Trent’anni fa un gruppo di giovani tedeschi fondarono una comune in Umbria, alle Piagge, una frazione fra Montegiove e Montegabbione. Quest’anno hanno festeggiato il trentennale. Ne abbiamo parlato con alcune fra le fondatrici e le residenti fin dai primi anni: Beatrix Ebeling, Ingrid Thiel, Sabine Thiel e Ildiko Dornbach.

Prima di iniziare vi sentivo parlare dei vostri figli. Potremmo partire proprio da questo: avete fondato questa cosa trent’anni fa, i vostri figli sono nati qua o erano piccoli quando siete venute in Italia, ma ora quasi tutti sono andati via...

Beatrix. Sì, alcuni sono nati qua, per esempio il figlio di Sabine, Milan, lui adesso ha 21 anni ed è l’unico residente.
Io sono arrivata qui con mio figlio che aveva sei anni, lui aveva iniziato la scuola già in Germania ed era difficile cambiare non solo dalla città alla campagna, ma anche da una scuola con trenta alunni a una scuola addirittura con cinque; invece si è trovato bene fin dall’inizio, ha avuto insegnanti bravissimi, in grado di insegnare anche la lingua italiana a dei bimbi che non ne conoscevano neanche una parola. È cresciuto qui con altri dieci bambini e ha avuto un’infanzia fortunata, lo dicono anche oggi che erano anni splendidi, ma poi arrivato ai 14-15 anni è diventato più difficile uscire, incontrare gli amici, i motorini hanno aiutato un po’, così il mio andava alle medie a Montegabbione e poi al liceo scientifico a Perugia; ha fatto la maturità per poi sparire subito… Sì, non voleva più vivere in campagna e così è tornato in Germania e viene in visita ogni tanto, ma la vita per lui è in Germania. Non siamo mammone, siamo un po’ diverse dalle mamme italiane, siamo donne un po’ più forti, nel senso che lasciamo andare i figli anche con tutto il cuore, sappiamo che è meglio per loro andare e che si spostino per studio.
Ildiko. Hanno più possibilità in Germania, anche…
Beatrix. Questo è vero…
Ingrid. Alcuni avevano una situazione familiare in Germania, anche questo facilitava; i figli che non avevano alcun posto dove ritornare e non erano sicuri di trovarsi bene in Germania, hanno fatto la scelta di rimanere in Italia, cercando qui la situazione in cui vivere.
Sabine. Alcuni di loro sono andati a vivere con famiglie italiane, hanno cercato addirittura una vita insieme agli italiani.
Beatrix. Sì, è vero, quelli che non avevano agganci in Germania sono rimasti e hanno trovato anche situazioni di vita con italiani. Meno della metà comunque, un terzo.
Ildiko. Era buffo vedere come da piccoli cercassero questo modello familiare tradizionale, perché era molto duro per loro crescere qua, e fare i compiti in classe, dove inevitabilmente dovevano spiegare la loro situazione. Per esempio, quando a Rebecca l’insegnante chiese di raccontare della sua famiglia e dopo un po’ disse che non ci capiva nulla, lei fece un grande disegno, con tutta la genealogia, con le coppie, le separazioni, le successive unioni...
Ingrid. Lei era veramente piccola e ci ha fatto una proposta: separare un angolo della stanza e creare un salotto italiano. Aveva molte remore a invitare altri compagni di classe perché qui non era la casa definita, non si riconosceva la stanza, e allora ha fatto un angolo con il camino, con un quadro...
Beatrix. Si vergognavano un po’. Morivano quando noi andavamo a scuola con gli stivali di gomma…
Ingrid. Noi ne avevamo una versione elegantissima, con i bottoni di lato, però venivamo dal lavoro, non li portavamo all’italiana...
Ildiko. E poi le macchine! Nella mia giardinetta cresceva l’avena, perché c’erano gli avanzi del mangime, era umido e poverini, loro si vergognavano...
Sabine. Milan a scuola non ha mai voluto dire nulla della sua famiglia, forse anche perché noi come coppia non stavamo più bene assieme. Lui non è andato a scuola volentieri, mai. Quando è nato qui, gli altri erano già grandi, Ionas e Janni avevano già circa 12 anni, e lui era da solo così piccolo. Qualche volta venivano anche altri bambini, ma generalmente era da solo e poi è anche un tipo timido.
