Ulla Barzaghi, casalinga, è impegnata dall’88 nel’Asa, Associazione Solidarietà Aids.

A quella data, fine ’86, avevamo già fatto il nostro bravo percorso attraverso i nostri pregiudizi, avevamo imparato a vivere serenamente accanto a un figlio omosessuale, io avevo assorbito anche lo shock, non tanto di saperlo omosessuale, quanto di pensarlo in pericolo. “Oddio, gli altri gli faranno del male?” è la domanda che tormenta una mamma. A quella data Enrico si è scoperto sieropositivo. Mio figlio non pensava di essere un soggetto a rischio perché aveva un partner fisso che frequentava regolarmente la nostra famiglia, però questo non bastava, anche il suo partner avrebbe dovuto fare il bravo e invece era un po’ birbante. E non lo dico per recriminare, ma per spiegare come mai mio figlio avesse fatto il test soltanto in quella data. Non si sentiva bene, i linfonodi erano ingrossati e infatti il suo periodo di sieropositività è stato molto breve: un anno. In quell’anno avevo davanti un figlio che stava ammalandosi, me ne rendevo conto, ma gestivamo tutto da soli ed è stato un anno davvero spaventoso, il più spaventoso della mia vita. Un anno passato sopportando in silenzio, senza confrontarmi, senza parlare con nessuno, un anno che ho pagato molto anche fisicamente. Avevo grossi disturbi alla gola, il solito nodo in gola che non andava né su né giù, avevo incubi notturni in cui lo vedevo assalito dagli altri, ferito per terra, col sangue che scorreva e tutti che scappavano, mi svegliavo tutte le notti in un bagno di sudore.
Noi naturalmente avevamo deciso di stargli accanto e di proteggerlo con il nostro silenzio. Avevo paura della paura degli altri: avrebbero leso la dignità di mio figlio? Non avrebbe più potuto condurre una vita normale uscendo di casa, incontrando lo sguardo terrorizzato del vicino?
Poi c’era la mia ignoranza sul tema, su tutto l’argomento. Ricordo molto bene che le prime informazioni le avemmo dall’Espresso, in un allegato scientifico particolare. Appresi da quel giornale quali sono le malattie che si prendono quando diminuisce la difesa ed era buono in tante cose, ma poi c’era come un casellario in cui ad ogni malattia corrispondeva il tempo presunto di sopravvivenza. Ora, quando uno ha un tumore i giornali non ti elencano tutto quello che potrebbe capitarti. Quanto può vivere ancora tuo figlio era un’informazione scientifica necessaria? Perché entrare in quei particolari? Sono cose semmai da rivista specializzata, ma in un giornale di informazione politica e cultura diventano una cattiveria gratuita, che fece male a tanta gente. Ancora tempo dopo, quando già ero impegnata, i telefoni squillavano continuamente: “ha avuto la macchia, significa che ha solo 4 mesi da vivere?”. La verità è che c’è un modo irrispettoso di trattare l’argomento Aids, come se chi ne è colpito non abbia paura della morte o, peggio, sia già sepolto. Ricordo una trasmissione alla Rai con la telecamera che viaggiava fra i malati e la colonna sonora era il requiem di Mozart. Ma il requiem si suona quando le persone sono morte non quando sono in una corsia di ospedale. O sbaglio?
Poi, nell’estate dell’87, qualcosa ha cambiato la nostra vita. Avevamo regalato un biglietto per l’America al figlio, col resto della famiglia eravamo stati in Puglia dove abbiamo un trullo e poi mio marito mi aveva anche invitata a fare un viaggio in Spagna: insomma, tra una cosa e l’altra, erano tre mesi che non vedevo mio figlio. Tornando dalla Spagna, alla frontiera mio marito mi dice: “guarda, Ulla, che a Chicco è stato diagnosticato l’Aids. Aveva una macchia sul viso -il solito sarcoma di Karposi, un tumore della pelle- però volevamo regalarti ancora un’estate serena e quindi abbiamo tenuto questo segreto per noi. Adesso però lui torna dall’America, tu torni a Milano, te lo dovevo dire”. In quel momento ho pensato: mio marito è più anziano di me e ha la pressione alta, mio figlio è malato e devono avere paura di dire le cose a me? Allora che ruolo ho in questa famiglia? Il ruolo della mamma addolorata? Di quella protetta dalla censura perché impreparata a condividere con gli altri? E’ proprio successo tutto in cinque minuti e ho detto: mai più che le persone a me care debbano essere costrette al silenzio dal mio dolore. Beh, quel giorno è cominciato il nostro percorso di stare qualitativamente bene accanto a nostro figlio. Senza fare gli eroi, senza far finta di niente, ma offrendogli quella normalità che a lui piaceva tanto. A lui com ...[continua]

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