Chiara Frugoni insegna Storia medievale all’Università di Roma II. Ha pubblicato Francesco e l’invenzione delle stimmate e Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, per Einaudi. Ha curato l’edizione illustrata dell’opera del padre, Arsenio Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale, Laterza. Il libro di cui si parla nell’intervista è Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino, Laterza 2003.

Com’è nato questo libro?
All’inizio il Comune mi aveva proposto di fare una ricerca sul paese di Solto partendo dalla preistoria; allora ho cominciato a raccogliere dei documenti, ma mi sono resa conto ben presto che il materiale era pochissimo (a parte un diploma di Carlo Magno che lo nominava) per cui ne sarebbe uscita una storia molto misera. Questo perché dal Medioevo alla fine della seconda guerra mondiale il paese era rimasto sostanzialmente immobile nel suo isolamento e nella sua povertà; nel dopoguerra invece c’è stato il boom, la gente ha cominciato a emigrare ed è diventata più ricca, le abitudini si sono modificate. La mia generazione dunque è stata l’ultima a conservare memoria dei costumi e della mentalità precedente, perché ormai a Solto non ci sono più né campi né mucche, né stalle né viti; è diventato un paese di piccolissimo turismo o di buon benessere che ha dimenticato l’originaria vocazione agricola. Allora mi sono detta: perché non raccontare la storia di questo paese scomparso di cui le memorie sono proprio sulla soglia di casa e, una volta chiusa la porta, nessuno più le conoscerà? Il Comune di Solto è stato d’accordo, così ho iniziato a scrivere questo libro, che è partito come una cosa del tutto privata tra me e gli abitanti del paese, ma poi è diventato un libro di storia generale che poteva interessare un pubblico più vasto. L’Italia agricola e povera infatti era veramente uguale dappertutto, i contadini stretti dall’indigenza vivevano e si muovevano ovunque nello stesso modo, e lo testimoniano le moltissime lettere che ho ricevuto da paesi del Centro e del Sud Italia da parte di persone che si riconoscevano in quella memoria.
Qual è il tuo legame con Solto?
Lì c’è la casa dei miei nonni, che erano dei proprietari, anche se di campi che valevano poco o niente, e lì ho vissuto per dei periodi, soprattutto con una famiglia di contadini dei miei nonni, i Giussani, dove il padre era una persona di una rara intelligenza e c’erano tantissimi figli più o meno della mia età; siccome io allora ero molto gracile e le vacanze estive duravano più a lungo, da maggio a ottobre stavo a Solto. In quel luogo ho imparato molte cose, per esempio a fare i formaggi, a mungere, ho conosciuto la vita dura dei contadini. In un certo senso sono cresciuta con gli occhi “strabici”: da una parte c’era mia nonna, con le sue ragioni di proprietaria; dall’altra vedevo invece cos’era realmente la vita di queste persone poverissime, di questi miei compagni, che avevano ben poco da giocare, anche se per me il lavoro stesso in campagna era un gioco. Naturalmente d’estate erano tutti a piedi nudi e ricordo che si divertivano a farmi vedere che se mettevano un chiodo dentro il tallone non si facevano male, perché la loro pelle era diventata come un ferro di cavallo. D’inverno invece mettevano gli zoccoli di legno. Inoltre, siccome io sono del ‘40, fra il ‘44 e il ‘45 siamo stati a Solto un anno intero perché le scuole erano chiuse a causa della guerra e mio padre, che allora era insegnante di liceo, non poteva lavorare.
Sempre in quell’anno io fui iscritta alla prima elementare; nella mia famiglia c’era l’idea che bisognava anticipare i tempi in tutto. Così a quattro anni mi spedirono a scuola. Per me fu uno shock terribile: tutte le classi insieme, la prima con la quinta (ripeto, c’era la guerra) con una confusione indescrivibile, le maestre che stendevano i pannolini in classe, così si asciugavano al calore della stufa...
