Il libro di Riccardo Di Segni e Gad Lerner, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente (Feltrinelli, 2025) nasce da un “confronto privato, anche aspro” (così lo qualifica Lerner) che diviene polemica aperta e dura, ma nel rispetto. La rottura umana è evitata. Il Novecento ci ha abituato a molte “guerre degli spiriti” -ne scrisse per primo H. Kellermann nel 1915 (Der Krieg der Geister) e proprio Di Segni, poco prima del 7 ottobre 2023, aveva avvertito il rischio di “una guerra civile tra ebrei”, già accaduta “altre volte nella storia”: a  fine estate  era giunto al culmine lo scontro istituzionale tra il presidente di Israele, Herzog, e Yarív Levin, ministro della giustizia di Netanyahu  sostenitore del controllo dell’esecutivo sulla magistratura e la Corte suprema. La democrazia, in Israele, era considerata da molti a rischio.
Proprio la dura polemica rende questo un libro “probo”, intellettualmente onesto, nell’accezione di Salvemini (Mussolini diplomatique, Paris 1932): “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo solo essere intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere”. Così Salvemini.

I. La domanda che innesca il confronto è: c’è una connessione tra la guerra a Gaza, in Libano e Iran, seguita alla strage di Hamas e Jihad islamica del 7 ottobre 2023, con il nuovo antisemitismo dilagante in Europa e Occidente?
A Lerner la connessione pare evidente: “la distruzione di Gaza” (definita “guerra di sterminio” e “pulizia etnica”) costituisce un “unicum” nella storia dei conflitti israelo-arabi e israelo-palestinesi, che “trascende in una categoria dello spirito”. Come tale, essa “interpella l’ebraismo nel suo insieme”, perché rischia di estinguere “il credito morale del popolo vittima della Shoah”: il governo dello Stato di Israele non può più “ergersi a custode della sua memoria” e il sostegno acritico della maggioranza delle comunità ebraiche europee ed italiane è un gravissimo errore.
Di Segni certo non “sminuisce il portato di questa tragedia”, né “condivide le scelte del governo Netanyahu”; invita, però, a studiare il contesto e comprendere “motivazioni e responsabilità complesse evitando di mettere solo Israele sotto accusa”. Per lui il “nuovo antisemitismo” è l’effetto, da un lato, di critiche alla condotta d’Israele non immuni da pulsioni antiebraiche di ben altra radice; dall’altro di una “macchina propagandistica” che abusa di false notizie (il missile israeliano sull’Ospedale Al Alhi) e ricorre a stereotipi “sempre vincenti” (come quello della vittima che si è fatta carnefice).
Per Lerner, inoltre, l’antisemitismo è soprattutto una reazione all’ultranazionalismo messianico incarnato dal sionismo religioso. Il pensiero religioso ortodosso (Lerner cita Karelitz) non ha mai accettato i sionismi politici, fossero essi socialisti o nazionalisti autoritari, considerandoli forme di secolarizzazione in conflitto con la tradizione. Mentre il sionismo religioso che si è affacciato in Israele a partire dalla conclusione della guerra del 1967 e dalla conquista di territori (Cisgiordania, alture di Golan, Gaza, Sinai -alcuni peraltro restituiti), interpreta l’occupazione come il segno della realizzazione di un disegno divino di restaurazione dell’antico Regno di Israele. Lerner riconosce nel sionismo religioso quella forma di “idolatria della terra” denunciata da Yeshayahu Leibowitz, una tendenza integralistica che in Israele rompe l’equilibrio consolidato tra legislazione di Stato e norme dell’Halakhah, con il rischio che la democrazia degeneri in teocrazia.
Di Segni ribatte che il sionismo politico venne rigettato, sin dalla fine del secolo XIX, non solo dai pensatori ortodossi, ma anche dall’ebraismo liberale emancipato e integrato negli Stati europei, così come dalle socialdemocrazie e dal Bund di Polonia, Russia e regioni baltiche: non solo, quindi, dai rabbini ortodossi (che anzi lo hanno accettato come “realizzazione delle preghiere di millenni”). Il sionismo religioso, quindi, non è affatto una novità, bensì una delle anime originali di Israele, perché “nazione e religione” sono entrambe categorie costitutive dell’“entità ebraica” (così come sono state modalità di definizione del suo status giuridico negli Stati europei, sin dall’Antico Regime).  Di Segni sottolinea infine che l’organo di ...[continua]

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