Una conversazione con Franco Loi è sempre qualcosa di più di una semplice intervista. Per non tradire l’emozione che comunica ed il ricordo riconoscente che lascia nell’intervistatore bisognerebbe saper restituire l’atmosfera, gli sguardi, la tensione affettuosa, gli incisi solo apparentemente casuali, che accompagnano ogni parola di questo grande poeta. La trascrizione di una intervista purtroppo non lo permette. Restano, e non è poco, le parole, anch’esse costrette a misurarsi con gli spazi ridotti dei giornali.

Tu scrivi in dialetto. Come vedi la difesa che ne fa la Lega?
Non è certo con pretese da famiglia meneghina o romagnola che si rimette in sesto il dialetto. La gente non lo parla perché ascolta la televisione, impara le parole dalla televisione, dice le cose che sente dire. Le lingue popolari si ravvivano della creatività della gente. Ora, quello che è venuto a mancare in Lombardia, come un po’ in tutte le regioni italiane e in tutta Europa, è stato proprio l’autonomia creativa della gente. E’ stata l’industrializzazione selvaggia - con tutto quello che ha significato in materia di inquinamento, di devastazione dell’ambiente - a distruggere le radici geografiche della Lombardia. Di questo modello di sviluppo sono stati protagonisti proprio coloro che oggi votano Lega: i brianzoli, i piccoli industriali. Non c’è quindi alcun rapporto autentico tra Lega e dialetto. Ho detto e ho scritto tante volte che una delle ragioni di fondo del venir meno dell’autonomia creativa della gente è il ruolo giocato dall’uomo nella produzione. Una società contadina e artigianale, infatti, sollecita l’uomo alla creatività, perché lo costringe a lavorare sulle materie, lo costringe all’attenzione, a mettersi alla prova rispetto alle cose, a nominarle.
Significativo, a questo proposito, è un aneddoto raccontatomi da Dante Isella. Al suo giardiniere, che stava lavorando, cominciò a chiedere i nomi delle piante, dei fiori, di tutte le cose che erano lì attorno, ed il giardiniere rispondeva in dialetto chiamando ogni cosa con il suo nome. Ad un certo punto, però, di fronte ad una motofalciatrice, rimase interdetto senza saper rispondere, poi dopo un po’, esitando, disse: “moto falciatris”. A quella "cosa" infatti non aveva dato lui il nome, ma un qualche ufficio stampa, quindi non chi aveva fatto la cosa, ma chi è addetto a dare i nomi alle cose.
Rispetto a tutto questo la Lega non ha niente da dire e infatti non dice niente. Altra cosa politicamente. La Lega cosa rappresenta? Rappresenta sul piano strettamente politico la protesta e la transizione. Dentro la Lega sono confluite forze fra le più disparate, i padroncini che dicevamo prima, piccoli industriali, artigiani, ma anche operai, gente che si è arrabbiata perché è rimasta delusa. D’altra parte se non ci fosse stata la Lega non sarebbe scoppiata la questione della magistratura, Craxi e Andreotti non se ne sarebbero andati, questo è sicuro, bisogna dargliene atto. Mi sento ripetere che “la Lega è un pericolo, chissà cosa nasce con la Lega...”. Ma abbiamo convissuto con Craxi, coi ladri, coi banditi, con le stragi, cosa può succedere d’altro... Non capisco cosa possa succeder di peggio...
La situazione in Italia sta diventando sempre più difficile. Che funzione può avere la letteratura?
