Cristo si è fermato a Eboli, capolavoro di Carlo Levi (1902-1975) e uno dei classici del Novecento narrativo italiano, scritto fra il 1943 e il 1944, è la cronaca autobiografica dei due anni di confino passati in Lucania nel 1935 e 1936. Ma il racconto contiene, nelle sue pagine centrali, una geniale, memorabile teoria della società contadina in quanto corpo estraneo rispetto a secoli e secoli di quella grande Storia delle classi dominanti, che è nota a tutti: 

Gli Stati, le Teocrazie, gli Eserciti organizzati sono naturalmente più forti del popolo sparso dei contadini: questi devono perciò rassegnarsi ad essere dominati: ma non possono sentire come proprie le glorie e le imprese di quella civiltà, a loro radicalmente nemica. Le sole guerre che tocchino il loro cuore sono quelle che essi hanno combattuto per difendersi contro quella civiltà, contro la Storia e gli Stati, e la Teocrazia e gli Eserciti. Sono le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz’ordine militare, senz’arte e senza speranza: guerre infelici e destinate sempre ad essere perdute; feroci e disperate, e incomprensibili agli storici.
I contadini di Gagliano non si appassionavano alla conquista dell’Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati sessant’anni (...) Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come cosa di ieri (...) Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti (...) Ma, salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti (...) Da un punto di vista liberale e “progressista”, quello appare l’ultimo sussulto del passato, che andava spietatamente stroncato (...) Ma il brigantaggio dei contadini è un altro; è la loro cupa, disperata, nera epopea (...) i briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini contro lo Stato, contro tutti gli Stati.
(pp. 131-133)


Levi descrive e nello stesso tempo teorizza un fenomeno secolare inevitabilmente mescolato con un mito, con una dimensione sociale e culturale estranea alla Storia della civiltà come gli storici la vedono e la ricostruiscono guidati da concetti come progresso e sviluppo. In quel mito, alimentato dalla ­realtà di un sottosviluppo insuperabile, Levi immagina anche la possibilità latente di una “rivoluzione contadina” nutrita di utopia antropologica che la Storia sembra custodire nel suo fondo arcaico e misterioso, che la cultura della borghesia ignora e vuole ignorare, chiudendosi nella grettezza dei suoi schemi e luoghi comuni. È così che Levi allude a un ipotetico progresso futuro che riconosca l’esistenza di un mondo sociale che le politiche illuministiche non sono mai riuscite a riconoscere nella sua alterità:

Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili, nel loro aspetto arcaico essi non avevano nulla dei romani, né dei greci, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente quella più antica, che non si sa donde sia venuta (...) Soltanto alcune volte essa si è levata per difendersi da un pericolo mortale (...) la prima di esse è quella di Enea. Una storia mitologica deve avere delle fonti mitologiche. La pietas di Enea non poteva essere capita dagli antichi italiani, che vivevano nei campi con gli animali (...) Da un lato c’era un esercito, con armi splendenti forgiate dagli dèi; dall’altro, come le descrive Virgilio, c’erano delle bande di contadini, che impugnavano a propria difesa le scuri, le falci e i coltelli del loro lavoro quotidiano (...) Poi venne Roma, e perfezionò la teocrazia statale e militare dei suoi fondatori troiani (...) l’umile Italia storicamente aveva torto, e doveva perdere. Non aveva armi forgiate da Vulcano, né cannoni, come l’altra Italia. E non aveva dèi: che cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli? Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, ...[continua]

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