Olivier Todd, giornalista e scrittore, è stato redattore prima al Nouvel Observateur e poi all’Express. E’ autore della biografia Albert Camus, una vita, uscita in Italia per Bompiani. Vive e lavora a Parigi.

Nel Primo Uomo, il romanzo rimasto incompiuto (il cui manoscritto Camus aveva con sé al momento dell’incidente mortale) l’Algeria, fino a quel momento assente o quasi nei suoi romanzi, diventa protagonista assoluta...
In effetti, per parlare di Camus e dell’Algeria dobbiamo cominciare dalla fine, da Il Primo Uomo, che esprime al contempo la sua speranza e la sua disperazione per la guerra in corso in Algeria. Tema del libro è la vita dei petits blancs, i francesi poveri d’Algeria, che nessun intellettuale, a differenza di Camus, conosceva realmente o prendeva in considerazione.
Lui era uno di loro, essendo nato in una famiglia povera: la madre, vedova di guerra, arrotondava la magra pensione facendo la domestica. Quando scrive che in casa il burro e lo zucchero si compravano a etti, questa povertà mi pare del tutto evidente. Quindi, sapeva chi erano i petits blancs. In un editoriale dell’Express, scritto per spiegare i petits blancs d’Algeria ai petits blancs, ai grands blancs, ai moyens blancs di Francia, sostenne: "I francesi d’Algeria non sono tutti ricchi, col sigaro in bocca, sempre a bordo di una Cadillac".
Una scena del libro mi pare molto eloquente perché evidenzia il punto di vista di Camus sugli eventi d’Algeria. A un certo punto, il protagonista, cioè Camus stesso, va a trovare un vecchio colono, che gli dice: "Lei sa com’è in Algeria: un giorno ci si sbrana e il giorno dopo ci si riconcilia". Mentre scrive Il Primo Uomo a Lourmarin, in Provenza, Camus ritiene che tutto sia ormai finito, che sua madre sarà costretta a rientrare in Francia perché sarà l’opzione indipendentista a prevalere. Non sarà quindi possibile quell’unione tra l’Algeria e la Francia all’interno di un organismo più vasto che lui, utopisticamente, auspicava.
Cosa avrebbe voluto Camus? Che si trovasse un modus vivendi che permettesse ai pieds-noirs di restare in Algeria. Sognava un sistema egualitario, fraterno, che si sarebbe forse potuto realizzare prima della guerra. Probabilmente, la sua era una chimera, ma, a pensarci bene, è la stessa cosa che tutti noi oggi auspichiamo per il Sudafrica: la nascita di uno stato multirazziale e multietnico, in cui persone di origine europea e africana possano vivere gli uni accanto agli altri.
Comunque, la storia dei rapporti fra Camus e l’Algeria è più complicata. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che fu iscritto al partito comunista algerino dal ’35 al ’37, e ne venne espulso per anticolonialismo. Seguendo gli ordini di Parigi, che obbediva a Mosca, il partito algerino aveva messo la sordina alla lotta anticoloniale, che invece Camus rilanciava dalle colonne di Alger Républicain e di Soir Républicain, i due giornali in cui esordì come reporter. Camus aveva preso coscienza della disuguaglianza prodotta dal sistema coloniale. In un reportage dalla Cabilia, molto bello, scriveva che i berberi vivevano in condizioni di semi-schiavitù. Questa è una cosa molto importante. Si dimentica che aveva difeso i militanti nazionalisti algerini, fra cui alcuni sceicchi un po’ corrotti. Si dimentica che aveva appoggiato il progetto Blum-Viollette nel ’36, con cui il governo del Fronte popolare voleva estendere i diritti politici all’élite musulmana. Si dimentica tutto il passato di Camus militante anticolonialista prima della guerra -per cui fin dal ’54 viene bollato come anticomunista, per via del saggio L’uomo in rivolta, ma anche come colonialista- e si passa alla frase da lui pronunciata a Stoccolma in occasione della consegna del premio Nobel, quando, durante un incontro con i giovani, venne aggredito verbalmente da uno studente algerino. Innervosito, si lasciò sfuggire una frase molto infelice: "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre" che fece scorrere fiumi di veleno. La frase era inopportuna, lui era arrabbiato, non si rendeva conto fino a qual punto sarebbero giunte le reazioni in Francia.