La letteratura ha due funzioni. In primo luogo, deve dire il vero. Chi scrive deve essere onesto, non seguire le mode, non imbrogliare. Deve scrivere quello che sente. In secondo luogo deve dire quello che socialmente e civilmente gli pare giusto e ingiusto e dirlo apertamente. Il che non significa che uno debba scrivere poesie contro Andreotti -che è assurdo-, o a favore degli operai. Mi chiedo però, nel momento in cui capisce, come ho capito io, come hanno capito tutti, come andavano veramente le cose e chi era Andreotti, perché mai non lo dica. Questa è una cosa che poteva fare chiunque anche senza scrivere una poesia o un romanzo sulla condizione operaia come ha fatto Volponi. Potevano dire “guardate però che quello sta facendo questo, che quell’altro è un delinquente...”. Discutendo con uno di Comunione e Liberazione, gli ho detto che non possono applaudire Andreotti qualsiasi cosa dica, fossero pure cose sensate e bellissime, non possono venirmi a dire che è cristiano. Forse non sarà il mandante, ma certamente sapeva, e allora perché non ha denunciato? Le stragi ci sono state, qualcuno le ha fatte, lui non sapeva? Ma lui era il capo del governo, o è stupido o è connivente... Non ci sono dubbi. Gli "uomini di cultura", a loro volta, non capivano? Non sapevano? E se sapevano allora non sono uomini di cultura perché gli uomini di cultura dicono. Ma i letterati non hanno parlato e hanno preso tutti i vantaggi. Sciascia ha parlato, Pasolini ha parlato. E naturalmente Sciascia ha dovuto dare le dimissioni da parlamentare e Pasolini, poveretto, ha fatto la fine che ha fatto. Se non avesse fatto quella fine lì per responsabilità sua, probabilmente l’avrebbe fatta più avanti per responsabilità di altri... Pasolini è stato uno di quelli che ha vissuto da poeta, nel bene e nel male... E anche le cosiddette avanguardie, che hanno avuto in mano il potere culturale (Biennale ecc.) sono state conniventi perché teorizzando il non senso e la disgregazione hanno dato prestigio e giustificato il mondo in cui vivevano invece di opporsi, invece di portare il senso, la parola...
Parli di un rapporto intimo della poesia con la realtà?
Cos’è la poesia? Se la poesia è solo un fatto letterario la gente fa allora bene a non leggere le poesie e a fregarsene... La poesia non è solo ingegno, testa, cultura, nozioni, ma un patrimonio di tutti. E’ un fenomeno che investe l’uomo, lo coglie nei suoi momenti più liberi, quando è più disponibile, più attento, più pronto a ricevere. Tant’è vero che, per esempio, l’innamorato -io lo dico sempre- scrive poesie o lettere d’amore, immancabilmente. Non c’è ragazzo innamorato che non abbia scritto almeno una volta una lettera d’amore, un bigliettino con scritto “cara ti amo, i tuoi occhi splendono come stelle...”.
Questo significa che c’è un movimento che avviene dentro l’uomo e che lo mette in condizione di dover usare la parola per esprimersi, per dire. E questo capita a tutti. Il cosiddetto "poeta" è allora semplicemente chi è più abituato degli altri a fare attenzione alla parola che dice, e soprattutto al fatto che la parola che dice sia in rapporto con se stesso, con quello che dentro di lui si muove. E con ciò egli indirizza il lettore verso la "cosa", verso il complesso di pensiero, di emozioni, di sentire, che un altro ha espresso rispetto alla cosa. E cionondimeno la poesia non sarà mai la "cosa": la poesia, in un certo senso, proprio in questa sua attenzione al dire, è anche sempre un fallimento. Di questo dobbiamo essere coscienti. Il compito del poeta è però quello di fare il massimo sforzo per potere avvicinarsi il più possibile alla cosa, a quello che sente, a quello che lo attraversa, in modo da permanere il più possibile in rapporto con se stesso. Nello stesso tempo chi legge