Chiara Frugoni insegna Storia medievale all’Università di Roma II. Tra le sue opere: Francesco e l’invenzione delle stimmate, Storia di un giorno in una città medievale (con il padre Arsenio Frugoni), Mille e non più Mille (con Georges Duby), Rizzoli 1999.

Di mio padre ho avuto una grandissima soggezione, anche intellettuale. Basti dire che quando facevo l’università arrivai al punto di andare a informarmi per diventare una commessa della Upim, perché non pensavo di riuscire a laurearmi. Mio padre ha sempre avuto paura di viziarmi e alla fine questo ha avuto su di me degli effetti distorti. Alcune cose ancora gliele rimprovero. Per esempio, quando avevo 13 anni mi ammalai di tubercolosi e, pur avendo trascorso l’anno sempre a letto, riuscii a portare a termine la scuola esattamente come gli altri ragazzi. E senza prendere lezioni private. Mi dovetti arrangiare per conto mio, perché non era concepibile né che prendessi una lezione privata né, tantomeno, che per qualche ragione perdessi l’anno. Questo per spiegare l’estremo rigore di mio padre. Lui pensava che anche nel parlare si dovesse essere sempre molto corretti, mai parlare pressapoco, e così, quando a tavola ci piaceva usare le parole orecchiate per caso a scuola, mio padre diceva sempre: "Ma questo cosa vuole dire?", "Cosa intendi dire?". Così non c’era pranzo che non finisse con l’ammonticchiarsi del dizionario enciclopedico sul tavolo perché a ogni poco ero spedita a cercare la parola e a spiegarla, anche con fortissime ribellioni da parte mia. E c’erano scontri, lacrime e mia mamma che, giustamente, si lamentava di non riuscire mai a finire un pranzo in pace.
Devo dire, però, che l’abitudine a controllare subito il significato delle parole evidentemente mi è entrata dentro e anzi mi sono accorta di averla passata anche a mio figlio Andrea, ma senza che ricordi di averglielo mai detto. Se noi stiamo parlando e ci chiediamo da dove venga quella tal parola, lui prende e va a guardare. E’ proprio vero: le cose si ripetono e si trasmettono innanzitutto con il modo di fare.

Credo che l’estremo rigore di mio padre derivasse dalla vita estremamente difficile che aveva dovuto affrontare da ragazzo. Era figlio unico di madre vedova; mio nonno era morto all’età di 25 anni durante la prima guerra mondiale. Così lui e la sua mamma erano vissuti nella povertà più nera insieme a una zia che aveva un piccolissimo impiego nei tram di Brescia. Infatti lui mostrò sempre molta gratitudine per la mamma e la zia sia perché gli avevano riservato sempre le cose migliori da mangiare e poi perché non avevano preteso che andasse a lavorare. Mio padre frequentava allora l’oratorio della pace a Brescia, dove c’era Montini il quale aveva premuto molto perché continuasse a studiare. Infatti quando mio padre fece l’esame di maturità c’era in commissione il prof. Picotti, un medioevista, che suggerì a mio padre di fare il concorso alla Normale, e fu sempre Montini ad andare a casa per perorare l’idea presso la madre. Mio padre era poi talmente bravo che durante le scuole diede sempre lezioni private. Credo che la mancanza del padre, e anche quell’estrema povertà, l’avessero segnato molto e che da lì sia venuta quell’impostazione di vita così rigorosa. Mio padre fin dall’infanzia aveva frequentato la famiglia di un compagno di scuola la cui sorella più piccola divenne poi sua moglie. Era una famiglia di notai, agiata, e forse è anche per la partecipazione a un ambiente dove si parlava sempre di ricorsi e atti, che crebbe in lui l’orrore per il denaro, per il possesso, forse anche al di là di quello che si sarebbe potuto accettare. Ci ha cresciuto così, nell’idea che oltre una minima soglia per stare bene, conviene non avere soldi perché altrimenti si comincia a pensare a farli fruttare e la mente, quindi, va da un’altra parte.