Ingrid. È vero, ma alla fine lui è quello che si è creato una rete…
Sabine. Sì, alla fine lui l’ha fatta la scuola e poi un corso di formazione a Perugia, ha finito tutto bene e dopo un anno, grazie alla sua rete a Montegiove, ha trovato un posto di lavoro malgrado la crisi e adesso sta lavorando come apprendista idraulico. Fino adesso è rimasto in Italia, ma anche lui ha un po’ la tendenza a scappare. Forse sta meditando di andare in Germania perché a Berlino c’è una rete molto forte.
Beatrix. Seconda Piaggia a Berlino…
Sabine. Io e Ingrid siamo sorelle e suo figlio, con un altro compagno, ha un bar a Berlino e alla fine tutti quelli che ci sono andati hanno lavorato lì. è un posto che raccoglie chi arriva; per i primi tempi si fermano lì, lavorano e intanto si ambientano. È un primo approdo e poi ciascuno cerca la propria strada.
Quindi la rete che si è creata qui resiste in Germania tra i ragazzi?
Ingrid. Sì, loro hanno un contatto molto stretto, amichevole, si sentono come fratelli e vivono il nostro progetto, ma in un modo molto diverso, non hanno fatto una scelta così definitiva come è stata la nostra, di condividere vita, lavoro, ideali... Loro sono molto più professionisti, fluiscono come pesci nell’acqua, si incontrano, fanno progetti insieme... Questo è bello da vedere, per noi che a volte pensiamo che il nostro progetto sia fallito, no, non fallito, ma come giunto alla fine…
Ildiko. Oltre a Milan, sono rimasti in Italia Anneli, Rebecca e Benni, Arnica. Rebecca è andata a Roma, è una ragazza molto intelligente, ha studiato medicina, ha avuto borse di studio, si è specializzata in pediatria e sta con un ragazzo di Montegiove con cui ha un figlio.
Anche Anneli è andata a Roma, ha avuto una vita molto dura, e ce l’ha ancora, lavora in un’enoteca, sta con un ragazzo che ha conosciuto a Perugia e con lui ha una bimba. Benni ha cercato un legame forte con una famiglia italiana, si è sposato con Valentina e loro vivono a Piombino.
Si ha l’impressione che voi citiate i nomi di questi ragazzi come se fossero un po’ figli di tutti, siete legate tutte a tutti…
Beatrix. Sì, per esempio mio figlio Phillip è cresciuto insieme al figlio di Ildiko e si chiamano fratelli.
Ingrid. Sì, perché Beatrix ha sposato il padre di Jonas…
Ildiko. Non cominciamo con questa cosa perché non finisce mai… (Risata generale)
Beatrix. Ricordo che quando erano piccoli e facevamo una gita per andare a Tavernelle a mangiare una pizza, dicevano: "Ah, adesso andiamo in Italia”. Era come fare un viaggio. Questi bimbi, a mio avviso, hanno arricchito la storia delle scuole di qui. C’era ad esempio la classe di mio figlio, composta all’inizio da cinque tedeschi e un italiano. Dopo hanno chiuso la scuola elementare qui vicino e dovevano andare a Montegabbione e Paolo, l’unico italiano, diceva: "Ma che faccio con tutti questi italiani?”. E penso che anche per gli insegnanti è servito. Io ho insegnato alle medie in un progetto interculturale, perché si è avuto un approccio anche alla nostra cultura; abbiamo fatto storia insieme, abbiamo parlato di nazionalismo, abbiamo fatto arte, abbiamo dipinto con colori naturali, e anche religione, visto che molti di noi sono protestanti, e tutto questo ha reso la vita scolastica, che qui rischia di essere anche un po’ noiosa, più vivace.
Ildiko. Abbiamo avuto molta fortuna perché gli insegnanti erano persone molto in gamba, curiose e disponibili, persone bellissime. Anche il paese.
Ingrid. Ma Ildiko, hai dimenticato che loro hanno cancellato il nostro progetto di scuola...