sarà, come lui, più o meno vicino alla cosa che viene espressa. E questo vuol dire servire la verità. Ma la verità della poesia non è quella della testa, della mente. Un figlio, per esempio, è sempre più vero di quello che pensi di un figlio. Hai voglia di dire “lo voglio con gli occhi celesti, il naso affilato, bello, con le orecchie molto vicine al capo, intelligente, che assomigli poi a mia moglie, perché mia moglie è una bella donna, che abbia il carattere di mio zio, perché mio zio è una brava persona...”, il figlio nasce come vuole. Questa è la verità che viene espressa attraverso la poesia, una verità, dunque, che neanche il poeta conosce. Il poeta ha il dovere e il diritto di studiare, lavorare, migliorare il mezzo espressivo, ma poi il mezzo lo porta dove lui non sa. Certe volte ho guardato i contadini falciare, sembra una cosa così facile... falciavano tutta una mattinata, una volta ho voluto provare e dopo cinque minuti sudavo come mai e a momenti rompevo la falce... Quindi bisogna lavorare sulla tecnica -la spontaneità è un po’ melensa, è fatta di sentimentalismo, di istinti- per riuscire a liberarsi dello strumento, per essere il più libero possibile rispetto allo strumento. Solo così io entro in un fare diverso dove non sono più io solo che faccio, ma è lo strumento che fa e forse anche qualcos’altro. Un amico chirurgo mi ha detto: “ho studiato tanto, però ci sono dei momenti che di fronte a una testa aperta non so proprio cosa fare, allora lascio fare alle mani...”. Questo è interessantissimo, perché il poeta è proprio quello che lascia fare alle mani, è quello che sa benissimo che quanto più ci mette di se stesso, dell’io, della propria cultura e tanto meno la poesia riesce. Spesso facciamo così perché siamo vanitosi, vogliamo fare vedere che sappiamo, vogliamo dare dei segnali. Questo accade sempre, persino in Dante, ma quando si abbandona, si libera, allora viene condotto e va. Allora lì nasce la "cosa", quella cosa che, ripeto, non è la cosa, ma è l’ordine giusto in cui le cose possono essere recepite nella loro verità. E’ come quando guardi certe case e capisci che sono un ingombro per lo spazio; quando invece guardi la casa di un contadino o un palazzo antico subito senti che stanno dentro ad un certo ordine, che sono stati fatti nel rispetto di un ordine, un ordine che ti suscita idee, emozioni. E così la natura ti suscita sempre delle emozioni, perché la natura è nel suo ordine, né bello né brutto, né buono né cattivo, né giusto né ingiusto, "al di là del bene e del male".
E’ poi quest’ordine a far sì che non siamo soli. Mentre noi siamo qui a parlare tutto il mondo partecipa al nostro parlare. Come quando accendiamo la televisione l’antenna capta le immagini che sono nell’aria, queste passano anche in mezzo a noi e noi siamo come antenne. In quei momenti ci mettiamo nella condizione di ricevere quello che ci viene da fuori, e quindi non siamo solo produttori di poesia, ma ci mettiamo in condizione di ricevere poesia. Ecco perché un popolo con una lingua, con un costume, un popolo con la legge comune, riesce a creare sempre una grande poesia. Perché Dante è più grande di Leopardi? Ma perché Leopardi era il povero contino marchigiano chiuso dentro alla sua torre, mentre Dante era in una Firenze dove tutto il popolo parlava la stessa lingua, si esprimeva liberamente, aveva una grande vitalità, creava attorno a lui un clima, un mondo di espressioni, di modi di dire, e anche di forze spirituali che concorsero a potenziarlo. In un mondo diviso e positivista Leopardi esprime la propria disperazione, la propria solitudine, e non capisce neanche il contadino perché non lo sente. Quando parla del contadino dice “che bello essere il contadino che è là che mangia la polenta”. Non gli passa