Dopo aver lavorato per tanti anni all’Enciclopedia Treccani, un giorno prese e se ne andò sbattendo la porta proprio perché aveva visto allentarsi quel rigore, quell’impostazione scientifica che a lui sembrava assolutamente necessaria; vedeva che venivano fatte assunzioni non perfette, la qual cosa per lui era inconcepibile. Per dire, quando io feci la domanda per il perfezionamento alla Normale (e la potevo fare perché ormai mio padre non ci insegnava più) vinsi, ma mio padre mandò una specie di raccomandazione al contrario, dicendo di non prendermi, perché avevo scarsa salute. In realtà perché non voleva che sembrasse un favoritismo. Questo me lo raccontò Ragghianti. Poi alla fine per fortuna mi presero lo stesso. A volte diventava un handicap avere il babbo come padre, se mi fossi mossa con le mie gambe sarebbe stato meglio. Tant’è vero che avevo scelto di seguire una strada completamente diversa, quella di bibliotecaria, proprio per non essere prima di tutto la figlia di Arsenio Frugoni, di non avere delle facilitazioni che d’altra parte lui non avrebbe ammesso e poi per avere un terreno un po’ più mio nel quale muovermi. Ancor prima, ricordo la tragedia che fu per me la stesura della tesi. Tutto perché ebbi la dabbenaggine di fargli leggere quello che scrivevo. Era uno studio, evidentemente derivato dalle passeggiate col babbo, sulla prima esplosione del macabro e sul perché la gente d’improvviso avesse sentito il bisogno di rappresentare cosa capita del corpo dopo morto, su quale cambiamento di mentalità fosse sotteso a questo. La facevo per metà con Roncaglia e per l’altra metà con uno storico dell’arte, morto da poco, vecchissimo, Geza De Francovich, e però entrambi avevano tantissimo da fare e quindi mi seguivano poco. Avendo il babbo in casa mi sembrava assurdo non parlarne con lui e poi sarebbe stato anche impossibile fare qualcosa senza che lui sovraitendesse. Lo ricordo come fosse adesso: mio padre nello studio a fare le sue cose e io tremebonda che mi avvicinavo con quelle paginette in mano. Il babbo le leggeva, prima le correggeva, poi le accartocciava e le buttava nel cestino.
Questo era il babbo in famiglia. Poi c’era anche un’altra faccia, quella che mostrava agli altri. La tremenda severità che aveva verso di me spariva completamente nel rapporto con studenti e collaboratori che lo ricordano affettuosissimo, presentissimo. Li seguiva, li incoraggiava. Naturalmente senza mai derogare dai suoi principi, però era molto positivo. Evidentemente con loro non aveva paura di essere parziale. I suoi allievi lo ricordano con moltissimo affetto.
D’altra parte non c’è dubbio che quel suo rigore morale sia stata una lezione molto importante. Rigore nello studio, innanzitutto: non accontentarsi mai delle cose fatte pressapoco, andare sempre in fondo. Finché non aveva capito una cosa lui continuava ad arrovellarcisi.