Ildiko. Sì, anche questo è vero, ma è precedente all’esperienza di Beatrix. È successo che gli insegnanti italiani, in previsione dell’arrivo di cinque bambini tedeschi, sono venuti qua per proporci di prepararci a gestire questa situazione. Karl Ludwig allora si è rivolto all’Università di Perugia e ha cercato la collaborazione di una professoressa, Serena Di Carlo, che aveva lavorato in Svizzera in progetti interculturali. Si è creato un progetto sperimentale per la scuola di Montegiove, lei ha lavorato anche con gli insegnanti di qua per organizzare un percorso interculturale e nell’ambito di questo anche due delle nostre donne sono diventate insegnanti di tedesco nella scuola. Però cambiavano un po’ anche i contenuti che venivano comunicati ai ragazzi. Fra l’altro Serena Di Carlo è di sinistra, mentre il paese è un po’ più di destra.
A un certo punto è scoppiato un caso proprio sul problema che citavi tu all’inizio, i mammoni. Perché c’era la storia di un gambero che viveva felice e contento con la sua famiglia, ma a un certo punto decideva di andare via per il mondo ed era felice e non tornava e la storia finiva lì. Questo suscitò la rivolta dei genitori che avevano paura che si insegnasse ai ragazzi ad andare via.
Insisto su questo: il paese è molto bello e ci ha accolto con molta apertura, però dopo, tramite questa cosa della scuola si sono sentiti un po’ minacciati, perché mentre prima i rapporti di forza erano chiari, noi eravamo ospiti e loro ci accoglievano con grande apertura e generosità, però poi a scuola le cose toccavano da vicino i loro insegnamenti e questo cambiava le cose. Minacciarono di uscire dal progetto o di mandare i loro bambini a Montegabbione. A quel punto noi dicemmo: "Siete voi a decidere, se non volete più questo progetto lo sospendiamo in modo che i bimbi continuino a andare a scuola a Montegiove”. Sì, lì ci fu un conflitto, anche se gestito in modo non traumatico.
Ingrid. Noi ci ritirammo, ma la storia del gambero era solo la punta dell’iceberg, c’erano sempre delle riunioni in cui loro dicevano che si sentivano dominati dai tedeschi "un’altra volta”... Un’altra cosa riguardò, anni dopo, un piccolo bar a Castiglionfosco che era senza gestione e noi donne avevamo pensato di prenderlo in gestione, con l’idea, certo, di attirare la gente... Ma tutto il paese era contrario, non ci volevano. Ora è gestito da una donna eritrea, molto più controllabile dal paese.
Ildiko. Il punto è che Alba, questa donna eritrea, chiude a pranzo, e questo è fondamentale perché gli uomini così tornano a casa... Noi avremmo tenuto aperto.
Quindi non ci sono più i giovani. è trent’anni che siete qui. Ingrid parlava di un senso un po’ di fallimento. Che fine fa il vostro progetto?
Beatrix. Preferirei raccontare qualcosa della mia vita passata che parlare del futuro di questo gruppo… (Risate). Perché, tutto sommato, siamo in una situazione abbastanza difficile. Abbiamo questa cooperativa, ma possiamo pensare che tra dieci anni nessuno dei presenti potrà gestire le pecore, fare la legna, a un certo punto finirà. Quindi stiamo riflettendo sul futuro… Fino ad adesso ha funzionato, ci sono i volontari. Per esempio adesso il suo compagno, che è mio fratello, quindi lei è la mia quasi-cognata e lei è la sorella della mia quasi-cognata, siamo imparentati tutti un po’… Beh, lui è un giovane che è venuto dalla Germania e ci aiuta molto, per un anno starà qui. Poi per le olive vengono amici tedeschi… Ma diventa sempre più difficile. Sabine è un po’ più giovane, ma abbiamo tutti intorno ai sessanta, e anche settanta. Non si vede, però è così…
Ildiko. Però Susanne, Sabine, Marcello e altri abbassano un po’ la media.
Ma quanti siete?
Beatrix. Siamo quattordici. Tre sono italiani, Marcello, Franco e Maria, sei uomini e otto donne. Più Milan e due ragazze ancora piccole. In tutto diciassette.
