Pierre Riches, ebreo nato ad Alessandria d’Egitto e battezzato a Milano all’età di 23 anni, ha studiato filosofia all’Università di Cambridge e teologia a Roma. Ha insegnato negli Stati Uniti, in Pakistan, Uganda, Giappone, Nuova Zelanda.
Esperto del cardinale Tisserand al Concilio Vaticano II, è stato per vari anni parroco nei pressi di Roma. Ha pubblicato Note di catechismo per ignoranti colti e La fede è un bagaglio lieve, entrambi negli Oscar Mondadori, La leggerezza della croce da Leonardo e Pietro da Gallucci. E’ stato ed è amico di molti scrittori e pittori, fra cui William Burroughs, Hannah Arendt, Iris Murdoch, Marguerite Duras, Elias Canetti, Lou Reed, Francesco Clemente, Fabio Mauri, Luigi Ontani e altri.

Vorremmo parlare del problema della verità. Anche nei primi discorsi del nuovo papa la parola “vero” ricorre continuamente. Della “verità oggettiva” già si parlava nella Splendor veritatis. Come vede lei la questione della verità?
Lei sa che ho scritto un libro, Note di catechismo per ignoranti colti, in cui parlo anche della verità. Lì c’è la mia visione della realtà, con i suoi punti chiari e quelli oscuri, ognuno può fermarsi dove vuole e poi, forse, prendere tutt’altra direzione. Mi cito: “La verità c’è, ma va conquistata personalmente. Nessuno può imporla e nessun individuo può dire: questa è la verità. Può solo dire: c’è una e solo una verità. La mia riflessione, la mia esperienza di vita mi dice che la verità va descritta con questa affermazione piuttosto che con quest’altra. Va vissuta in questo modo piuttosto che in quest’altro”. Al capitoletto 35 sono più preciso.
Continuo? “La sera prima del mio battesimo, avevo 23 anni, il mio padrino -che fu Michele Ranchetti- mi chiese: ‘Ma ci credi davvero?’, risposi: ‘Se non è vero è così ben trovato…’. E fino a oggi, anche se ci credo, non saprei dire se è vero nell’accezione laica di questa parola, ma non ho trovato nulla di meglio trovato, neanche il Budda”. E per il Budda ho una grandissima stima. Dunque…
Considero una fortuna essere stato battezzato a 23 anni. La prima cosa che dico ai miei alunni all’università è: “Voglio che pensiate con la vostra testa, non con la mia, né con quella dei libri, dei genitori, dei vostri preti, con la vostra. Ma dovrete aver l’umiltà di confrontarvi coi vecchi, con gente saggia, prima di decidere, e poi, dopo, sbaglierete, hanno sbagliato tutti, e dovrete avere l’umiltà di correggervi, però prima di tutto pensare con la propria testa…”.
Quindi è vero che la verità è una non tante, ma è anche vero che ognuno deve trovare la sua. Poi uno molto spesso trova che la propria verità è conforme a una verità molto più larga che è stata già trovata. Sarebbe dura se ognuno dovesse cominciare da solo… Non per nulla ho imparato da Wittgenstein. Lui non dice così, però si capisce che lui pensa che se si parla bisogna parlare un po’ in questi termini.
Dunque, sono d’accordo col papa nel ribadire che la verità è una.
Poi io credo che lui si sbagli su certe parti della verità. Ad esempio io non sono d’accordo sulla legge naturale come viene presentata nella Chiesa. Mi pare un errore. Che ci sia una legge naturale, che ci sia qualcosa che si possa chiamare così, mi pare ovvio, ma io credo in Dio e, se c’è, Dio vede il mondo in un certo modo e noi non potremo mai vedere il mondo come lo vede lui, perché mai potremo capire Dio. Però certe leggi sono vere e tocca a noi scoprirle, identificarle. Cristo è venuto per questo. E quando dice: io sono la via, la verità e la vita, io ci credo davvero, ma è tutto talmente misterioso... Stavo per dire “ambiguo”, ma è una parola che in italiano ha troppi connotati brutti, io la uso nel senso inglese, ambiguous, dove non c’è l’aspetto negativo; potrei dire ‘talmente ricco’, se vogliamo, talmente sfaccettato, forse è meglio, che va a capire esattamente cosa vuol dire.