Durante la guerra eravamo andati a Solto dov’era la casa dei miei nonni materni, sul lago d’Iseo. Allora i miei nonni avevano molti campi. Negli anni della guerra mio padre continuò a studiare ma nel frattempo (per dire come fosse una personalità complessa) esprimeva anche una forte inventività nell’adattarsi, per cui, per esempio, facendo tesoro delle nozioni di chimica che aveva imparato al liceo, era riuscito a fabbricare il solfato di rame e lo faceva per tutta la collina. Ricordo che c’era questo deposito di solfato di rame dove bastava immergere le chiavi per tirarle su bellissime, ramate, lucide. Aveva anche fabbricato dei burattini bellissimi, quelli dove ci si infila dentro la mano, e con la mia mamma e con altre persone sfollate faceva delle commedie per tutti i bambini. C’era un grande fondaco con dei mucchi di castagne dove noi bambini stavamo seduti mentre guardavamo i burattini. Mia mamma cuciva i vestiti e mio padre aveva conciato una pelle bianca di coniglio per il re. Aveva imparato anche a conciare, andava a prendere le pelli dal macellaio, le conciava e mia madre ne faceva delle borse. Poi faceva il sapone, insomma faceva tante cose, e aveva un rapporto molto intenso con la gente del luogo.
Per esempio era diventato bravissimo a stimare i boschi; lui andava davanti a un bosco e sapeva dire quanto valeva tagliato e poiché era molto onesto la sua valutazione era ritenuta molto preziosa. Solto era un paese che per molti aspetti era rimasto totalmente medioevale anche nella mentalità della gente e mio padre era considerato un "buonuomo", una specie di giudice di pace capace di comporre le liti, valutare i boschi, una specie di autorità riconosciuta dai contadini. Mio padre fino ad allora, aveva 26 anni, si era occupato soprattutto di storia del Rinascimento, con particolare attenzione alla storia di Brescia. Credo che proprio quei lunghi anni passati a Solto, insieme a quei contadini poverissimi per via di un’economia mezzadrile tremenda, gli abbiano permesso di capire un altro tipo di uomini, le loro idee, le loro aspettative, la loro religiosità. Credo che proprio quell’intensa frequentazione l’abbia portato ad approfondire i suoi studi sul medioevo.

Vorrei sottolineare la sua attenzione, precoce e insolita a quel tempo, per le immagini. Quando stavamo a Solto i nonni mi avevano regalato una lambretta e siccome lui non guidava e non avevamo la macchina, lo portavo in giro e visitavamo tutte le "santelle", così si dice in dialetto, che sono quelle piccole costruzioni con le immagini. Lì ce sono moltissime perché c’era stata a lungo la peste e perché quei luoghi erano stati ripetutamente attraversati da eserciti. Era frequentissimo che le immagini fossero macabre e riguardassero la morte, la peste. Proprio in quel periodo mio padre si era messo a studiare "Il trionfo della morte" di Clusone, un grandissimo affresco, una specie di antologia dei temi macabri. Così, per situarlo anche in un contesto storico, in una trama di immagini, aveva iniziato a visitare tutte queste chiese e santelle sparse per le montagne. Quindi molto precocemente, perché siamo prima degli anni ’60, in lui si era già manifestata una fortissima attenzione alle immagini, del tutto insolita per quel tempo. Ho visto fra i pochi libri rimasti che da giovanissimo si era comprato L’autunno del Medioevo di Huizinga, un libro molto discusso ma estremamente bello, in cui per la prima volta le immagini venivano riconosciute come fonti di pari dignità rispetto allo scritto.
Ha sempre avuto questa attitudine alle immagini che evidentemente, ma a livello del tutto inconscio, io devo aver ereditato. Per tanto tempo non ho mai pensato che la mia attenzione alle immagini dipendesse da quelle gite in lambretta col babbo e invece...
Lo studio sul trionfo della morte di Clusone è molto impegnativo. C’è questo trionfo della morte calcato sul giudizio universale, c’è la morte sovrana, con gli aiutanti che dovrebbero essere degli angeli e invece sono degli scheletri (oltretutto aggiornati perché non tirano più con le frecce ma con lo schioppo); poi c’è chi invoca la morte e chi invece si dispera (sembrano essere gli eletti e i dannati che respingono questo trionfo); e poi ci sono i cartigli che spiegano e, ancora sotto, c’è una danza macabra con questa alternanza di scheletri e vivi che prendono in giro i morti e li trascinano nella danza.
Io ricordo il babbo arrampicato con una scala di fortuna per cercare di capire i particolari e leggere le scritte. Fu uno studio anche pioneristico.
Credo che mio padre per molti lati sia stato molto innovatore e forse addirittura troppo in anticipo rispetto al suo tempo, infatti alcuni suoi libri sono stati capiti molto tempo dopo. Per esempio, nel suo libro più bello, Arnaldo da Brescia, lui esaminò tutte le fonti che parlano di Arnaldo da Brescia, visto che di lui non è arrivato niente direttamente, dimostrando che ogni testimone è importante non già per quello che dice ma per quello che è; ognuno, cioè, alla fine è testimone di se stesso. Così Arnaldo è ricostruito attraverso quello che dicono i testimoni, ma ogni testimone è prima indagato per quello che è, per i condizionamenti che aveva, perché ha detto una cosa, o perché non l’ha detta. A un certo punto anche i silenzi diventano degli elementi costruttivi. Questo era nuovo come metodo e c’è voluto molto tempo perché fosse capito. E ancora oggi, devo dire, è più apprezzato all’estero, per esempio in Francia, che non in Italia. Penso che debba passare del tempo perché si ricordi il babbo.
E’ stato una personalità molto forte e per certi versi il suo ricordo è ancora ingombrante.