Quali sono le attività?
Ildiko. Allora, di agricolo, diciamo, c’è una persona che tiene le pecore, una persona che fa il formaggio, una persona che taglia il bosco.
Questi vivono prevalentemente con il lavoro della terra, poi Beatrice gestisce una scuola a Tavernelle con bambini tedeschi difficili, che lei porta all’esame di terza media. Ingrid ha un laboratorio di ceramica.
Sabine. Io ho fatto per dieci anni le pecore, poi tre anni fa ho smesso, perché diventava troppo duro e adesso ho trovato un lavoro giù a Tavernelle in un piccolo hotel, un lavoro stagionale. Poi dal ’99 abbiamo aperto un piccolo bar qui da noi, tipo pub, che è aperto solo il venerdì sera, organizziamo concerti, Susanne se ne occupa molto e le persone vengono, a volte una cinquantina, a volte anche un centinaio.
Ingrid. Ma grazie alla pazienza dei gestori, tutti i venerdì è sempre aperto, sia che ci siano cinque o cinquanta persone. C’è qualcosa da mangiare e c’è musica. In inverno siamo pochi, però c’è sempre il camino acceso.
Sabine. Anche per noi è importante, perché all’inizio tutti si incontravano sempre qui di sotto alla sera e si discuteva e si stava insieme, poi non è stato più così. È diventato tutto un po’ privato e allora questo spazio diventa molto importante per continuare a stare insieme, anche chi ha litigato.
Beatrix. Il nome del bar, che a me piace molto è Rosa Elle. Sì, Rosa Luxemburg.
Qualcuno lavora qui, qualcuno lavora fuori, ma come gestite l’economia della cooperativa e delle case? Avete una gestione condivisa, una cassa comune?
Ildiko. All’inizio avevamo un modello molto socialista, si condivideva tutto, si discuteva su ogni cosa e si decideva tutti insieme. Poi a poco a poco siamo diventati sempre più poveri… (Risate) Sì, come nel socialismo reale, non c’erano responsabilità individuali, per cui si cominciavano dei progetti che poi si lasciavano a metà, gli attrezzi rimanevano sparsi in giro, insomma i soliti problemi. Piano piano, anche con conflitti molto pesanti, abbiamo introdotto il concetto della privatizzazione: sempre di più le persone si sono prese certi lavori e li hanno gestiti incassando i proventi. Poi in una fase di transizione abbiamo versato in una cassa comune una parte degli introiti privati. Anche questo pian piano è diminuito e adesso ogni casa, diciamo come unità, gestisce la sua cassa, e c’è un piccolo contributo nella cassa comune per pagare le riparazioni o le spese per la cooperativa; per esempio gli introiti dell’olio finora sono andati nella cassa comune.
Le case però sono diverse, alcune quasi monofamiliari, questa invece è molto grande...
Beatrix. Sì, è un po’ diverso nelle varie case, qui siete nella casa più grande, infatti siamo in sette persone e abbiamo una cassa della casa e spendiamo i soldi insieme. Questo anche perché, diversamente dalle altre case, noi mangiamo insieme. Ognuno fa la colazione perché gli orari sono diversi, ma il pranzo lo facciamo sempre insieme. Ogni adulto, una volta alla settimana, cucina per tutti, compresi gli eventuali ospiti che pure devono partecipare. E così è un’economia un po’ più ampia, non sempre facile da gestire, perché i bisogni sono diversi e vanno rispettati i bisogni degli altri, ma insomma… Prima abbiamo parlato della povertà dell’inizio socialistico, ma adesso, che siamo pochi, noi viviamo bene, non ci manca niente, abbiamo uno stile di vita che io chiamo lussuoso. Parlo di questa casa, perché ogni casa decide lo stile della vita.
Questa cosa della cassa comune, e del quanto mettere in comune, credo sia stato un grande problema per tutte le comuni.
Ildiko. Sì, anche in questa casa, di cui ha appena parlato Beatrice, ognuno ha una sua fonte di reddito e poi decide quale somma deve essere versata nella cassa comune, però solo per il mangiare, non per bisogni personali come benzina o fumo.