neanche per la testa che quel contadino magari prova lo stesso dolore suo, e che, solamente, non lo sa dire. Questo Leopardi non lo sa, Dante lo sa. La differenza è proprio lì, Dante lo sa e allora è più libero, ha più spazio, più forza. D’altra parte noi non ce ne rendiamo conto ma le forze nel mondo ci sono, si tratta di aprirsi, di far scattare la valvola, di mettersi in rapporto con le forze che ti potenziano. Con tutto questo, lo ripeto, la parola è sempre un limite, comunque. Infatti tu leggi Dante, Omero, Virgilio, e sarai potenziato, ma non è che tu capisci perfettamente cosa li ha mossi, cosa hanno sentito. Sei potenziato da quel che dicono perché ciò che dicono è dentro ad un ordine, che è lo stesso che regge l’universo. Quelle cose ti fanno viaggiare, ti fanno muovere il pensiero, le emozioni. L’emozione che Ulisse prova quando vede Nausicaa non le hai provate, ma le puoi immaginare, le puoi pensare, le puoi ripensare o risentire pensando a te stesso... Quando di fronte al mare, dormivi stanco, distrutto, e svegliandoti hai visto delle fanciulle... Far risentire dando l’orientamento giusto, porre l’altro in quella direzione perché riprovi le sue sensazioni... ma per fare questo il poeta deve essere libero dentro. Solo allora non contribuisce all’ipocrisia, al falso del potere perché immediatamente porta l’ordine là dove c’è disordine, dove c’è l’ordine fittizio, il falso ordine. Dante ha il senso di una tale bellezza, di una tale armonia del mondo che gli pare ingiusto l’amore di Paolo e Francesca, ma non può fare a meno di provar pietà, perché quella passione l’ha provata anche lui, sa cosa significa. Prova una grande commozione per questi due amanti costretti a girare portati dal vento (attenzione, la metafora non è gratuita, perché quando tu guardi negli occhi una donna sei portato dal vento).
Dante dice un’altra cosa importante, dice che la realtà è una, quella che afferriamo con i sensi e quella che non vediamo, non tocchiamo, quella che la mente non comprende (perché, come dice Shakespeare, “ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quel che la tua filosofia possa comprendere”).
Dante concepisce questa unità del reale, che non deve però essere travestita ideologicamente perché diventa pericolosissimo. Ma è vero che il reale è uno: si chiama "uni-verso". Porsi di fronte all’"uni-verso" con la stessa modestia con cui ti poni di fronte alle cose che credi di conoscere, ebbene questa è un’altra grande lezione di Dante. Un poeta che si ponga allora in queste condizioni è un poeta che serve il suo mondo, serve la sua società, diventa civilmente utile.
Che rapporto sussiste tra la parola poetica e la parola politica?
E’ molto più simbolica la parola "politica", convenzionale, della parola poetica. Io dico "pane" e con questo si immagina quella tal cosa, ma "pane" nella lingua quotidiana è una parola astratta: uno dice “mi dia un chilo di pane”, un altro “ieri ho mangiato un pane”, un altro ancora “ah, la guerra del pane” o “il pane è l’oppio dei popoli”, e così via... Nella pratica "pane" è sempre una parola astratta. In poesia invece è proprio "il pane", senti il suo odore, senti l’essenza del pane... Questa differenza è importantissima: la politica tratta della parola convenzionale, invece la poesia aspira alla parola-verbo, alla parola-essenza. La parola convenzionale parla anche di sentimenti, di emozioni, di idee ma in modo convenzionale, muovendosi, cioè, in mezzo alle convenzioni dell’essere. Da bambino vai sempre in fondo, tocchi il fondo del bicchiere e ogni cosa la vivi toccando il fondo del bicchiere. Il bambino è talmente dentro a se stesso, al suo essere, che conquista a fatica il fuori, toccandolo, vedendolo, e quando crede di essere rassicurato dalle cose che gli sono