Credo comunque che ci sia una legge che Dio ha impresso nella natura, parlo di una legge di tipo morale, però quando dicono, per esempio, che gli omosessuali sono “innaturali” (è un esempio che porto sempre, perché li ho molto a cuore, tra l’altro) mi pare assurdo, perché basta vedere quanta omosessualità c’è nella natura animale, per escludere l’appello a una qualche legge naturale per condannare l’omosessualità in difesa del matrimonio.
Certo, il matrimonio è il sacramento tra uomo e donna per il bene della prole e un reciproco aiuto, e sono contrario al matrimonio fra omosessuali. Sono a favore invece a unioni civili e forse anche a una qualche benedizione, perché anche per loro la convivenza sarà difficile. Ma il sacramento del matrimonio è fra uomo e donna. Va notato che nei paesi anglosassoni la parola marriage non ha necessariamente un connotato religioso e tanto meno sacramentale. E’ un fatto che ci sono tutta una serie di altre forme di persone, che sono sì uomo e donna, ma con connotati diversi, il che crea tutta una gamma di possibilità… E così quella legge naturale si espande molto. La Chiesa questo per ora non lo riconosce.
Penso che il grande problema sia quello della comprensione del posto della sessualità nella natura umana. Comunque questo è un discorso a latere…
Però, ecco, credo che ci sia una verità e che il papa abbia ragione di notare che c’è troppa gente che non vuole crederlo e penso anch’io che le conseguenze di questo siano molto pericolose. Sono d’accordo con lui. Almeno bisogna affermare che c’è una verità. Poi il discorso diventa lunghissimo. Bisogna cercare di capire Dio… Se uno crede che c’è Dio e che è incarnato in Gesù di Nazareth le cose diventano leggermente più facili, perché abbiamo questa persona che ha vissuto in un modo che tutti, anche coloro che non credono alla sua divinità, ritengono straordinario, e possiamo andare almeno a misurarci un po’ con la legge fondamentale che egli ha portato, che è la legge dell’amore.
Dicevo “leggermente”, solo leggermente più facili. Perché cos’è l’amore? San Giovanni dice: “Dio è amore e l’amore è Dio”, la qual cosa non è che sia molto precisa. Però l’amore è anche testimoniato da tutte le letterature, da tutta la poesia, è presente in tutta l’esperienza umana, ognuno di noi ha vissuto in qualche modo un’esperienza d’amore, e se allora si prende quella come l’esperienza centrale e si cerca di capirla, forse troviamo la legge naturale… Poi si può anche leggere Foucault, tanto per dire.
Ma quest’idea della Chiesa, dell’istituzione che incarna la verità non è ormai anacronistica, anche pericolosa?
Certo, c’è un rischio. Io dico che per essere cattolici bisogna credere a quattro cose: la vera incarnazione, la vera resurrezione, la reale presenza di Cristo nell’eucaristia e “qualche”, con moltissime precisazioni, primato del papa.
E’ evidente che per un non credente queste sono quattro assurdità radicali. Invece un credente deve credere questo, altrimenti non è un credente. Può essere un uomo moralissimo, beninteso, e va in paradiso. Non bisogna essere cristiani per andare in paradiso, questo l’ha detto il Concilio Vaticano: basta seguire il bene e il vero in quanto lo si conosce e si è salvi, questo lo dice, papale papale, è il caso di dirlo, il Concilio Vaticano II. Non è una questione di chi va o non va in paradiso, è una questione di verità.
Dunque, di nuovo: cos’è la verità? Io credo che la verità sia l’amore. Ego sum via, veritas et vita. Cristo fatto uomo è l’incarnazione dell’amore, però, come ho già detto, vai a capire cos’è l’amore… Allora, c’è bisogno di un’istituzione. Per quello dico: “qualche primato del papa”. Perché noi abbiamo bisogno di toccare, abbiamo bisogno di ascoltare, siamo materiali, per esprimere l’amore, per ricevere e dare amore abbiamo bisogno di contatti. Abbiamo bisogno dei sacramenti, che non a caso sono materiali, tangibili, si toccano… E però lui non c’è più. C’è bisogno allora di un’istituzione che medi queste cose, un’istituzione garantita da lui. Ecco la Chiesa. L’uomo è corrotto, si sa, non c’è bisogno di parlare di Adamo ed Eva, che poi è un mito, per sapere che siamo tutti corrotti. Dunque tutti andiamo fuori strada. Gli uomini di chiesa vanno fuori strada non dico sempre, ma spesso forse ancor più degli altri. Questo è normale, Cristo non ha mai garantito gli individui. Insomma, ci vuole anche un’organizzazione di tutto questo, questa organizzazione è la Chiesa.