Ingrid. Una cassa comune era in discussione anche prima della fondazione del gruppo, molti erano convinti che bisognasse avere una cassa comune in cui mettere tutto quello che ognuno aveva. Ma questo non ha mai funzionato. Forse solo i primi mesi…
Ildiko. No, di più, Ingrid.
Ingrid. Ma io ricordo che un giorno Rudi, che faceva le mucche e dava tutti i soldi, sbottò: "No, basta, questa cassa non funziona perché volevo comprare le scarpe per le mie figlie”.
Ildiko. Sì, ma questo è stato almeno due o tre anni dopo…
Ingrid. Forse non ricordo bene...
Ildiko. Io mi ricordo che quando c’era Gaetano, volevamo comperare le galline e non avevamo soldi, facemmo due mesi di economia in cui mangiavamo solo riso, una cosa terribile.
Era inverno, ricordo che mi si rompevano tutte le unghie e alla fine abbiamo comperato le galline e poi abbiamo detto: "No, così non si può andare avanti”. Certo, le scarpe dei figli. Lo ricordo bene anch’io perché cominciai ad andare fuori a lavorare per comperare le scarpe dei figli. Era chiaro che così non potevamo andare avanti. Anche dal punto di vista dei lavori, per esempio io e Ingrid facevamo insieme l’orto, le pecore e un laboratorio di coperte di lana ed era incredibile il carico di lavoro, non si riusciva neanche a razionalizzare perché dovevi essere sempre ovunque, dovevi fare un sistema di irrigazione nell’orto, un recinto per le pecore e tutto il resto... Non era possibile.
Poi ogni autunno c’era la crisi delle stanze, fra chi aveva le stanze buone e chi aveva le non buone…
Ingrid. In estate andava tutto bene, ma con il freddo tutto diventava più difficile.
Ildiko. In qualche modo abbiamo evitato un fondamentalismo, questo ci ha aiutato molto per sopravvivere. All’inizio avevamo dei membri che non volevano elettricità e alla fine loro si sono separati e hanno comprato un podere vicino dove per prima cosa hanno tagliato la luce. Avevano tre figli e cercavano una vita molta diversa, con tutto il tempo investito nel fare le cose, dal bucato, eccetera, eccetera...
Beatrix. Nei primi cinque anni sono andate via una decina di persone.
Ma su quante?
Ildiko. All’inizio eravamo circa trentacinque con venti bambini e almeno la metà sono andate via, poi ne sono venute altre.
Ma voi eravate aperti, poteva venire chiunque?
Ingrid. Sì, ma gli unici che sono venuti qua ­l’hanno fatto per parentela o per amore, non abbiamo acquisito altri membri.
Ildiko. Non perché non volessimo, ma di fatto è stato così. E io credo che anche in futuro sarà così.
Beatrix. Generalmente siamo aperti…
Ildiko. Sì, come dichiarazione di principio, però…
Ingrid. Abbiamo avuto una supervisione e abbiamo deciso di fare un ultimo tentativo per cercare gente, sia famiglie che un gruppo già formato, vogliamo sacrificare spazio fisico e mentale per vedere di avere nuove persone con noi. Dobbiamo farlo.
Ci dicevate che è come se ci fosse stato un errore iniziale che vi ha segnato irrimediabilmente. Voi avevate la comune in Bassa Baviera…
Ildiko. Sì, due ettari e mezzo fertili, acqua, uno splendore…
Ecco, venite qua, vi innamorate di questi 100 ettari, ma non vi accorgete che non c’è l’acqua... Come ha condizionato tutto il resto questa cosa?
Ildiko. Beh, moltissimo, perché questo ci ha fatto capire che non c’era nessuna possibilità di guadagnare con il lavoro della terra. Mi ricordo che Barbara e io facevamo un campo di fagiolini giù nel corso in cui c’è acqua per una ditta che voleva sperimentare dei semi che resistono al secco. Però a fine luglio l’acqua era finita, il che era troppo anche per dei semi resistenti al secco. Non venne su nulla. Così per l’aglio: facemmo un campo di aglio e sono venuti fuori agli piccolissimi, grandi come un’unghia. Questo era molto duro da digerire e lì abbiamo deciso che dovevamo trovare altri mestieri.