Anche mio padre era legatissimo a Solto perché aveva conosciuto lì mia madre, e crescendo era diventato molto amico della sua famiglia, soprattutto del fratello di cui era stato compagno di scuola; sono veramente cresciuti insieme. Lui era molto inventivo e così, l’anno che siamo stati tutti a Solto, non dovendo lavorare, aveva recuperato le formule per fare il solfato di rame e lo faceva per tutta la collina. Anche lui era sempre vissuto in campagna, perciò era molto integrato nella vita del paese: sapeva stimare un bosco in piedi, ovvero sapeva dire quanti quintali di legna avrebbe prodotto una volta tagliato; inoltre, siccome gli erano riconosciute delle doti di rettitudine e di onestà, era una specie di giudice di pace. Infatti poi il paese gli intitolò la scuola elementare per dimostrargli la sua gratitudine. Inoltre allestiva anche spettacoli di burattini: aveva preso al mercato delle teste di legno, le aveva dipinte e poi mia mamma aveva confezionato tutti i vestiti; lo spettacolo veniva allestito in casa mia, che era un po’ il teatro del paese, in uno stanzone gigantesco che serviva da ripostiglio per i mucchi di castagne che dovevano essere vendute. Tutti i bambini venivano a casa nostra a guardare lo spettacolo seduti sui mucchi, sgranocchiando le castagne. Dietro una porta tagliata a metà, c’erano i miei genitori che, con un’amica, facevano ballare i burattini. Le storie le inventava tutte il mio babbo, che aveva organizzato anche una specie di doposcuola per i bambini del paese.
Sia mio padre che mio fratello sono sepolti lì, per cui le ragioni che mi legano a questo paese sono tantissime; anche coi figli di Giussani ho mantenuto rapporti strettissimi. Questo allora è un libro che penso di avere scritto “da dentro”, nel senso che tra le voci che ho raccolto c’è anche la mia. Perché, anche se da un’angolazione diversa, tante cose le ho vissute anch’io, il freddo di queste cascine, il disagio di raccogliere le castagne quando era ormai ottobre-novembre e faceva già freddissimo, c’era la nebbia e il terreno era tutto bagnato; e poi il poco che si mangiava... Certo io potevo sempre tornare alla casa di città, però vedevo come vivevano loro.
Hai trovato una distanza fra la tua memoria e i racconti degli altri?
Ecco, alcune cose non le immaginavo proprio finché non me le hanno raccontate nelle interviste che ho fatto per il libro. Per esempio non avevo mai fatto caso al fatto che le persone non si lavassero mai, ma proprio mai, o che non avessero mai portato le mutande. Nei vecchi l’avevo capito, ma nei giovani no. Invece lì tante persone hanno raccontato che la prima volta le avevano messe da militari. E poi questa cosa strana per cui, per molti di loro, l’esperienza della guerra era stata sì un’esperienza terribile, però nello stesso tempo anche educativa e propulsiva, perché aveva fatto conoscere mondi diversi e modi differenti di vivere; e questo, quando erano tornati, li aveva fatti riflettere e cambiare, avevano capito che non esisteva soltanto questa povertà immutabile: si poteva emigrare o comunque cambiare vita.
Essere poveri poi significava fare una fatica terribile; quella più grossa era legata al fatto che in un paese agricolo non ci fosse l’acqua; in ogni famiglia c’erano in media dieci figli, ma in più c’erano le bestie, l’asino, le mucche, e se una mucca non beve abbastanza non fa latte. Allora la fatica più dura era andare avanti e indietro dalla casa ai due unici fontanili grandi del paese, uno dei quali, però, d’estate si asciugava. Ecco, già questo riempiva la vita. A un certo punto una famiglia venuta da fuori mise su la filanda, che era un’attività molto redditizia, ma anch’essa richiedeva molta acqua per poter bollire le crisalidi dentro i bozzoli. Così bisognava scendere a un lago con i buoi e con le botti e andare a prendere l’acqua avanti e indietro; una cosa disumana. Le filande del resto erano l’unico modo per fare entrare un po’ di soldi in un periodo dell’anno in cui non ce n’erano assolutamente più; il ciclo del baco infatti va da maggio fino ad agosto-settembre.
Però era un’attività molto faticosa da gestire: il baco mangia solo foglie di gelso, con una voracità spaventosa, perché nel giro di un mese -questa è la durata del suo ciclo di vita- deve passare dalla grandezza di una formica a quella di un dito, quindi bisognava andare a prendere continuamente queste foglie per nutrirli, senza contare che i bachi mangiando fanno un rumore assordante. Poi una volta che finalmente si formavano i bozzoli, per far sì che le farfalle non li bucassero rendendo il filo inutilizzabile, bisognava farle morire buttando i bozzoli nell’acqua bollente, così si scioglieva quella specie di colla che il baco aveva prodotto per tenere assieme il bozzolo. Infine si afferrava il filo, che è lunghissimo, circa seicento metri, e sottile più di un capello; per poter avere un filo di seta bisogna mettere assieme sei o sette fili.