Essendo stato, il mio, un rapporto di grande ammirazione ma anche molto conflittuale, devo dire che anche dopo la sua morte ci ho messo molti anni ad acquistare uno sguardo un po’ più in alto, un po’ più da adulta, rispetto a mio padre e a ritrovarlo come uomo. Ed è stato anche un percorso doloroso. Ho cercato di contestualizzare i suoi difetti, i suoi sbagli, senza volerli giustificare, come in fondo sarebbe stato il primo impulso. Adesso credo di poter dire che mio padre esagerò perché un’educazione così severa rischiò di essere del tutto negativa, se mi fece vacillare al punto di rinunciare all’università. Evidentemente lui mi comunicava un’immagine troppo distorta. Da una parte penso di dovergli moltissimo, per questa fortissima passione che mi ha spinto a continuare a studiare, però non ho avuto nessuno che mi ha insegnato, e col quale poter mettere alla prova le mie idee. Ho fatto la bibliotecaria per undici anni e intanto ho continuato a studiare ma ho pubblicato solo dopo che mio padre era morto. Ad essere sincera, credo che se mio padre avesse continuato a vivere io sarei rimasta in biblioteca.
Mio fratello, invece, aveva un carattere molto più mite e poi, forse più saggiamente, si era ritagliato una nicchia nella quale mio padre non poteva arrivare. Infatti lui aveva fatto studi di medicina e aveva altri interessi, ad esempio disegnava molto bene. Era molto intelligente, ero legatissima a mio fratello e lo sono ancora. Andavamo molto d’accordo, e certamente lui mostrava un sano distacco verso molti argomenti cari a mio padre, per cui veniva più facilmente lasciato in pace. C’era proprio una distinzione forte: mio fratello poteva permettersi di non andare bene per una volta, mentre per me era una tragedia se prendevo un sei. Questo fece di me un’invasata, una perfezionista. Subivo una tale pressione che finivo l’anno senza avere un’idea esatta della mia valutazione: andavo a vedere i quadri e pensavo: o sono la prima oppure mi hanno bocciato.
Devo dire che mio fratello lo rimpiango moltissimo perché andavamo molto d’accordo e poi perché in questo tipo di famiglia lui rappresentava la possibilità del recupero di una certa pace. Se per esempio si scatenava una baraonda a pranzo, poi noi lavavamo i piatti assieme e così commentavamo. C’erano 5 anni di differenza ma con lui riuscivo a sentirmi a mio agio. Parlavamo moltissimo di tante cose, dei problemi che hanno i giovani. Una cosa che ho sempre detto ai miei figli è che i fratelli devono stare insieme e per fortuna loro sono molto uniti. Per me è stato una grande perdita, mi sono sentita spezzata. All’improvviso mi trovai figlia unica.