Le Monde la trasformò in una notizia mondiale. Commise un errore, certo. Richiesto, rifiutò di spiegarsi, rinviando ogni chiarimento alla prefazione alle sue Chroniques Algériennes che, però, uscirono proprio quando De Gaulle tornò al potere, passando così del tutto inosservate. Nessuno dei suoi libri fu così poco letto come Actuelles III. Nel ’54, allo scoppio della rivolta nazionalista, la maggioranza degli algerini non pensava all’indipendenza.
Anche in Francia, pochi, a sinistra, agitavano l’idea di un’Algeria indipendente. Ciò che fece prendere coscienza agli arabi e ai cabili non furono tanto i discorsi di Ferhat Abbas (uno dei primi leader nazionalisti, prima favorevole all’integrazione con la Francia, poi entrato a far parte dell’Fln, ndr), né quelli dell’Fln, ma il comportamento abominevole tenuto dall’esercito francese durante la guerra. All’inizio , quindi, la posizione di Camus non era isolata. Ma, una volta in Francia, perse il contatto con l’Algeria delle campagne, con il bled, e non vide più quel che accadeva nel suo paese.
Per questo, ancora nel ’58, credeva illusoriamente che, malgrado il napalm, i rastrellamenti e i campi di concentramento, fosse possibile "riconciliarsi". Quando si recò ad Algeri a proporre la "tregua civile", nel ’56, aveva l’intenzione di creare un modus vivendi fra i militari di una parte e dell’altra. Ma chi erano i civili, chi i militari in una situazione come quella algerina? Alcuni erano civili di giorno e militari di notte. All’uscita della riunione, tutti lo attendevano, i comunisti, i cattolici che lavoravano con i nazionalisti algerini, quelli che più tardi sarebbero diventati membri dell’Oas. Gli uni volevano che gridasse Vive l’Algérie indépendante, gli altri Vive l’Algérie française. Siccome non disse né una cosa né l’altra, venne messo nel dimenticatoio. Camus, contrariamente a quanto si pensa, non era un uomo che ragionasse enormemente come Raymond Aron. Lui, le cose le sentiva profondamente. Mentre la maggior parte degli intellettuali francesi non conosceva l’Algeria, Camus la conosceva e per questo reagiva con tutto se stesso, visceralmente. Politicamente, si sentiva inferiore a tutti, ma non riguardo all’Algeria. Soffrì molto quando sentì di essere rimasto solo. Era controcorrente, odiato dalla sinistra e dalla destra. A salvarlo fu la sua capacità creativa. Credo fosse profondamente disperato e infelice alla fine della sua vita. E molto solo. Lui, che voleva essere solidale, era solo, lontano anche dai suoi amici liberali che gli scrivevano: "Bisogna che l’Algeria sia indipendente".
Stupisce che tutta questa sofferenza abbia prodotto Il Primo Uomo, nel quale cercò di recuperare tutta la sua Algeria.
Quindi, per Camus l’indipendenza dell’Algeria costituiva un taglio netto con la Francia?
Sì, un taglio netto. Una volta, andò persino a trovare De Gaulle, che gli spiegò come non fosse il caso di tenere delle elezioni in Algeria, aggiungendo una frase dura e militare: "Lei si rende conto, un centinaio di deputati bougnoules..." (spregiativo per nordafricani, ndr). Camus aveva sperato che De Gaulle potesse risolvere il conflitto. Questo è un sentimento molto francese in Camus, perché gran parte dei francesi, nel ’58, nutrì la medesima speranza. Metà di loro sarebbe stata tradita.
Adesso, finalmente, le cose si sono calmate: non si sente più sbraitare su Camus reazionario, Camus conservatore, Camus colonialista. Ciò non significa che siamo tutti d’accordo, ma ho la sensazione che anche chi lo dipingeva come un moralizzatore, riconosca adesso che era in buona fede. Che era un giusto. Non bisogna però dire che aveva previsto tutto quello che poi sarebbe successo in Algeria. Non aveva previsto niente. Prima della guerra, è vero, aveva conosciuto molti messalistes, i seguaci di Messali Hadj, capo del movimento nazionalista algerino che nel ’54 si oppose all’Fln. Chissà, forse si rendeva conto che l’Fln non era solo un movimento autoritario, ma totalitario. Allo stesso modo, non bisogna credere che avesse ragione a proposito dell’Algeria, al contrario aveva storicamente torto.