Ma non avete mai pensato di cambiare posto?
Ildiko. No, non lo abbiamo mai pensato.
Beatrix. I padroni del posto sono andati via per la povertà d’acqua, i mezzadri che vivevano qui erano tutti scesi a valle, stanchi di lottare con questa terra arida.
Ildiko. È interessante: la possibilità di vendere e cercare una terra più fertile, con più acqua, non l’abbiamo mai presa in considerazione. Dovevamo trasferirci, ma dove? No, questa idea non ci ha mai sfiorato. Oramai eravamo qui.
Cercavamo di adattarci. Ricordo che Karl Ludwig proponeva di fare una piccola manifattura per avere un lavoro comune e una cassa comune non sempre così povera, in modo da fare per esempio quattro ore di lavoro e poi essere liberi. Sarebbe stata una possibilità ma secondo me eravamo troppo anarchici, ognuno voleva fare ciò che voleva.
Ma un retroterra l’avete tenuto con la grande città, con Berlino, con la Germania o per molti anni avete chiuso?
Beatrix. Io completamente, parlo per me. Certo a volte vado a trovare la famiglia o vado via per fare vacanze, perché qui in realtà non si riesce a fare un minuto di vacanza. Ma quando sto una settimana in città mi basta e avanza dopodiché ritorno volentieri.
Ingrid. Anch’io, vado e sto magari due o tre settimane ma poi devo tornare. Quando mio figlio è andato via, col mio compagno abbiamo avuto un momento di riflessione perché ci sembrava il momento di cambiare: non avevamo più questa motivazione di fare l’orto e trovare un cibo più sano per i figli e ci siamo chiesti se avesse un senso continuare. Ci sembrava che anche la motivazione politica venisse un po’ meno e che, forse, dovevamo fare un altro progetto per avere una vita come l’avevamo pensata prima, una vita, come dire, più esemplare. Allora siamo andati in Africa e siamo stati lì per sei mesi viaggiando con zaino e bus, partecipando a progetti. In Zimbabwe, che allora era più calmo perché Mugabe non aveva ancora cacciato tutti i bianchi. Ma lì ho sentito che non era la mia scelta: troppo lontano dai parenti, dai figli, dai genitori che c’erano ancora, e anche perché mi sentivo molto, troppo straniera.
Anche qui mi sento sempre straniera, ma sono anche contenta, perché è uno stato che accetto. Solo che in Africa, di vedere e di vivere sempre con quella divisione fra ricchi e poveri, con quella povertà, non potevo sopportarlo. E dall’Africa, da così lontano, pensavo a questo posto come "il mio” posto.
Ildiko. A me invece a volte manca la città. Infatti adesso voglio stare tre mesi all’anno a Berlino. Certo, per stare vicino a mio figlio, ma anche perché a Berlino mi sembra ci sia un’atmosfera dove molte delle cose che credevamo importanti si rispecchiano in città. Quindi non è un mondo contrario a questo qua. Poi un po’ mi mancano gli stimoli. Mi sembra di aver consumato tutto quello che avevo accumulato durante gli studi, i temi forti, era bello stare qua a digerire tutto questo, ma adesso ho di nuovo fame...
Beatrix. Io faccio un lavoro a Tavernelle, frequento gente fuori dalla nostra zona. Qui il paesino, come abbiamo detto, è di destra, ma a Tavernelle è diverso.
Incontro regolarmente sempre le stesse persone, so più di loro che dei nostri vicini qui, così esco con loro e un po’ faccio parte del paese. Sì, mi sono come italianizzata. Qui a Montegabbione comunque sono stata cinque anni consigliere comunale…
Ildiko. Forse si deve dire che Ingrid va ai mercati, a Perugia, a Roma. Io anche con le tinte ho rapporti con persone al fuori di qua e anche tu Sabine, tramite Marcello e il tuo lavoro. In questo senso siamo un po’ integrate.
Quindi da questo punto di vista la scelta dell’artigianato ha aiutato?
Ildiko. Assolutamente sì.