Quest’operazione era fatta dalle operaie, molte delle quali proprio bambine, che dovevano mettere le mani nell’acqua bollente, prendere questi fili e attaccarli a una specie di aspo che girava e che costruiva prima la matassa poi il gomitolo. C’erano due file di recipienti di rame; in una venivano buttati i bozzoli a rammollirsi, poi, ormai rammolliti, si ributtavano nell’altra e si tiravano su; erano file lunghissime; ci saranno state cento operaie in una stanza, con un vapore enorme. Allora bisognava tenere aperte le finestre, ma siccome faceva già freddo si producevano correnti d’aria tremende e in più un fetore spaventoso a causa delle crisalidi morte e quell’acqua marrone scuro. Le poverette avevano le dita proprio cotte a forza di mettere le mani nell’acqua bollente, e in poco tempo venivano dolori tremendi, ma si continuava a lavorare anche con le dita ferite. Spesso ci si prendeva la polmonite. Questo però era l’unico modo per avere qualche soldo liquido, perché uno dei grossi problemi della famiglia agricola era che per molti mesi non entrava un soldo e quindi si era costretti ad andare dal fornaio e scrivere tutto sul libretto; se alla fine dell’anno non c’erano i soldi per pagare, il fornaio si portava via il campo. Il campo comunque non produceva tutto quello che serviva: se uno aveva bisogno, per esempio, di un paio di stringhe, doveva pur potersele comprare, allora il baco da seta era un modo per avere un po’ di soldi liquidi. Altrimenti il surplus era minimo, perché i campi rendevano assai poco, anche perché c’era ancora l’idea che l’agricoltura dovesse essere poco specializzata, quasi autarchica. Si doveva riuscire a produrre un po’ di tutto. Ma alla fine si produceva ben poco.
Solto è un paese in collina, vicino al lago, però già in alto, per cui fa molto freddo, l’estate è molto breve e quindi l’agricoltura non dava grandi quantità di prodotto; le famiglie avevano un reddito vicino alla sussistenza, non molto di più.
E l’alimentazione?
L’alimentazione era spaventosa. Ad esempio io non mi ero mai resa conto che in certe famiglie non ci fosse neanche il latte per la colazione al mattino; che si preferisse dare la schiuma che si produceva nel secchio con la mungitura, mentre il latte veniva lasciato per il vitello. Questi poveri bambini a colazione mangiavano un po’ di schiuma e una fetta di polenta avanzata dal giorno prima. Lo zucchero ad esempio era prezioso, veniva dato come medicina oppure veniva offerto come regalo alle puerpere; se ne portavano venti o trenta grammi (lo zucchero una volta veniva venduto in grammi).
Era quindi un’alimentazione molto squilibrata, basata quasi tutta sulla polenta, e questo faceva sì che ci fosse un’altissima mortalità infantile sia per ragioni di carenza di igiene sia per la denutrizione, che rendeva i bambini poco resistenti alle malattie. E non si poteva neanche chiamare il dottore, perché per i bambini non lo si chiamava: c’era questa idea che se muore un bambino poi il Signore te ne dà un altro, l’idea dell’intercambiabilità dell’infanzia. Questa era un’eredità del Medioevo: finché i bambini erano piccoli la speranza di vita era così esigua che i genitori non facevano quasi in tempo ad affezionarsi, per cui i bambini morivano e poi ne nascevano altri. Quindi per i bambini non s’investiva, non si chiamava il dottore; per gli adulti spesso si usava il veterinario: se il veterinario passava per vedere una mucca, già che c’era, visitava anche un adulto, partendo dal presupposto che press’a poco le malattie fossero le stesse. Quindi è evidente che ammalarsi era un guaio. Anche il dentista era un problema, infatti quando i denti si cariavano la gente preferiva andarci una volta per tutte -di solito il dentista era lontano, bisognava affrontare un viaggio col carretto- e farsi levare tutti i denti in una sola volta. Io ricordo queste facce senza denti, che oggi sono completamente scomparse; nessuno ha più queste bocche grinzose, che erano il segno di un invecchiamento precoce; immediatamente vedevi il viso che cambiava e questo avveniva molto presto; le donne perdevano i denti soprattutto a causa delle gravidanze ripetute. In questo anche la Chiesa aiutava, perché continuava a ripetere che bisognava far figli.