Mio padre aveva fortissimo il senso del passato, delle generazioni, pensava fosse importante avere delle radici. Per esempio, un giorno -ero già sposata- avevo visto in mostra alla Rinascente dei mobili fatti di cartone che costavano pochissimo ed ero tornata a casa tutta entusiasta dicendo: "Guarda che bella cosa, oggi anche con pochi soldi si possono prendere delle cose". Ma lo dissi così, mi ero ben guardata dal comprarli. Ebbene, mio padre mi scrisse una lettera lunghissima, dicendo che da questo si vedeva quanto fossi consumista, quale atteggiamento fatuo avessi verso la vita; scrisse che in realtà rifiutavo i mobili che avevamo a Solto, che non erano particolarmente belli, ma avevano tutti i tagli dei coltelli, il logorio delle mani, il senso che c’era una continuità; scrisse che invece questi mobili di cartone la rompevano, tutto diventava provvisorio, non si ricordava più niente, le cose venivano prese, buttate, non c’era più alcun affetto verso i propri antenati, verso i nonni, verso il passato, si viveva così, come gli americani che non hanno radici... Tutta una lettera così, solo per una frase che in fondo avevo detto anche pensando alla gente con pochi soldi.
Mi ricordo i discorsi sulla necessità di avere un legame con il passato, di capire la storia: in realtà tutta la storia passata è solo storia recente perché non facciamo altro che proiettare sul passato quello che noi siamo. D’altra parte, se non cerchiamo di recuperare il passato non abbiamo neanche il presente.
Lui amava molto Bloch soprattutto per il suo impegno politico così forte, un impegno che gli fece rischiare la vita, portandolo infine alla morte, e che era del tutto unito al suo impegno di storico del medioevo. Per mio padre l’impegno civile doveva essere legato all’impegno sul passato. Della guerra non ha mai parlato né a noi né alla mamma, ma per le poche cose che ho saputo credo che lui abbia messo in pratica quel rigore e quell’impegno civile che tanto ammirava in Bloch.

Mio padre morì nel ’70 in un terribile incidente d’auto in cui perse la vita anche mio fratello. Io avevo 30 anni. Da allora mi è rimasto uno sguardo dal basso verso mio padre, sempre un po’ come una ragazzina e questa per me è una grande tristezza. Fra l’altro dopo l’università io ero andata via di casa. Quello che avrebbe potuto essere un colloquio, non dico fra pari, ma fra due persone ormai adulte, non sarebbe più potuto avvenire.
Ci sono state delle difficoltà che ho vinto solo con fatica; ho dovuto anche riacquistare la sicurezza in me stessa perché per molto tempo mi ero sentita più fondata in mio padre. Ho dovuto consumare uno strappo, vincere il panico di non avere più una persona che pur essendo terribilmente condizionante, era anche un punto di riferimento sicuro. Pensavo di nuovo di non essere capace e mi sentivo schiacciata di fronte a tutte le cose che non sapevo, non capivo. Non osavo neanche prendere in mano i libri del babbo perché avevo l’impressione di non capire niente. Oggi posso dire che mio padre, attraverso i ricordi che avevo di lui e i suoi libri, che ho letto più tardi, è stato il mio maestro interno, un maestro silenzioso.

Cosa avrebbe detto del mio libro su san Francesco?
Avrebbe detto che non gli piaceva per niente. Sicuramente. Una delle cose che mi diceva sempre quando facevo la tesi era che scrivevo solo delle "lungagnate". Lui sosteneva che nella vita non bisognerebbe scrivere più di mille pagine, che mille pagine è la misura massima che uno si può permettere e in effetti lui ha scritto poco ma perché scriveva in maniera molto particolare, ironica, allusiva, molto densa.
In realtà spero che il mio libro gli sarebbe piaciuto, però penso che mi avrebbe detto che c’erano molte sciocchezze e che era una "lungagnata".