Ingrid. Questo è molto importante, all’inizio non avevo per niente voglia di andare ai mercati, non volevo espormi, ma con gli anni mi rendo conto che il contatto con i clienti mi ha fatto crescere. Oggi lo trovo bellissimo. Così anche se mi dà fastidio andare a Roma, perché mi devo alzare molto presto e affrontare una giornata molto, molto pesante, però non voglio mancare neanche una volta. Vado una volta al mese, ed è diventato un appuntamento molto importante per me. A volte gli amici mi dicono: "Dovresti vendere attraverso internet”, che è più facile, ma io penso che ci voglia il contatto.
La stessa ceramica va toccata, va condivisa…
Come siete riuscite a gestire i rapporti affettivi e i cambiamenti, se ci sono stati…
Ingrid. In continuazione… (Risate)
Ildiko. Devo dire che su questo ci abbiamo messo tanto lavoro, come con i rovi, e questi problemi ricrescono proprio come i rovi e devi affrontarli…
Ma in che modo?
Ildiko. Era uno dei valori che avevamo, di non rompere tutti i contatti con chi decide di andare a vivere con un’altra persona, ma di gestire questa trasformazione.
Beatrix. Non sempre con facilità, c’è stata anche tanta sofferenza. Almeno per me. Ho sofferto per tre o quattro anni della nuova situazione che qui s’era creata…
Ildiko. Ma tutte qui ci siamo passate…
Ingrid. Il gruppo era sempre pensato come un punto di riferimento per i bambini e anche per quelli che hanno scelto di andare via e vivere in un altro modo, senza fare nemici e senza escludere persone. Così ognuno era motivato a lavorare su questo, perché tuo figlio vuole trovare qui i genitori, qui è un posto tranquillo, non come nella società normale dove una separazione può creare una lontananza.
Ildiko. Questo è andato bene, l’agricoltura un po’ meno, ma questo un po’ meglio.
Beatrix. Va detto che qui c’è anche una solidarietà tra donne molto forte. Mentre c’è una rivalità tra gli uomini, in alcuni almeno, che pesa quando si incontrano.
Ildiko. Fra donne, essendo solidali, ci siamo rifiutate di essere in alleanza contro, era permesso di essere in alleanza, ma mai contro, per non creare fazioni. Credo che questo sia stato il nostro impegno centrale.
Non abbiamo parlato dell’inizio. Ci arriviamo alla fine dell’intervista. Eravate universitarie quando avete deciso di fondare la comune? Perché dei giovani tedeschi, da Berlino o da Francoforte, sono venuti a vivere quassù in Umbria?
Ildiko. Un piccolo gruppo all’interno di questo gruppo, io, Karl Ludwig e Bernd, vivevamo a Francoforte e lì passavamo il nostro tempo andando ogni giorno a una dimostrazione, contro l’aumento delle tariffe, contro il maltrattamento dei giovani nei riformatori, per il Cile, ed eravamo stufi. Volevamo fare qualcosa di propositivo. Avevamo contatti con un altro gruppo a Monaco dove vivevo io per lavoro e anche lì si era creato un gruppo, anche loro la maggior parte professionisti, di varie professioni, e vivevano già insieme. Si era creato il gruppo tramite l’iniziativa di un asilo autonomo, e riflettevano su come educare insieme i figli e poi avevano deciso di lavorare e vivere insieme. Per essere liberi dai rubinetti del denaro pubblico l’idea era di andare in campagna: lì avremmo avuto da mangiare e avremmo potuto lavorare e vivere insieme. E così abbiamo fatto. A quel punto è arrivata Ingrid che aveva finito gli studi... E lei era molto restia, perché veniva dalla campagna, aveva appena lasciato un piccolo paese per andare nella grande città…
Ingrid. È la verità. Io sono andata solo per questo gruppo, per il rapporto con le persone, perché venivo da un’atmosfera politica molto fredda, da un mondo molto competitivo, i nostri compagni maschi erano quelli che avevano dato la direzione e noi "sì sì sì”, sempre dietro.