attorno, tende di nuovo a rientrare in se stesso. Col tempo la mente comincia ad assimilare le convenzioni del guardare. E il padre gli dirà “non toccare il fuoco perché scotta”, e lui non lo toccherà, anche senza provare se scotta. La maestra gli dirà “c’è l’America”, e lui lo crederà e, poi, magari un po’ più avanti, scriverà un tema sugli americani... Tutti sanno che se nel 1945, in Italia, tu facevi vedere l’immagine picassiana, la gente non capiva niente ed era frastornata, adesso quelle immagini sono dappertutto, sono entrate nella pubblicità, nel costume, e tutti vedono attraverso Picasso mentre prima vedevano per esempio attraverso i pittori dell’800. La politica tratta proprio di questo: del modo di vedere e di sentire degli uomini attraverso le convenzioni. Queste convenzioni poi si nutrono di passione umana, perché l’uomo immette la sua natura dentro le convenzioni. Accade allora che il politico ti dica “il rosso è giustizia, è bene, è il tuo futuro, il futuro dei tuoi figli...”, e che tu, vedendo sventolare la bandiera rossa, ti metta in marcia e ti muova con la passione, dentro quella passione, ma poi la convenzione ha il sopravvento sulla vita e tu perdi te stesso, ti riduci a uno schema. Anche i falsi poeti hanno usato la parola convenzionale. Quante poesie negli anni ’60 erano piene della parola "socializzazione" oppure della parola "operaio"? L’operaio era quasi un angelo, una persona che assommava tutte le perfezioni. Mi è stato raccontato che Mario Spinella portò a Elio Vittorini, ormai immobilizzato nel letto, il giornale che facevano. Lui lo guardò e esclamò: “ma chi l’ha fatto, questo è veramente un giornale da parrocchia”, e poi: “ma questo è un articolo idiota, chi l’ha scritto?”. Allora Mario rispose, abbassando gli occhi, “sono stato io, Elio”. Lui, che fra l’altro era una persona gentilissima, ci rimase male. “Ma Mario -chiese-, come hai fatto?” “Me l’ha detto un operaio”... A Vittorini caddero le braccia. Questo era il clima di allora.
La politica si muove entro questi termini, ma l’uomo è un’altra cosa, la politica è amministrazione delle convenzioni e delle passioni umane, per cui la politica, in un certo senso, sarà sempre in contrasto con la poesia. Certamente ci sono stati poeti che hanno servito il potere, ma Metastasio non sarà mai Dante. Il poeta, infatti, come nella favola del re nudo, è uno che dice: “guarda quello lì, ha un bitorzolo sul naso” anche se non si potrebbe dire... Il poeta dice la cosa anche se non rientra nella convenzione delle cose. Il che significa che se come uomo potrà anche servire il potere, in quanto poeta no.
Nella poesia sarà sempre contenuto qualcosa di non integrabile, perché nella poesia risulterà sempre il dolore dell’uomo, la fatica, e questo manderà a monte tutti i tentativi di conciliazione, tutti i discorsi ottimisti, ogni tentativo di costruire una finta realtà positiva, soddisfacente...
Ma c’è ancora spazio per il poeta? Può, lui solo, godere del privilegio, come tu hai benissimo detto, di "lasciar andar le mani"?
E se togliamo la poesia e l’arte, cosa rimane? L’arte e la poesia tengono viva per tutti la possibilità. La possibilità di un certo modo di fare e di essere e questo è molto importante. Gli uomini altrimenti vengono sotterrati nella barbarie perché quando l’uomo lavora senza senso, senza partecipazione, allora è nella barbarie. Io mi ricordo che gli operai che hanno fatto il socialismo, che hanno pensato di costruirlo, erano grandi uomini, di grande sensibilità, di grande intelligenza. Erano in grado di capire qualsiasi discorso tu gli facessi. Mio zio che faceva il maestro calderaio a bordo di una nave scriveva poesie; semplici, però le scriveva. Un bel libro è quello del Burke, che parla della scomparsa della cultura popolare.
