Magda Taroni, italiana, ha vissuto in Francia, Germania e Algeria. Fotografa, un suo libro su Algeri è stato pubblicato in Algeria.

La prima volta che ci arrivai, dopo un giorno mi dissi: qui ci resti, da qui non ti muovi più. Invece, poi, dopo tre anni sono partita per vent’anni. Ci sono tornata nell’87 e rivedere l’Algeria dopo 25 anni è stato un gran colpo, è stato come rivedere una persona a cui vuoi bene ma che è invecchiata male, piena di brutte malattie. Invecchiare è normale, anche Jean Jacques aveva barba e capelli bianchi, anche la sua casa e il giardino erano invecchiati, ma erano invecchiati bene; erano una specie di isola in mezzo a una città invasa dal grigio socialista e dalla plastica. Lo charme che aveva la città dopo l’indipendenza era perduto, della gaiezza, dei colori, del fermento culturale, del buon umore che accompagnava la gente in quegli anni malgrado le ferite delle torture ancora aperte, non c’era più nulla. Non c’era più traccia di quella speranza che ti faceva pensare: che bellezza, adesso comincia un avvenire splendido. Tornandoci ho avuto la netta sensazione che il paese fosse scivolato verso il terzo mondo. Sì, rivedere Algeri nell’87 è stato un gran colpo.
Certamente già negli anni ’60 si potevano leggere i primi segni di quella che poi sarebbe diventata una catastrofe, però non era prevedibile, non era sicura, non era necessaria, nella storia ci sono sempre delle sorprese, per fortuna... Forse ci si voleva illudere e forse si evitava di immischiarsi negli affari politici interni perché si viveva troppo bene, la gente era accogliente, i profumi dei mercati, il clima favoloso, i caffè affollati... Andavo in giro per la casbah con le mie macchine fotografiche senza sentire mai la benché minima ostilità. C’erano stranieri che ti mettevano in guardia, ti parlavano della casbah come di un luogo inaccessibile, pericoloso, popolato da briganti che ti potevano tagliare la gola a ogni angolo. Ma io sono stata sempre accolta bene, dopo un po’ ero come di casa. Quando ci sono tornata per il libro di foto, nell’87, ho avvertito una grande fame di contatto con il mondo esterno, andavo a casa di queste donne e mi davano l’indirizzo perché mandassi delle riviste. Cercavano la possibilità di avere una porta aperta sul mondo esterno.

Forse il segnale più brutto era proprio l’attitudine verso l’altra metà dell’umanità che non era affatto cambiata, restava profondamente reazionaria. Nei primi tempi della costruzione di uno stato cosiddetto socialista si ha la tendenza a dire che ci sono delle cose prioritarie, cose importanti... "Abbiamo fatto la guerra, adesso cosa ci mettiamo a parlare del velo, non parleremo mica di moda?". Come se la questione femminile fosse una questioncina a parte. E invece io penso che molto stia lì, che il grado di democrazia di una società lo si misura da come stanno le donne. Nel ’66-’67 c’erano ragazzine che si erano fatte un sacco di illusioni sul fatto di essere libere: la guerra era finita, c’era già un pochino di televisione, c’erano i giornali francesi, era l’epoca delle minigonne, e si sapeva benissimo che alcune venivano prese, picchiate e violentate nel posto di polizia più vicino solo perché si erano fatte beccare in minigonna. Il sabato notte si sentivano da una parte le feste di matrimonio, con i canti e la musica, dall’altra le sirene delle ambulanze che correvano per la città perché delle ragazze avevano bevuto la candeggina o si erano buttate dal secondo piano, non per morire, ma perché non volevano sposarsi. E nessuno faceva niente. Cosa ha fatto il governo? Niente. In casa il potere del padre, del marito, del fratello era totale e assoluto e tale e rimasto anche dopo la rivoluzione, durante tutto il periodo del governo dell’Fln. Per non parlare poi del codice della famiglia dell’84 che è una vergogna senza pari.

Siamo rimasti fino al dicembre del ’93, quando gli integralisti hanno lanciato il loro ultimatum contro gli stranieri. Ma erano già anni che cercavano, con altri mezzi, di buttare fuori gli stranieri. All’università, ormai avevano reso la vita impossibile a tutti, soprattutto con quell’idea dell’arabizzazione. Quelli che facevano lezione in francese non erano più accettati, la facoltà di architettura era l’unica rimasta, Jean Jacques è stato uno degli ultimi a cedere, poi ha dato le dimissioni. E con gli scienziati e la gente di cultura che piano piano perdeva i contatti con il mondo esterno l’impoverimento culturale del ...[continua]

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