L’onestà politica è una delle virtù di Camus...
Spesso, quando ci si immerge nella vita di qualcuno, si scoprono un sacco di difetti. Non così in Camus. Sul piano politico è di una rettitudine straordinaria. Possiede una caratteristica che pochi francesi hanno: quando sbaglia, lo dice e se lo dice. Nel 1939 è pacifista, ma decide di arruolarsi nell’esercito per solidarietà con gli altri francesi. In alcuni articoli apparsi su Alger Républicain dà l’impressione, anche dopo la dichiarazione di guerra, di ritenere che si potesse ancora trovare un accordo con Hitler- un’idiozia secondo me- ma si ricrede subito, perché ha la capacità di vedere lontano molto rapidamente. Nota subito quanto di sordido vi sia nel regime di Vichy. Subito, nel giugno del ’40. In alcune lettere, infatti, scrive nettamente: "Attenzione ai sentimenti anti-britannici", mentre la maggioranza dei francesi era antibritannica, e molti erano antisemiti. Quanto a De Gaulle, pochissimi sapevano chi fosse.
Mi sembra utile confrontare l’atteggiamento di Mitterrand nel ’41-42 con quello di Camus nel ’40. Mitterrand ha voluto farci credere che non aveva capito quello che stava accadendo in Francia. I casi sono due: o era un imbecille o era un ipocrita. Camus invece esprime con molta chiarezza quello che pensa dopo la sconfitta. Passando per Lione, Clermont-Ferrand, Bordeaux nota subito la vera natura del regime di Pétain. Per questo, senza diventare un eroe come Jean Moulin, entra nella resistenza, insieme a Pascal Pia.
Per molti aspetti, Camus ci appare come un "resistente" per tutta la sua vita: resiste all’atteggiamento colonialista della maggior parte dei pieds-noirs durante la guerra; resiste al bellicismo dopo la dichiarazione di guerra, anche a costo di sbagliarsi sul miglior modo di resistere ai nazisti; resiste all’ondata collaborazionista; resiste all’ondata ultra-gollista dopo la Liberazione; resiste all’ondata di illusioni a proposito dell’Fln, quando tutti gli intellettuali francesi lo consideravano un misto di Giovanna d’Arco, Baden-Powell e Marx. Il prezzo fu la solitudine.
Camus non frequentava molto gli arabi, vero?
Non credo fosse in contatto con gli algerini. Ma non per colpa sua, era la sorte di tutti i francesi d’Algeria: non parlavano algerino, non andavano a letto con le algerine. Un suo amico mi ha detto: "Le algerine, alcuni di noi le hanno viste al bordello, e basta". Non ci fu alcun incrocio fra le due comunità, che rimasero separate. Da quando si trasferì in Francia, non ebbe più alcun contatto con gli arabi. Aveva conosciuto dei cabili prima della guerra, quando faceva il reporter per i quotidiani di Algeri. Frequentava alcuni arabi francesizzati ad Algeri, ma non aveva amici fra di loro. A Bélcourt, il suo quartiere, nei luoghi in cui arabi, cabili, italiani, spagnoli, maltesi, potevano mescolarsi, come al liceo o all’università, c’erano pochissimi arabi, figli dei notabili musulmani. E’ vero che non parlava arabo né cabilo, che non viveva nella casbah, che la famiglia della sua seconda moglie, Francine Faure, era favorevole all’Algeria francese. Ma da qui a sostenere che era un colonialista, ce ne corre. Ci sono i suoi articoli e reportage di gioventù, in cui denuncia l’ingiustizia e l’oppressione economica prodotte dal regime coloniale. Ci sono gli articoli contro il sindaco di Algeri, di estrema destra, virulenti e un po’ buffi, in cui lo accusa di essere responsabile di tutto quel che non va in città, financo delle perdite di gas.