Giussani, questo contadino a cui io voglio ancora tanto bene, a questo proposito visse una tragedia familiare perché a sua moglie, della quale era proprio molto innamorato, dopo il quarto o il quinto figlio era stato sconsigliato dai dottori di avere altri figli perché avrebbe rischiato la vita. Ebbene, il prete, a causa di questo, non voleva dare loro l’assoluzione per cui non avrebbero più potuto fare la comunione. Era quindi, un mondo dove la religione veramente regolava la vita, tutto ruotava intorno al prete, che era il vero monarca senza corona del paese. C’era anche una religiosità molto più forte di oggi, quindi l’idea di andare all’inferno era una cosa molto sentita. Così loro, di comune accordo -questo voglio sottolinearlo- hanno continuato ad avere figli, finché, giunta all’ottavo, questa povera donna è morta, lasciando il marito con sette figli e con una grande disperazione perché si è portato dentro per tutta la vita l’idea che la moglie fosse morta a causa di questo. Questi figli, poveretti, hanno avuto un’infanzia molto dura; lui, poi, per tirare avanti sposò la sorella più anziana della moglie, la quale però, avrebbe dovuto farsi suora, quindi è stata una moglie e una mamma un po’ sui generis, che riusciva ad assicurare, sì, la vita quotidiana, però non era adatta alla vita familiare. Ecco, questa è stata una tragedia che ho vissuto da vicino, l’ho vista accadere.
Il prete non dava l’assoluzione anche se i metodi anticoncezionali erano naturali?
Certo, anche perché non è che all’epoca ci fosse molto altro; non si potevano proprio avere rapporti se c’era alla base l’idea di evitare la gravidanza. I preti in questo erano spietati. Un’altra cosa che emerge dalle mie ricerche è il grande risentimento che hanno ancora le donne per il fatto che dopo aver partorito bisognava farsi benedire; una consuetudine ebraica rimasta nella nostra religione, con alla base l’idea che la donna che aveva partorito era diventata impura a causa del sangue e quindi non poteva andare in chiesa per i quaranta giorni successivi al parto; prima di entrarvi il sacerdote l’aspettava sulla porta con la stola viola della penitenza e officiava tutto un rito tramite il quale l’assolveva dall’impurità del parto e la riammetteva nella comunità. Queste donne mi dicevano: “Ma da che cosa dovevamo essere assolte? Abbiamo sofferto veramente l’ira di Dio per partorire, rischiando la vita. Che male abbiamo fatto? Siamo sposate, abbiamo fatto figli, perché?”. E aggiungevano: “Il prete poi ci parlava in latino, e noi non capivamo niente”.
Ricordo che anche mia mamma ebbe un problema di questo tipo con un sacerdote e lei gli rispose -mia mamma è una persona molto spiccia- che lei non era un coniglio e che non era possibile fare un figlio dopo l’altro. Allora questo sacerdote aveva risposto: “Guardi, se vuole l’assoluzione dica che la colpa è di suo marito”, al che mia mamma ribatté: “No, io sono d’accordo con mio marito”. Il fatto è che mia mamma poteva sempre cambiare chiesa e sacerdote, andare in una chiesa di città, invece questi poveri contadini… D’altra parte bisogna ricordarsi che in paese il sacerdote era importantissimo, non solo per questa forte religiosità diffusa, ma anche perché era colui che per esempio aiutava i ragazzi a studiare. Se c’era un ragazzo intelligente, sveglio, lo faceva mandare in collegio o in seminario, oppure gli insegnava lui un po’ di latino. Se qualche famiglia aveva problemi di debiti cercava di mettere una parola buona. Poi il sacerdote era anche una delle poche persone con un po’ di cultura, quindi veniva consultato pure per questioni pratiche. Era veramente una figura importante, centrale nella comunità. C’è da dire che la mobilità geografica allora era quasi nulla; la maggior parte della gente non si muoveva mai dal paese, persino il viaggio di nozze si risolveva in una passeggiata o al massimo in un viaggio in convento per chi aveva la fortuna di avere una zia suora da andare a visitare (così almeno si vedeva una città), quindi il sacerdote