza e di attaccamento del popolo ebraico della Diaspora alla Terra della Bibbia, dalla quale si sentiva esiliato con la forza, andrebbe ricordato che nessuna nazione al mondo può definirsi veramente autoctona: tutte si sono formate, nel corso dei secoli, attraverso ondate d’invasioni “coloniali”, mescolatesi con le popolazioni locali precedenti. Si pensi all’Italia, già dai miti della fondazione di Roma con il troiano Enea, il ratto delle Sabine, la fusione con gli Etruschi e gli altri popoli italici, i Greci e poi le ondate dei barbari, cristianizzati e insediatisi, come i Longobardi e i Goti, e infine i Normanni, gli Arabi e tanti altri. Chi sarebbero, dunque, gli italiani autoctoni?
Peraltro, anche se i rifugiati palestinesi del ’48 e del ’67 non poterono tornare nelle loro case, quelli rimasti entro le frontiere d’Israele crebbero fino a diventare due milioni, il 20% della popolazione, malgrado la discriminazione. Certo, una proporzione diversa da quella dei due terzi di palestinesi contro un terzo di ebrei prima della fine del Mandato britannico sull’intera Palestina, ma pur sempre non una decimazione, uno sterminio o un genocidio, come negli altri esempi citati dai teorici. Persino Maxim Rodinson, marxista anticolonialista, seguace di Frantz Fanon e ispirato da Gramsci, già nel lontano 1967, su “Les Temps Modernes” di Sartre, aveva riconosciuto l’irreversibilità della realtà israeliana e la conseguente necessità di cercare soluzioni al problema palestinese diverse dal paradigma della decolonizzazione.
Perché, si chiede Kirsch, la dura critica dei teorici del “colonialismo di coloni”, tra cui anche il padre dell’attuale sindaco di New York, Mamdani, e le manifestazioni ProPal anticiparono la sanguinosa vendetta israeliana a Gaza, quasi a giustificare la feroce strage compiuta da Hamas contro i coloni ebrei? Ancora: perché la repressione israeliana contro i palestinesi è al centro dell’attenzione mondiale e della critica anticoloniale, mentre restano invece in ombra altre tragedie, come quelle compiute contro gli Uiguri e i Tibetani da parte della Cina, a Timor da parte dell’Indonesia, nel Kashmir da parte dell’India e molte altre?
Certo, Israele è più “occidentale”, cioè più mediatico, più bianco; e soprattutto si presentava come “esempio morale per le nazioni”, dopo l’Olocausto.
A mio avviso Israele, prodotto di complessi processi storici come quasi tutte le altre nazioni, è una realtà irreversibile, entro le frontiere del 1948-1967, riconosciute dall’Onu e da tutta la comunità internazionale. La sua legittimità, espressione del diritto di autodeterminazione della grande maggioranza della sua popolazione, è indiscutibile, proprio in parallelo (e non a condizione) del riconoscimento, suo e internazionale, del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.
Entrambi i popoli, che contano circa otto milioni di persone, radicati tra il Giordano e il Mar Mediterraneo, con le rispettive diaspore nel mondo, considerano la Terra Santa come la loro patria e devono trovare il modo di condividerla.
La responsabilità reciproca è commisurata alla potenza militare, economica e politica dei due popoli: i paradigmi precedenti della colonizzazione, della decolonizzazione e degli equilibri internazionali sono scossi dal terrore, dal fanatismo religioso e dalla globalizzazione. Nessuno di noi, ebreo o palestinese, che vive “tra il mare e il fiume”, scomparirà o accetterà di essere sottomesso alla supremazia altrui, etnica o religiosa che sia. E per questo dobbiamo lottare, all’interno dei nostri due popoli, per la giustizia e l’eguaglianza di tutti, con il sostegno dei movimenti progressisti e anticoloniali di tutto il mondo.
Uno degli slogan che sventoliamo nelle nostre manifestazioni settimanali contro la guerra e contro le tendenze autocratiche e razziste dice: “Un popolo che domina un altro popolo non può essere libero”.
L’ultima, spaventosa guerra di vendetta, non ancora conclusa, a Gaza; le distruzioni sistematiche di case e d’infrastrutture fisiche, culturali e comunitarie; le decine di migliaia di morti; il transfer forzato e continuo di centinaia di migliaia di civili inermi, senza tetto e senza cibo, mi sconvolgono. Anche senza adottare il termine di genocidio premeditato, non posso fare a meno di pensare alla micidiale marcia della morte imposta agli Armeni dai Turchi all’inizio della Prima guerra mondiale.
Penso, con la vergogna del cittadino israeliano che si sente responsabile delle azioni del proprio Paese, alla palese violazione della Convenzione internazionale, formulata e promossa dal giurista ebreo Raphael Lemkin dopo l’Olocausto, che condanna ogni tentativo di cancellare l’identità fisica e culturale di qualsiasi popolazione umana.
Così, la teoria del colonialismo di coloni, la situazione a Gaza, la mia esperienza settimanale in Cisgiordania, dove vivono quattro milioni di palestinesi, le notizie dei pogrom perpetrati da coloni ebrei e le decisioni del governo israeliano citate sopra mi convincono che la realtà dei territori occupati nel 1967 costituisca, quella sì e senza dubbio, un gravissimo esempio di “colonialismo di coloni”.
Questi coloni sono circa mezzo milione, per la maggior parte residenti in cittadine vicine alla Linea Verde, cioè al territorio legalmente riconosciuto d’Israele; ma alcune migliaia di teppisti, insaziabili e violenti, insediati nelle fattorie, sono sostenuti proprio dalla potenza militare che li protegge e li appoggia. Ma tutti possono “tornare in patria”, come accadde dall’Algeria nel 1962.
La situazione sarebbe dunque ancora reversibile, se alle prossime elezioni in Israele riuscissimo a bloccare il messianismo nazionalista e se la comunità internazionale, inclusi gli Stati Uniti, comprendesse che senza una soluzione equa e sostenibile della questione palestinese, non potrà esserci stabilità in Medio Oriente.
Gerusalemme, 20 luglio 2026

















