Aida Eleonora, lavorava in una baraccopoli, con i poveri. Questo era il suo "lavoro politico". Il 25 dicembre 1975 un parente mi telefona per dirmi che mia figlia è stata sequestrata il giorno prima, mentre con altre sette donne si trovava in una strada del paesino dove abitava con suo marito ed il loro bambino di due mesi.

Due giorni prima l’Erp, I’Esercito Rivoluzionario del Popolo, aveva tentato l’occupazione di una caserma alla periferia di questo paesino, così le Forze Armate Argentine, per rappresaglia, ma anche per "castigo", per scoraggiare e minacciare gli studenti e i giovani che insegnavano ai poveri a leggere e scrivere, bombardarono il paese.

Tutte e due le mie figlie erano un po’ speciali, cantavano e facevano musica. Aida aveva scoperto che per gli adulti imparare a leggere e scrivere con la musica e le canzoni era più facile. Mi raccontava che era molto divertente insegnare in quel modo e anche la gente si divertiva. Ho cominciato a cercare mia figlia, con la speranza, la certezza, che fosse ancora in vita. Nessuno ne sapeva niente, nessuna autorità pubblica aveva notizie. Ai primi di gennaio, al posto di polizia n.8 di La Plata, mi consegnano un barattolo di vetro, col n° 24: dentro c’erano le mani di mia figlia. Mi dicono: "Sua figlia è morta in uno scontro, ecco la prova". Allora, io ed il mio ex marito, dal quale ero divisa dal ’69, decidiamo di fare causa alle Forze Armate per l’assassinio di nostra figlia. In Argentina il Presidente della Repubblica è anche il capo delle Forze Armate, responsabile quindi delle loro azioni.
La risposta non tardò molto ad arrivare: il 24 marzo 1976 Adrian Saidòn, che era il compagno di mia figlia, viene assassinato a colpi di pistola, vicino a casa sua, in Avellaneda. L’11 giugno 1976 un gruppo di militari armati di fucile invadono la casa del mio ex marito, Santiago Bruschtein, che era a letto, malato ai polmoni: lo costringono ad alzarsi gridandogli "come può un ebreo figlio di puttana permettersi di fare una denuncia per assassinio all’esercito?". E anche lui scompare.
Il giorno 11 maggio 1977 irrompono in casa di mia figlia, Irene Monica, di 22 anni, e di suo marito, Mario Ginsberg, di 24 anni, tutti e due scultori. La casa viene devastata e di loro non si sa più nulla.
Il disegno che ho ricevuto nell’ultima lettera che ha potuto scrivermi è stato riprodotto in una spilla che porto sempre con me e che è diventata un distintivo per ricordare i desaparecidos.
Una settimana dopo, il 19 maggio, irrompono brutalmente nel modesto appartamento di mio figlio Victor e sua moglie Jacinta Levi, con bombe a mano, come in guerra. Tutti e due sono spariti. Quando io sono tornata a visitare l’appartamento c’erano ancora i segni dell’esplosione, tremendi, sul pavimento. La mia Irenita aveva una figlia di due anni e mezzo e aveva adottato il figlio di Eleonora, di un anno e mezzo. Sembra anche che abbiano pestato Mario davanti a Irenita e ai bambini.

Abbiamo presentato denunce ad istituzioni ed organismi internazionali, al Parlamento Europeo, all’Onu; Amnesty International ha collaborato, ha assunto la difesa della mia famiglia.
Alla fine sono riuscita a sapere della mia prima figlia. Mi sentivo come se non ci fosse più divisione fra la vita e la morte. Ho iniziato a cercarla e a chiedere dove l’avevano sepolta, volevo che mi consegnassero il corpo intero di mia figlia, volevo fare eseguire un’autopsia da un medico non militare, per dimostrare che era stata assassinata. Mi hanno risposto che era impossibile perché era segreto militare.
Ho insistito, fino a scoprire dove era sepolta, ma ho dovuto aspettare fino al mio ritorno in Argentina dall’esilio, nel 1984, per aprire la fossa, e fare dichiarazione del "nunca mas", la campagna iniziata da Alfonsin, che riguardava tutti quelli che avevano un familiare scomparso. I militari avevano detto alle Nazioni Unite, all’Osa che mia figlia era sepolta dentro una cassa di legno e che tutti i corpi erano stati benedetti, ma mi sono trovata davanti a qualcosa che già i giornalisti dicevano sottovoce ed io non volevo credere: i corpi, come durante il nazismo, erano a pezzi e sotterrati in luoghi diversi, per non poterli riconoscere.
La sparizione di persone è un delitto contro l’umanità perché è una cosa che ci si porta dietro tutta la vita, come il pensiero delle brutalità commesse da nazisti e fascisti.
Non ho potuto identificare i resti di mia figlia, c’erano 2 crani e 12 femori, così ho deciso che ...[continua]

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