Camus, inoltre, non ha complessi. Non è come Sartre, che ha una gran voglia di non essere più un borghese. Viene da un ambiente molto popolare. Sa cosa vuol dire essere poveri, non avere il bagno in casa, centellinare il burro e lo zucchero, non avere libri. Non si fa illusioni sui pieds-noirs, sa che possono essere molto razzisti, pigri intellettualmente, che si arrabbiano subito, ma ritiene che abbiano lo stesso diritto all’Algeria dei cabili... Si può fare un parallelismo, senza forzare troppo, fra l’Algeria e Israele. In Israele, tutti hanno diritto alla terra, gli ebrei come i palestinesi, ma come conciliarli? Forse, anche i pieds-noirs avevano diritto a una terra che avevano coltivato e fatto fruttare. Anche se non l’ha mai detto, da un certo punto di vista Camus era marxista. Parlando dell’India, infatti, Marx sostiene che il colonialismo non ha solo aspetti negativi: senza gli inglesi, l’India non sarebbe mai esistita come paese unificato dalla lingua e dalla ferrovia. D’altronde, sempre su questo punto, credo che fino alla fine nutrisse illusioni di tipo socialista.
Durante la guerra d’indipendenza Camus viaggiò per l’Algeria?
Non molto. Solo una volta si recò nel deserto. Riceveva informazioni dagli amici. Ad un certo punto, con un misto di tracotanza e scoraggiamento, Camus si disse: "Nessuno mi può capire, qualsiasi cosa faccia non sono capito, allora è meglio tacere". Ciò non gli impedì di intervenire presso le autorità francesi per salvare la vita a decine di condannati a morte. Lo provano i dossier custoditi al Ministero di Grazia e Giustizia, i nomi.
Ho visto una lettera proveniente dalla Presidenza della Repubblica: "Signore, il Presidente della Repubblica è stato informato del Suo intervento. Naturalmente abbiamo esaminato questo caso". Ma chi aveva scritto quella lettera non si era reso conto che la persona per la quale Camus era intervenuto era già stata ghigliottinata. Penso sia intervenuto in 150 casi, in favore di militanti nazionalisti algerini, e anche di comunisti algerini, malgrado il partito l’avesse espulso accusandolo di trotzkismo. Ma Camus era un giusto, sapeva dimenticare, tener conto delle situazioni. Aveva una rotta, che seppe mantenere contro venti e maree, pur soffrendo molto.
Bisogna, infatti, ricordare che era molto malato: tubercolotico dall’età di 17 anni, lo restò per tutta la vita. A quel tempo, non c’erano ancora gli antibiotici. Era ammalato, stanco, ma lavoratore, coraggioso, con momenti di depressione, mai meschino. Ho trovato una sola meschineria politica in lui. Stupida, perché non mentiva mai. Un giorno, ho chiesto a Maurice Nadaud, oggi direttore della Quinzaine, all’epoca critico letterario a Combat, se qualcosa lo avesse sorpreso in Camus. Mi rispose: "Sì, una cosa mi ha stupito molto. Un giorno, l’ho incontrato al bar di Combat e gli ho detto: ’lei, che è stato comunista..’ e Camus rispose bruscamente: ’non sono mai stato comunista’, e se ne andò". Ho riflettuto molto su questo episodio. Secondo me, Camus rispose così perché stava per andare in America. Gli avevano appena fatto compilare un foglio dove era chiesto se fosse mai stato comunista, se avesse l’intenzione di assassinare il presidente, ecc. Evidentemente, non aveva voglia di parlarne proprio in quel momento. Salvo questo episodio, non ci sono porcherie politiche in lui né calcoli cinici, mentre Sartre firma interviste in cui sostiene che nessuno è così libero come un intellettuale sovietico. Per Sartre bisognava stare con il mondo comunista qualsiasi cosa accadesse, mentre Camus pensava che gli Stati Uniti, pur con tutti i loro errori e crimini, erano comunque più democratici dell’Unione Sovietica. Non amava l’attività politica. Non gli piaceva neanche la letteratura engagée, che paragonava al servizio militare obbligatorio. Nella sua opera, infatti, troviamo più libri dégagés che libri engagés. Nella Caduta il personaggio di Clamence serve a Camus proprio per criticare i sartriani, le anime belle dell’impegno. Erano i compiti delle vacanze, la politica. La faceva suo malgrado, si scocciava. Anche Sartre si scocciava, ma si vedeva di meno, c’era sempre Simone de Beauvoir che lo spingeva: "Vada al tribunale Russel, vada in Portogallo". Camus non aveva nessuno che lo spingesse a fare cose che non voleva fare. Non era un militante nell’animo. Era stato abbastanza scottato dalla sua appartenenza al partito comunista. Provò prima quel che molti hanno provato più tardi, cioè l’esperienza del partito, ma non recitò mai la parte del reduce. E’ vero che si fissa una linea, ma non dice mai che è notte in pieno giorno, come invece faceva Sartre. Non sempre vede il colore del tempo, ma quando lo vede lo dice.