finiva per diventare un punto di riferimento per qualsiasi problema o bisogno, ad esempio si interessava in caso di malattia, di necessità di un ricovero in ospedale. In questo modo però la religione finiva per diventare un elemento di controllo sociale fortissimo quindi tutti andavano in chiesa. Dai racconti che mi hanno fatto pare che quasi non facessero altro, ci andavano più volte al giorno, per la messa, per il rosario. Le donne poi andavano tutti i giorni al cimitero, e la famiglia intera tutte le domeniche. C’era la dottrina per gli adulti, la dottrina per i giovani, quella per i bambini… La religione era un veicolo di indottrinamento, ma, in fondo, anche l’unico canale attraverso il quale passava un po’ di cultura, di buone maniere. In particolare mi è rimasto impresso questo episodio che ho raccontato nel libro: a un certo punto nei campi del paese fece la sua comparsa la peronospera (un fungo che colpisce in particolar modo la vite), che distruggeva completamente le piante portando alla fame le famiglie. La gente cominciò subito a pensare: “E’ un castigo di Dio”. Allora arrivò un tecnico mandato dalla Provincia che spiegò che sarebbe bastato un po’ di solfato di rame per disinfestare le viti. Ma la gente rispose: “No, perché andiamo contro la volontà di Dio, la peronospera è arrivata per colpa dei nostri peccati”. Allora questo tecnico -che si dimostrò intelligentissimo- ebbe l’idea di andare dal prete, il quale dal pulpito disse: “Guardate che non è un castigo di Dio, c’è questa medicina per le piante, usatela”. Eppure neanche questo servì a convincerli proprio tutti, metà usò il solfato di rame, l’altra metà lo fece soltanto dopo averne constatato i risultati da chi lo aveva usato per primo. In un certo senso, il prete è ancora così importante. Tant’è che anche per questo libro c’è stato bisogno di lui: è stato lui infatti, dal pulpito, a raccomandare agli abitanti di Solto di collaborare, di farsi intervistare e di portare le foto; diversamente ci sarebbe stata molta più ritrosia.
Prima tu dicevi che non c’è soluzione di continuità dal Medioevo alla seconda guerra mondiale…
Sì, alcune usanze sono rimaste intatte dal medioevo. Ad esempio, in certi momenti, per arare, al posto dei buoi, si usavano proprio le persone. Per illustrare questa continuità, nel libro, ho messo la foto della formella della porta della chiesa di San Zeno a Verona, dove c’è Adamo che spinge l’aratro e Caino che lo tira, e il particolare di un quadro che raffigura San Bernardino che predica in una chiesa con una tenda a dividere gli uomini dalle donne. Ebbene, nella mia chiesa ci sono ancora i ganci a cui si attaccava questa tenda che doveva servire per separare uomini e donne. Oppure i dialoghi del sapiente e dell’ignorante, cioè il parroco e il curato che facevano finta di essere uno il sapiente e l’altro l’ignorante e che ponevano problemi etici di vita quotidiana, se c’era da restituire la gallina, se c’era da restituire il portafoglio, era proprio una forma di educazione religiosa che veniva pari pari dai testi medievali. Anche gli attrezzi di lavoro non sono cambiati nei secoli: il bastone di legno che si usa per portare i secchi è riprodotto identico in una miniatura medievale. Era proprio un modo di vita rimasto intatto, in cui niente era cambiato. Per esempio, ci si spostava solo con un asino e, quindi, praticamente si viveva tutta la vita dentro il paese.
E la vita sociale e quotidiana com’erano?
La vita sociale era molto scarsa, forse anche per come è strutturato questo paese. Solto praticamente è stato costruito intorno a delle mura, che ora non ci sono più, ma il cui tracciato è rimasto, chiarissimo; il centro era vuoto, non c’erano piazze, solo dei campi. Il clima è sempre stato molto freddo; qui l’estate è brevissima, in agosto già si deve accendere il fuoco, quindi si stava molto in casa. Questo faceva sì che la socialità fosse povera, ci si incontrava solo davanti al sagrato della chiesa, aspettando la messa; oppure ci si riuniva nelle stalle.