Io sono diventato cattolico per due ragioni. Una per i sacramenti. E l’altra per il depositum fidei. Il depositum fidei è proprio la certezza che dentro la Chiesa c’è la garanzia dello spirito santo, che non viene fuori giorno per giorno, tutt’altro, serpeggia, bisogna scoprirlo… Se vuole, “dentro la chiesa c’è la verità”.
E’ perso là dentro…
Benissimo: è perso là dentro, ma è la dentro. E tenderei a dire che tutto sommato, mi capisca bene, è solo là dentro con certezza. Poi lo si trova dappertutto, perché Dio non si limita alla Chiesa cattolica, certo che no. Questo è assolutamente sicuro: ogni atto d’amore è una dimostrazione di Dio. Grazie a Dio si ama molto anche fuori della Chiesa. Però là c’è.
Ha detto del primato del papa. Nella sua intervista padre Camillo de Piaz, che lei conosce, parla di papolatria, di questa tendenza, in particolare con Wojtyla, a identificare la Chiesa con la figura del papa. “L’Eglise, c’est moi”, insomma…
Sì, la papolatria. Ma io sono contrarissimo, difatti ho molte riserve su questo papa, sul papa appena morto. Non mi è mai stato simpatico, devo dire, proprio perché aveva un carattere fortemente volitivo, da dittatore. Ma ci sono persone che hanno proprio fisiologicamente, psichicamente, un carattere da dittatore. Però Wojtyla era un uomo veramente buono, un uomo che cercava Dio. Aveva tutte le buone intenzioni del mondo, solo che il suo carattere era così, diceva: sì, fate quello che volete, pensateci, ma poi faceva lui. Credo malgrado sé. Ripeto, ci sono delle persone così, che sono veramente buone, ma non riescono a lasciar fare. Ci sono dei padri di famiglia, che veramente vogliono il bene dei figli, ma non sono capaci di staccarsi da questa dittatura. Questo papa era così. Ripeto: con le migliori intenzioni del mondo e credo in tutta sincerità, perché era un uomo buono, non dubito di questo. Tutto quel che faceva lo faceva, credo, in preghiera, chiedendo lumi, non per sete di potere. Lo spirito santo, che l’aveva fatto papa, probabilmente aveva bisogno, in quel momento, di uno così. Poi lui avrà esagerato, perché ognuno di noi esagera. Ma non solo: lui ha esagerato perché la gente chiedeva questo, il mondo ha chiesto questo, e lo si è visto da come hanno reagito alla sua morte. Lui, anche se non voleva, è stato in qualche modo obbligato a essere “papolatrato”.
Infatti le scene dell’agonia e del funerale, anche quelle sono state inquietanti per certi aspetti, i cori “santo subito”…
Quello però era successo anche con papa Giovanni. Io ero uno di quelli che ha chiesto “santo subito” per papa Giovanni (ma da dentro il Concilio, non in piazza ovviamente), perché quando è morto, si voleva, lo voleva Dossetti, che alla fine del Concilio papa Giovanni fosse proclamato santo. Montini non ha voluto e credo abbia avuto ragione. Come credo che non lo farà questo papa, e a ragione. La Chiesa è saggia. La Chiesa è saggia… Io, difatti, che ho delle opinioni talmente diverse da quelle ufficiali della Chiesa, dico sempre: “Quando non sono sicuro, faccio quello che dice la Chiesa”. Quando sono sicuro, invece, mi prendo la responsabilità.
Per esempio, in confessionale, se qualcuno viene e mi dice che usa il contraccettivo io non lo assolvo mai. Gli dico: “Se credete che è peccato non fatelo; se non credete che è peccato non venite a dirmelo in confessione, non cercate l’alibi. Se volete discutere la cosa con me fuori dal confessionale, sono disposto, magari sono d’accordo con voi, vedremo, parliamone un po’, ma nel confessionale io sono la Chiesa e non vi assolvo; voi sapete che la Chiesa dice di no, non fatelo. Se lo fate prendetevi almeno la responsabilità, non venite a chiedere a me l’assoluzione”.