Ancora sul rapporto con Sartre. Nel dopoguerra, entrambi vanno in America. Sartre, immediatamente, fa delle costruzioni intellettuali, neppure tanto chiare, a proposito dell’America e del capitalismo. Così Simone de Beauvoir. Camus, invece, va laggiù, ci sta diversi mesi, ma non scrive nulla. Solo nelle lettere a Gallimard fa qualche osservazione. Non crede sia sufficiente essere francese e intellettuale per diventare di punto in bianco un nuovo Tocqueville...

Camus era un honnête homme. Penso che questa sia una delle ragioni del suo successo attraverso le generazioni. Se uno studente russo o americano ha letto dieci libri, almeno uno è di Camus. E non solo perché in apparenza è facile da leggere come Lo Straniero, molto didattico come La Peste o molto ironico come La Caduta. Ma perché avverte che c’è grande onestà in lui. Sartre è il genio tumultuoso, dialettico, complicato, ma non siamo mai sicuri che sia veramente onesto. Camus forse non è dotato come Sartre, ma è legato ai fatti e davanti ai fatti è onesto. Di fronte a Sartre, invece, ci si chiede sempre cosa pensi veramente. E poi per Sartre non bisognava scoraggiare Billancourt, ossia la classe operaia, per cui era meglio non dire certe cose in certi momenti. Mentre Camus sa dire: "Questo è bianco, questo è nero". Insomma, è al di sopra della politique politicienne, non è un chierichetto, è sempre lucido. E questa è la sua fortuna, perché non è facile rimanere lucidi in solitudine. Ma è anche un uomo del dubbio. Dubita di sé quando ha 17 anni, dubita di sé quando riceve il Nobel. Dubita continuamente delle sue capacità creative. Dalla sua corrispondenza e da quanto diceva ai suoi amici al momento dell’uscita de La Caduta, emerge che aveva deciso di scrivere dei racconti perché non riusciva più a scrivere. Aveva dimostrato di saper eseguire le scale al pianoforte, ma ormai era esausto. Poi uno di quei racconti iniziò a lievitare, diventando La Caduta. Non si era neppure reso conto di quel che aveva fatto. Poi, subito dopo, ha capito. Robert Gallimard gli scrisse: "Se questa è la tua impotenza a scrivere...".
Quanta Algeria c’è nell’opera letteraria di Camus?
Secondo alcuni critici, nei suoi libri non si vede l’Algeria né si vedono gli algerini. Secondo Pierre Nora, l’omicidio dell’arabo da parte di Meursault ne Lo Straniero raffigurava il desiderio inconscio dei petits blancs di sbarazzarsi degli indigeni. Un’interpretazione fra le tante, ma una scuola algerina ne ha fatto il centro di una dura critica a Camus. E’ però falso che non ci siano arabi nei suoi libri. Vi è un racconto, in cui un maestro vede arrivare un prigioniero arabo accompagnato da un gendarme. Il problema su cui il maestro si arrovella per tutta la notte è se permettere al prigioniero di andar via. Camus non parla di ciò che non conosce: non crea personaggi di arabi per il semplice motivo che non conosce arabi. Ma lo si può veramente accusare di colonialismo solo perché non descrive gli arabi che non conosce? Il racconto del maestro posto di fronte al prigioniero è molto interessante perché rivela la psicologia di Camus. Mostra la sua indecisione: non vuole essere il guardiano della prigione degli indigeni, ma non è così che arriva a recuperare un rapporto con loro. Camus fu vittima della sua condizione di petit blanc, da cui non poteva fuggire. Ma fra questo e il fascismo di Sartre che, nella prefazione ai Dannati della Terra di Franz Fanon, afferma che il colonizzato diventa libero solo quando uccide il colonizzatore, mi pare che ci sia una certa differenza. Camus conosce il prezzo del sangue, non prova ammirazione per i grandi carnefici della storia, non ammira Hitler, Mussolini, Franco, Stalin. E , per la sua epoca, questo non è da poco. Quel mascalzone di Aragon -come uomo dico mascalzone- diceva che bisogna guardare a quei tempi con gli occhi di allora. Ecco, dobbiamo situare Camus nel suo contesto.