Quindi ero molto attratta da questo gruppo. Ricordo che quel tempo era molto libero, io sono nata negli anni Cinquanta, dopo la guerra, non ho vissuto nessuna guerra, nessuna fame, solo di memoria, sono cresciuta negli anni di una crescita enorme, "noi andiamo avanti, noi siamo qualcuno” e mi sono sempre sentita molto protetta, in ogni fase della mia vita. Quando è arrivato il momento in cui, secondo i miei studi, dovevo diventare impiegata dello stato, questo mi ha fatto paura, e ho pensato: "Ora vado in campagna con questo gruppo e poi posso sempre ritornare”. Ma non mi è mai mancato di vivere l’altra vita, quella dell’impiego sicuro. Era sempre una sfida quella di creare qualcosa dal niente.
Ma perché in Germania tanti scelsero di fondare comuni?
Ildiko. C’era anche una forte tendenza a dubitare del modello della famiglia tradizionale e c’era la convinzione che si doveva inventare un nuovo modello. Di qui la comune. In Italia credo che mai si sia sottoposta la famiglia a una critica fondamentale, infatti si dice che la fonte di tanti mali sia la piccola famiglia. Perché le famiglie in Italia sono un po’ diverse.
Ingrid. Hanno anche un’altra funzione, devono riempire il buco che lo stato lascia. Noi, anche se i genitori non avevano soldi, potevamo studiare, andare fuori e affittare una stanza. Da qui anche la facilità di fare delle comuni. Avevamo la possibilità, la libertà di sperimentare altre forme di convivenza. Perché lo stato pagava, dava un sussidio e allora era possibile. E anche adesso questo succede.
Quindi lo stato che aiuta a separarsi dai genitori…
Ildiko. Sì. Tu potevi studiare con i soldi dello stato, oggi lo devi ripagare, però all’epoca no. Ricevevi, ricordo, trecento marchi al mese, e tu lavorando un pochino integravi e riuscivi a mantenerti. Era veramente facilitata l’indipendenza.
Anche per il lavoro, lo vedo, in Germania c’è più possibilità per i giovani. Qua sono i genitori che procurano il posto di lavoro, danno ai figli in gestione quello che hanno costruito e a livello più alto ci sono le raccomandazioni, le amicizie che garantiscono ai figli un accesso al lavoro. In Germania non è così.
Beatrix. Noi siamo tutti usciti dalla famiglia dopo la maturità.
Ingrid. Anche i genitori dicevano: "Adesso è tempo di incontrare il mondo”.
Beatrix. Tutti all’inizio abbiamo lavorato, si lavorava uno o due giorni alla settimana e si studiava.
E i genitori come presero la vostra scelta radicale?
Ildiko. Oh, poverini…
Beatrix. I miei sono un buon esempio, quando ho detto a mia madre: "Guarda, mi trasferisco in Italia per amore”, lei ha detto: "Italia? Volevo sempre vivere in Italia”, ed è venuta con me. I miei genitori erano separati, ha vissuto cinque anni qui in paese in una piccola casa. Dopo per altre ragioni è tornata in Germania. Mio padre, che era già arrabbiatissimo con mio fratello che viveva qui da cinque anni prima di me ("con tutti gli studi che gli abbiamo pagato è andato a fare il contadino!” diceva), quando sono venuta io che ero la figlia amata, è venuto a vedere che fine avevo fatto e a lui è piaciuto moltissimo e ogni anno è tornato.
Ingrid. La vecchiaia aiuta ad accettare le scelte dei figli… (Risate)
Ildiko. No, i miei genitori erano tristi, molto tristi, poi quando mia madre è venuta qua, alla fine era contenta e aveva accettato, ma per mio padre c’è voluto molto tempo.
La madre di Ingrid e Sabine è venuta a vivere qua gli ultimi anni della sua vita perché suo marito era morto, aveva problemi di salute e non era più autosufficiente, ma credo che...
Ingrid. Sì, non è stata proprio una scelta libera, aveva sempre il dolore di avere lasciato il suo paese, però era anche grata di aver trovato qui una situazione in cui era la benvenuta perché capiva che tanti figli, per motivi di lavoro o mancanza di spazio, non potevano prendere i genitori. Qui invece…
(a cura di Paola Sabbatani e Gianni Saporetti)