Naturalmente non tutti avevano una stalla abbastanza grande, di solito erano vani di quattro per cinque, con gli animali -pochi, al massimo due mucche, un vitello e un asino- per cui ci si scaldava a vicenda; era l’unica zona calda della casa. Per il resto la casa era assolutamente gelida, inabitabile; il fuoco veniva acceso solo in cucina, per cucinare e per il momento del pranzo. Le stanze da letto erano talmente fredde che si formava la brina e nel catino l’acqua ghiacciava. Ci si andava giusto per infilarsi sotto le coperte. E se poi la famiglia era numerosa e non c’erano abbastanza letti, una parte andava a dormire nel fienile, che è molto bello per chi lo fa ogni tanto -d’estate, il fieno è profumatissimo, sa di menta, e se ci si fa una buca è anche molto caldo- ma se lo devi fare d’inverno tutte le sere… Nella stalla c’erano tutte le gerarchie: ad esempio, le donne che filavano e lavoravano a maglia potevano stare vicino a un lumino, una lucerna che funzionava con olio di lino o di colza. Qualche famiglia aveva il lume a petrolio, ma era molto raro. E la donna più colta, quella che magari aveva la zia suora, leggeva un pezzettino della vita di un santo, poi tutti insieme si diceva il rosario, con i ragazzi e gli uomini tutt’intorno. E c’era sempre qualcuno che, dopo la recita delle preghiere e del rosario, raccontava quelli che ho intitolato -perché anche loro li chiamavano così- “racconti di paura”. Perché il bello era avere una gran paura. Erano storie di fantasmi, di spiriti, come quella della donna del fuso: si era vantata di non aver paura e aveva affermato che, in una notte senza luna, sarebbe andata al cimitero e avrebbe lasciato il fuso piantato in terra davanti alla porta così che le donne che fossero andate a “messaprima” cioè alla messa delle cinque del mattino, vedendo il fuso avrebbero avuto la prova del suo coraggio (in realtà non credo sia un racconto solo di Solto, dev’essere una di quelle storie che girano). La donna va, solo che, forse per la paura, il filo che è nel fuso si impiglia nella sua gonna, cosicché quando lei cerca di andar via si sente trattenere. Prova varie volte, dopodiché le prende un tale terrore che cade per terra e muore. Poi c’erano storie lunghissime, che venivano raccontate quasi a puntate, come ad esempio la storia del carbonaio Luigi.
Oppure ci si faceva degli scherzi, come quello degli gnocchi: alcune donne si erano messe d’accordo per fare una specie di gnocchi per Capodanno; in segreto avevano messo via chi la farina, chi un po’ di burro, come se fossero dei tesori.
L’accordo era che la notte di Capodanno, quando tutti fossero andati a dormire, loro sarebbero andate un attimo in cucina a fare questi gnocchi e poi sarebbero tornate in stalla a mangiarli. Ma gli uomini avevano sentito e quando le donne tornarono dalla cucina con questo piatto fumante, finalmente un cibo buono, col burro e il formaggio, aprirono la botola -perché la stalla era sempre fatta così, sul soffitto si apriva la botola che immetteva nel fienile, cosicché il fieno veniva fatto cadere direttamente nella mangiatoia-, fecero scendere una grande gamba di stoffa riempita di fieno e una voce cavernosa disse queste parole in dialetto: “Care donne dovete andar via, è San Silvestro che ve lo comanda, se non credete guardate a questa gamba”. E le donne, terrorizzate, alla vista di questa gamba che pendeva nel buio, scapparono, mentre gli uomini naturalmente si mangiarono tutti gli gnocchi.
E cose positive invece? Gioia, divertimento?
Di gioia, tutto sommato, ce n’era molto poca; l’unica forse (che hanno sottolineato anche gli abitanti) era costituita dalla grande libertà dei bambini; la loro era un’infanzia che durava molto poco, perché poi venivano mandati subito nei campi a lavorare, però fin quanto durava erano liberi di giocare all’aperto, per strada; per loro c’era molto spazio. E poi c’era un altro elemento positivo, ovvero il fortissimo controllo sociale faceva sì che ci si conoscesse tutti e quindi non c’era da aver paura di nessuno, perché l’individuo pericoloso veniva subito isolato e, in vari modi, reso innocuo. Insomma un bambino poteva andare ovunque da solo e non gli capitava nulla. Ricordo che io stessa, da bambina, andavo per dei sentieri di montagna dove adesso avrei paura ad andare da sola.
Come è stato accolto il libro in paese?
Molto bene, intanto perché ognuno ci si è riconosciuto, ha sentito la propria voce. E la sorpresa è stata che lo hanno veramente letto, mentre io pensavo che avrebbero guardato solo le foto e le illustrazioni. Per molte famiglie questo è forse l’unico libro che c’è in casa, perché è rimasto ancora un paese piccolissimo. Comunque l’hanno letto e sono molto orgogliosi, tra l’altro poi sono arrivate tutte le recensioni e, insomma, l’idea che di Solto si parli in tanti posti li rende orgogliosi, e poi l’ha detto anche il prete dal pulpito…