Si sentiva più algerino o più francese?
Credo si sentisse molto algerino in Francia e un po’ francese in Algeria. Camus era algerino, mediterraneo, per il suo amore per le spiagge, il sole, le ragazze al mare. Non era certo svedese. Era uno scrittore algerino di lingua francese, come adesso ce ne sono tanti. Gli fu dedicata una via nella sua provincia natale, ma il nome venne cambiato con quello di un eroe dell’Fln dopo l’indipendenza. Spero che fra venti o cinquant’anni, ci sarà un boulevard Albert Camus a Algeri o a Orano. Ci sono paesi infelici e tragici, ma l’Algeria è terrificante. Era una nazione, o no, prima dell’arrivo dei francesi? Gli storici ne discuteranno forse per secoli: c’è stata la colonizzazione, una guerra spaventosa fra il ’54 e il ’62. Se 58 mila sono gli americani morti in Vietnam, più di 30 mila francesi morirono in Algeria. Facendo le proporzioni, sono più i francesi morti in Algeria degli americani uccisi in Vietnam, ma siccome non vi erano tante cineprese e la stampa non ne parlava troppo, di questo non si sa nulla. Ci voleva uno come Camus, che sapeva quello che avveniva anche senza vederlo direttamente, per far capire. C’è una frase che mi sembra riassumere bene l’atteggiamento di Camus: "Mi fa male l’Algeria come mi fanno male i polmoni". Detto da un tubercolotico, non è da poco. Ha il suo peso, la sofferenza.
Del Camus giornalista cosa può dire?
Si parla sempre del Camus editorialista a Combat, ma ci sono tre diversi giornalisti in Camus: quello di Alger Républicain e di Soir Républicain prima della guerra, quello di Combat subito dopo la guerra, quello dell’Express alla fine della sua vita. Penso che il periodo a Soir Républicain sia il più interessante perché Camus era un reporter molto bravo. E poi lì faceva tutto, articoli firmati e non, recensioni, reportage... Amo molto il Camus giovane critico letterario, perché amava veramente i libri, e questo è raro nei critici; poi non apparteneva all’ambiente parigino, per cui non era costretto a parlare di un libro piuttosto che di un altro. Dice quel che pensa e lo scrive. Si leggano le sue recensioni al Muro e alla Nausea: capisce molto in fretta chi sia Sartre. E’ vero, troviamo frasi altezzose, del tipo: "Ci si può aspettare molto da questo signor Sartre", e non ha ancora 27 anni!
All’epoca, Sartre non è molto conosciuto, ma Camus vede lontano. Il buffo è che sin dall’inizio si notano i dissidi che li divideranno: ammira Sartre, ma è pieno di riserve sul piano morale e filosofico. Il Camus giornalista di prima della guerra è più spontaneo, mentre quello di Combat è più rigido. C’è troppa solennità nei suoi editoriali su Combat, andavano bene subito dopo la guerra, ma ora suonano enfatici. E’ vero, però, che alla Liberazione lo trovavamo straordinario. Combat era un giornale onesto, Pascal Pia diceva: "Faremo un giornale onesto, ci romperemo il muso".
In effetti, è proprio quello che accadde. Nel ’45, quando i francesi massacrano gli algerini a Sétif, è uno dei pochi a dire: "Attenzione!". Anche questo non bisogna dimenticare, c’è l’Algeria di prima della guerra, c’è l’Algeria del ’45 e l’Algeria del ’54. In Camus, un filo unisce tutte queste Algerie.
Il fatto che venisse da una famiglia povera lo condizionò nella vita?