Nei tempi di Wojtyla si è avuta anche l’impressione di una Chiesa spietata nel riaffermare dei principi ormai lontani da un sentire comune. Quando i vescovi spagnoli si azzardarono a dire che si può usare il preservativo nel caso che uno dei due coniugi sia ammalato di Aids, è arrivata da Roma la smentita…
Io l’ho scritto in un libro nove anni fa, “La fede è un bagaglio lieve”, e nessuno ancora è venuto a dirmi nulla. Ci sono degli studenti che fanno delle domande: “Ma quand’è che tu ti arrabbi veramente con la Chiesa?”. “Adesso vi do due esempi: uno, quando i vescovi benedicono le armi, come fece il cardinale Spellman per il Vietnam; e due, quando si dice alla moglie di un marito che ha l’Aids che non può usare il preservativo”, che è una cosa che grida vendetta…
Io l’ho scritto e nessuno m’ha detto nulla. Dopodiché io non faccio come Franzoni che, quando si faceva la campagna per il divorzio, salì in cattedra a dirlo. Perché non mi pare il caso. Io ho votato a favore del divorzio e contro l’aborto. Tuttora sono contro l’aborto, salvo nel caso in cui la madre sia in pericolo di vita. Ma due poveri ebrei o protestanti italiani, che casomai non sono neanche credenti e che vogliono divorziare, perché non possono farlo? Sì, subito.
Ma, attenzione, a proposito dell’Aids, il cardinale domenicano Cottier ha detto la stessa cosa qualche settimana fa, ed è il teologo del papa. Quindi credo che…
Si muoverà qualcosa?
Sì. Lì ci vuole una qualità purtroppo rarissima, l’intelligenza di colui che interpreta. Grazie a Dio questo papa è intelligente. Io ero seduto vicino a lui durante il Concilio, lui è Ratzinger e io Riches, erre erre, e lo conobbi un po’ durante quegli anni. Poi dopo lessi la sua Introduzione al Cristianesimo, che è un bellissimo libro. Ricordo che lo feci vedere a Franco Rodano, e lui ne comprò cinque copie per regalarle a tutti i figli. E’ un uomo molto intelligente, perciò io spero che questa rigidità non la applichi. Lo so che si dice: “Ma, è stato al Sant’ Uffizio”… E certo, la prassi del Santo Uffizio, la prassi della Chiesa è tante volte scandalosa e il Ratzinger del Concilio fece dei bellissimi discorsi (o li scrisse per il cardinale Frings) contro quelle regole, poi, però, le ha applicate lui stesso e questa, francamente, è una cosa che non ho mai capito. Poi, si sa com’è la burocrazia umana, muoverla è sempre difficile… Ma credo che ora, da papa, sarà diverso…
Io sono abbastanza speranzoso. Un’altra cosa che ho trovato sbagliatissima è stata l’abbandono della collegialità. Giovanni Paolo II proprio non ha rispettato la collegialità, non ha lasciato spazio ai vescovi. Io spero che questo lascerà un po’ più di spazio. Credo sia cosciente del problema.
Poi Ratzinger era un uomo molto leale e se il papa gli diceva di fare così faceva così. D’altra parte, lei sa che alla fine del Vaticano II c’è stata quella che si chiamava la Nota previa, che riguardava proprio il primato del papa. Si era capito che si toglieva parecchio alla sovranità del papa e allora, per volontà di Montini, si promulgò questa Nota previa, che fu scritta, se non erro, da Carlo Colombo, vescovo ausiliare di Milano che io ho conosciuto molto bene, uomo molto intelligente. Ebbene, lì si riafferma che l’ultima parola è comunque sempre del papa. E sono d’accordo anch’io, perché alla fine un capo ci vuole, infatti dico “un qualche primato”. Questo, però, va limitato il più possibile. Sant’Agostino, quando parlava della santità, diceva: “Ci vogliono tre cose, primo umiltà, secondo umiltà e terzo umiltà”.
Dunque il papa dovrebbe essere umile, ma è difficile quando uno ha tutto il potere e tutti vengono e dicono: “Santo Padre…”.
Ricordiamo benissimo che su certe questioni papa Giovanni disse: “Che il Concilio decida, io non voglio decidere”.