Un uomo, soprattutto uno scrittore, si definisce in relazione al suo lavoro, ai suoi figli, alla politica, ai soldi. Camus sapeva cos’erano i soldi. Non aveva gusti stravaganti, di lusso. Non ha comprato mulini come Aragon, lasciava la macchina aperta, la potevano anche rubare. Non ci teneva a viaggiare sempre in prima classe. Prendeva in giro il suo amico Gallimard che comprava sempre automobili. Aveva simpatia per le persone di origine modesta: Guilloux, l’autore di Sang noir, Guénon. Per essere accolti bene da Camus era meglio avere origini modeste e per essere accolti molto bene bisognava avere radici pieds-noirs. La sua era una sorta di massoneria dei petits blancs. Non passeggiava con le tasche piene di banconote come Sartre. Sartre, è vero, non possedeva niente, e lo si ammirava molto perché non aveva un appartamento né una macchina. Ma quando si hanno molti soldi non si è obbligati a possedere. A Sartre la proprietà non interessava, ma lui non aveva famiglia. Camus, nonostante la sua ricca vita sentimentale, aveva dei figli, doveva affittare un appartamento, pagare la donna delle pulizie. Sartre dava l’impressione di non essere sulla terra, tanto che sua madre una volta mi ha detto: "Si rende conto? Ho dovuto pagare le tasse di Poulou. Gli ho dovuto prestare dei soldi perché pagasse le tasse!". C’è questo lato adolescente in Sartre, non in Camus. Camus è adulto. D’altronde, quando si comincia a lavorare molto presto si diventa adulti in fretta e lui lavorava già durante le vacanze scolastiche presso un armatore del porto di Algeri. Ha conosciuto i proletari da vicino: suo zio era un bottaio. Conosceva la povertà materiale, ma anche la miseria intellettuale: sua madre non sapeva né leggere né scrivere, la nonna pochissimo, suo zio non molto. La diversità fra Sartre e Camus ci porta molto lontano.
Il fatto di essere povero invece che un erede borghese determina l’atteggiamento che si ha nei confronti della lingua. Per Camus la lingua è una conquista. Non avendo libri in casa, incontrò la lingua francese, anche in ciò che può avere di enfatico e roboante, solo al liceo. Il congiuntivo l’ha imparato forse con più difficoltà di Sartre. Lo sapeva perché si prendeva in giro da solo: Clamence-Camus ne La Caduta dice che maneggia molto bene il congiuntivo. E’ un modo di fare dell’ironia su se stesso. La lingua è come i soldi: bisogna stare attenti, non bisogna manipolarla brutalmente né farne sfoggio, ma neppure maltrattarla. Forse, quel che di classico è presente nel Camus scrittore nasce dal modo in cui si impadronì della lingua francese: poco per volta.
C’è il francese orale e quello scritto, e Camus scriveva in modo molto diverso da come parlava. Come si dice, montava di guardia intorno al suo francese, e lo faceva bene. Un’altra cosa, poi, è la varietà di stili in Camus. C’è un clima in Dickens, in Primo Levi, ma non c’è un clima in Camus. Forse, c’è una morale, un embrione di filosofia, uno sguardo sul mondo, ma romanzi come Lo Straniero, La Peste, La Caduta, Il Primo Uomo hanno stili molto diversi. E’ per questo che non si può fare un pastiche di Camus, bisognerebbe farne quattro o cinque, perché la lingua dello Straniero, della Peste, della Caduta, non è la stessa. Nello Straniero tutto è veloce: il colpo di pistola, ecc.; La Peste invece è molto più lenta, per questo mi annoia: non c’è solo la divisione tra buoni e cattivi, ma una lingua simile a grandi ondate sulla spiaggia; La Caduta è molto nervosa, piena di aforismi, anche oscura a tratti; il lirismo di Noces è promettente, ma è incompiuto; infine, nel Primo Uomo si ritrovano le cose presenti in tutti gli altri libri. Credo che i lettori amino molto Camus anche perché vi trovano stili diversi: il lirismo, la riflessione, la meditazione. Il Primo Uomo dev’essere considerato come la brutta copia di una saga algerina in due o tre volumi. A volte pensava a un’opera in tre volumi, altre in due. Nei suoi appunti scrive: "Voglio parlare della famiglia di mia moglie, degli amici". Tutto ciò è molto commovente. E’ un uomo che parla di se stesso e dei suoi, parla dell’Algeria, di un paradiso perduto che spera ancora di rivedere.
Le lettere da Lourmarin, nel periodo in cui scrive "questo libro mostruoso", come dice, ci rivelano che la stesura del romanzo avviene in un periodo di acuta sofferenza per lui. Alla fine della vita, avrebbe dovuto dirigere un teatro e per Il Primo Uomo rinunciò a una carriera di attore nel cinema. Doveva infatti partecipare a un film di Peter Brook, tratto da un racconto di Marguerite Duras, che si era messa in testa di farlo recitare. Alla fine, il film lo interpretò Belmondo. Voleva fare l’attore o vedere da vicino Jeanne Moreau? Non lo sapremo mai, Camus amava molto le attrici.