Ma se si guarda bene alla storia di Giovanni Paolo II si trovano degli esempi anche della sua umiltà, poi altre volte invece si lasciava prendere… Ma è umano.
Rispetto al Concilio Giovanni Paolo II è sembrato un restauratore…
Dipende su che cosa. Come dicevo, sulla collegialità lui non ha seguito il Concilio. Invece sull’ecumenismo sì, eccome, sugli ebrei eccome, sulla pace eccome. “Gaudium et spes”, nella Chiesa del mondo moderno tanti punti, grazie a lui, sono fermi. Altri punti no. Ha avuto degli enormi meriti e ha fatto delle cose importantissime per il mondo. Per il resto non credo che abbia fatto dei grossi danni, perché la Chiesa recupera. Si dice che a un certo punto volesse “dogmatizzare” il valore dell’ “Humanae vitae” e renderlo in qualche modo irrevocabile. Ecco questo sarebbe stato grave. E pare che il cardinale Ratzinger l’abbia consigliato di aspettare ancora un po’ perché c’era del dissenso, non era molto chiaro, bisognava precisare meglio cosa si intendeva… Il papa, che anche lui era un uomo intelligente, gli ha dato ascolto, però, se questa storia è vera, e credo di sapere che sia vera, dobbiamo veramente molto al cardinale Ratzinger perché è importantissimo che questo non sia stato fatto.
Dunque non protestiamo troppo... Certo ci sono delle pecche, delle grandissime pecche. Sul sesso io rimprovero a papa Wojtyla di non aver permesso ai moralisti di continuare le discussioni, di aver sbarrato la strada alla riflessione teologica. Non che non avesse il diritto di farlo, però secondo me è stato un errore.
Di grandi errori ce ne sono stati tanti…
Beh, è stato un terribile errore della Chiesa la persecuzione dei modernisti, che volevano discutere i primi undici capitoli della Genesi. Poi Pio XII disse che, sì, era un mito, e ormai tutta la Chiesa ne è convinta. I miti hanno più profondità della storia. Pensiamo a Edipo.
Fu un errore la scomunica dei comunisti. Io l’ho vissuto di persona perché ero amico di Franco Rodano, che però fu scomunicato ad personam, e la scomunica aiutai a fargliela togliere da Paolo VI molti anni dopo. Ricordo il giorno in cui andai a dir messa a casa sua con Marisa e tutti i figli, dopo 12 anni circa che, pur andando a messa ogni domenica, non aveva più fatto la comunione. Quel giorno rifece la comunione e fu bellissimo. Lui era un uomo ligio, un vero credente, e aveva un gran rispetto della Chiesa…
Insomma, bisogna aver pazienza, gli errori si correggono.
Forse lei si aspettava che fossi meno ortodosso… Ricordo che quando mi rivolsi a Manganelli per il mio libro gli dissi: “Guarda che è ortodosso”, e lui: “Me lo aspetto che tu sia ortodosso!”. E Manganelli questo lo racconta nell’introduzione. Il libro, invece, me l’aveva chiesto Calasso, per Adelphi, ma poi non l’aveva preso adducendo che “non c’è nessuna diavoleria dentro”. Ne parlai la sera dopo con Leonardo Mondadori che avendo letto un capitolo, quello sulle ‘decisioni difficili’, disse: “Te lo prendo a scatola chiusa”. Dopo appena cinque mesi era in libreria.
Cosa pensa del celibato dei sacerdoti? Padre Camillo, nella sua intervista, lo descrive come un problema drammatico che il “prossimo papa” dovrà affrontare assolutamente…
Non c’è dubbio, anch’io l’ho detto e scritto. Si sa benissimo che il celibato dei preti è stato imposto nel 300-400 in Spagna e poi generalizzato ma solo per la Chiesa latina. Non c’è da sempre. Tanto è vero che gli orientali, i maroniti per esempio, che sono in comunione con noi, sono sposati. Non solo, ma nessuno ricorda che Pio XII ordinò, e nel rito latino, Massignon, islamista famosissimo, che era sposato. E’ un caso isolato…
Ma vuol dire che si può…
Negli ultimi vent’anni poi molti preti anglicani sono diventati cattolici. All’inizio non li facevano preti, poi li hanno ordinati di nuovo, dopo un po’ di preparazione, e all’inizio se si tenevano le mogli, li mettevano a fare i cappellani d’ospedale, ecc. Invece adesso l’Inghilterra è piena di preti, latini, che sono sposati e che continuano a essere preti sposati. Difatti i preti nati cattolici si arrabbiano. E’ da 15 anni che va avanti questa storia, ma pochi lo sanno. Lo stesso succede in America con gli episcopaliani che si convertono.
Credo, però, che esista davvero una vocazione al celibato. La vediamo nei buddisti, negli indù, il celibato è veramente, religiosamente, una chiamata e penso che abbia delle enormi valenze spirituali, ma le due cose sono ben distinte: il sacerdozio per la gente può benissimo non esigere il celibato, mentre è insito nella vocazione dei religiosi: i francescani, i domenicani, i gesuiti, ecc.
Intendiamoci, la cosa è molto delicata. Diventare prete e cercarsi poi la fidanzata, non lo permetterei neanch’io, perché è già così impegnativo il matrimonio, basta guardarsi in giro, che affrontarlo nella condizione particolare di prete mi sembra molto difficile. Però ordinerei degli uomini sposati. Secondo aspetto: nella Chiesa ortodossa c’è sempre stata la tradizione che se sei sposato non puoi diventare vescovo. Ora questa distinzione fra preti di prima classe, i celibi, e di seconda classe, gli sposati, mi disturba. I preti che sono andati via per sposarsi, li reintegrerei, ma con cautela, con molta attenzione.
Alla fine, poi, si supera tutto ricordandosi di una verità certa, e cioè che il primo papa era sposato, tant’è vero che Gesù ne curò la suocera.
L’obbedienza è sicuramente una cosa nobile, che ha a che fare con l’umiltà, l’anonimato, però fa anche impressione quest’impossibilità a professare le proprie idee…
Se lei chiede ai miei vescovi credo che le diranno tutti che sono obbediente. C’è una sola volta che mi sono pentito di aver obbedito. Padre Balducci aveva mandato in giro una lettera chiedendo di firmare per l’obiezione di coscienza, prima che diventasse legge, e io, come ho sempre fatto, chiesi un parere al mio vescovo ausiliare, mons. Mancini, che era stato cappellano militare. Lui mi chiese di non firmare e io non firmai. Se l’avessi fatto non è che mi avrebbe tolto nulla, ubbidii proprio per spirito d’obbedienza. Però quella volta mi dispiacque. Col divorzio, invece, sapevo che correva voce che bisognava chiedere nel confessionale l’intenzione di voto, e in quel caso dissi al mio vescovo: “Guardi, io questo non lo voglio fare, di conseguenza per questi tre mesi non andrei al confessionale”. Ma il cardinal Tisserand che era un uomo molto intelligente mi fece capire praticamente di ‘lasciar perdere’. Così continuai a confessare senza chiedere nulla.
Se ci si mette nella teoria tutto si complica, tutto diventa difficile. Nella vita, invece, se uno guarda attentamente, tanti problemi si risolvono. Qualche volta con fatica.
Ma ha un valore in sé l’obbedienza?
Credo di sì. Io amo molto i padri del deserto. Mi ha sempre colpito il racconto di quel monaco novizio al quale il superiore ordinò di innaffiare giornalmente un manico di scopa dopo averlo piantato in terra. Il monaco lo fece. Credo che fece bene. Te lo dice lui, tu sei il suo suddito davanti a Dio, fallo, avrà un’altra ragione, poi magari fiorirà davvero… Però lui era un monaco, aveva fatto voto. Noi preti facciamo promesse. Il voto si fa a Dio, le promesse si fanno ai vescovi.
Ma se le ordinassero di predicare contro l’uso del preservativo da parte dei malati di Aids, lei obbedirebbe?
Certo che no. Però mi ritirerei, soprattutto se fossi vescovo. Per questo credo che Franzoni abbia sbagliato, perché lui, che poi era anche abate di San Paolo, andò sulla cattedra e predicò in favore del divorzio. Io gli sono amico, è una persona per bene, però non si può far questo, puoi rifiutarti, ma non predicare il contrario…
Infatti se mi chiedessero di fare il vescovo rifiuterei, perché il vescovo non può dire le cose che dico io. Quel vescovo francese, Jacques Gaillot, ha sbagliato. Se accetti di essere vescovo accetti di comportarti in un certo modo. Se tu lavori per una ditta, non vai a…
Un manager ha un codice di comportamento diverso da quello di un impiegato…
Certo. E credo che questo nella Chiesa sia molto importante. Grazie a Dio ho avuto dei vescovi sempre molto intelligenti, comprensivi e aperti. Non ho mai avuto reali difficoltà.
Per concludere torniamo a questo intreccio fra morale, storia umana e natura…
Bisogna partire dal fatto che Dio ha creato il mondo… Mi citerò di nuovo. Io ho scritto un libro per bambini, che si chiama Pietro. Fra l’altro mi è capitato di tenere a gennaio una conferenza a Berkeley e di veder arrivare il nipote di un mio ex alunno con in mano questo libretto. “Dove l’hai trovato?”. C’è un libraio italiano di San Francisco che, non so come, aveva due copie. Pubblicato a Pasqua, non so come sia potuto arrivare a San Francisco per Natale!
Dunque raccontando come si fa per i bambini: Dio ha creato il mondo e ci ha messo dentro delle leggi, quelle belle, che le fresie e il mughetto che ho qui fioriscono al momento giusto, e poi anche quelle che riguardano la tettonica sotto il Pacifico e che provocano gli orrori dello tsunami. E’ previsto tutto questo, non bisogna scandalizzarsi. Dov’è Dio? Dio le ha create, queste leggi continuano a funzionare ed è bene. Poi noi siamo stupidi e mettiamo le case sotto i vulcani, o sulle sponde dei fiumi e succede che crolla tutto... E’ una legge naturale anche che se tu sbatti la testa contro il muro, il muro sbatte sulla tua testa. E così ci sono anche le leggi morali. Però come ci sono voluti secoli perché la scienza scoprisse le leggi fisiche o quelle che provocano le malattie, anche le leggi morali le scopriamo pian piano. E come la scienza qualche volta sbaglia a stabilire che una cosa funziona in un certo modo, così la Chiesa qualche volta dice che c’è una certa legge morale e non è vero. E’ mancanza di umiltà, di intelligenza, di pazienza. Dunque la natura ha queste leggi, sia fisiche che morali, e probabilmente c’è una compenetrazione di queste leggi perché Dio ha creato sia il fisico che il non fisico. E per scoprire tutto questo ci vuole la contemplazione, ci vuole la saggezza. E’ lì che Cristo è importante, perché lui le sapeva e le sapeva per natura, perché la sua natura era divina, e anche umana, era l’unione di queste due nature. Che sono poi i due misteri della fede: l’unità e trinità di Dio, e l’incarnazione.
Ebbene, cos’è la natura umana di Cristo? Una volta che riusciremo a scoprire questo conosceremo le leggi naturali. Cristo probabilmente non era né omosessuale né eterosessuale, ma era certamente sessuato, amava veramente ma anche fisicamente, controllando ogni eccesso. Ecco, quando scopriremo quello, sarà superato quel particolare problema. Taglieremo via i pregiudizi...
E l’ingiustizia terribile della natura?
Ma la natura non è ingiusta, è come è. Siamo noi che applichiamo dei nostri concetti alla natura ma è sbagliato. Perché presupponiamo che questa vita sia the be all and end all, che questa vita sia la risposta totale, che tutto “finisce qui”. Allora sì, che tutto diventa terribile.
D’altra parte bisogna anche stare molto attenti a non dire che tutto verrà dopo. C’è una bellissima espressione americana, pie in sky, torta nel cielo, “la torta verrà nel cielo”. No, perché questa vita ha un vero senso e uno si salva in questa vita e si salva cercando il bene per se stesso e per gli altri. Ci si salva, in termini molto più precisi, amando. E lasciandosi essere amati, che è altrettanto importante. Perché voler amare e non lasciarsi amare è terribile.
Allora tutto, non dico che diventi chiaro, questo no, però it makes sense. Se non è vero è ben trovato.
Santa Teresa D’Avila, che io amo molto, dice: questa vita è come una notte passata in un mediocre albergo, il materasso non è male, ma le lenzuola sono troppo ruvide e pungono, poi c’è quella finestra, lo spiffero che passa, però la colazione è buona al mattino… E’ così la vita.