Pensa alla grande musica. Non c’è grande musicista che non abbia orecchiato dalla musica popolare i suoi temi. L’operaio, il contadino, la gente del popolo che esercitava le proprie facoltà creative, facevano musica, poesia. E se non erano dei Leopardi, le villotte, le barcarole le hanno fatte loro. Il patrimonio che va perduto è dunque proprio un patrimonio umano. In questione non è tanto la scomparsa della poesia, quanto la impossibilità che ci sia la poesia dentro all’uomo. Questa sarebbe la cosa peggiore. E quando mi obiettano che a Sarajevo sparano, e che questo rende insensato scrivere poesie, io rispondo dicendo che a Sarajevo scrivono poesie. Ho vissuto dentro la guerra, e so che in tempo di guerra ciascuno vive le proprie emozioni vivificate al massimo. In più hai attorno a te lo spettacolo delle cose e lì le cose non ti ingannano: perché lì vedi chi è con te e chi è contro di te. Quello che hai dentro senti il bisogno di esprimerlo: è una forma di vitalità.
Bisognerebbe insegnare agli uomini che la poesia è anche un mezzo per conoscere, per conoscersi. Io attraverso la poesia sono venuto a conoscere una parte di me che senza la poesia non avrei mai conosciuto. L’esercizio della poesia favorisce poi dentro di te una crescita. Cresci senza accorgertene. Riesci poi a capire e pensare cose che prima non riuscivi a comprendere. Questo esercizio della parola sulle cose, su te stesso, sui sentimenti, sul corpo, sui pensieri, questo esercizio attraverso la parola in qualche modo contribuisce a formarti: ti rende libero, sgombra il campo da impedimenti, aiuta a capire.
Nello stesso tempo quando tu arrivi qui fino in fondo, attorno a te si forma ed è in movimento continuo la vita. La poesia non incide soltanto attraverso il contenuto delle parole, ma già attraverso il suo farsi, agisce sull’uomo che la fa. In realtà non è che fai qualcosa di astratto, ma agisci concretamente su te stesso e sulla realtà in modo da modificarla....
La attività poetica, come tu la presenti, ha il senso quasi di una durata naturale, di una crescita ordinata ma non predeterminata.
Una volta, in una discussione, dissi, a proposito dell’atteggiamento del poeta dinanzi al mondo, che l’uomo si presenta davanti al mondo come se la mente non ci fosse. In realtà c’è, ma il poeta, nel momento in cui fa poesia, si presenta come se non ci fosse la mente. E’ a questo punto che le Erinni entrano dentro. Non ci sono più difese che funzionano, tutto quello che è inaspettato del reale entra improvvisamente dentro. Questo è importantissimo perché ti abitua a non considerare il mondo in modo moralistico. La realtà entra per quello che è, anche tremenda. A volte, dentro di me, sento delle cose molto crudeli, che non devo rifiutare.
E’ molto importante fare in modo che lo specchio della coscienza rimanga aperto al di là delle sistemazioni che la mente impone al mondo e alla vita. E’ fondamentale tenere pulito lo specchio. Quando guardo la mia faccia nello specchio non mi riconosco e allora dico: chi è quello lì? Perché "quello lì" è ciò che si è accumulato di tutte le mie manchevolezze, paure, incertezze, ciò che lascio passare e le vigliaccherie dell’uomo si disegnano nella mia faccia. La coscienza però, siccome lo specchio è pulito, è di più, è sempre di più.
La coscienza è dunque un distacco, un sovrastare il proprio ego?
Sì, ti stacchi da te stesso. Questo non avviene solo attraverso la poesia, ma anche quando eserciti un mestiere liberamente, ad esempio, lavori il legno, che comunque è qualcosa di vivo. Ho conosciuto un artigiano che fa i canestri e che lavora ancora sullo stesso legno dove hanno lavorato in precedenza suo nonno e suo padre. Mi disse che parlava con le piante. Mi disse che quando la pianta si muove, il pezzo va lavorato con delicatezza; che ogni pianta accetta di essere lavorata solo per un determinato tempo e che allora anche lui aspettava; mi fece vedere le cose messe da parte ad aspettare. Mi disse ancora che bisognava stare attentissimi poi a lavorarli quei pezzi, che non si dovevano forzare i nodi perché se si forza il nodo "si fa male" alla pianta. Quella persona aveva un rapporto con la pianta e infatti quando mi ha dato il cestino, lo ha accarezzato. E’ un rapporto di simbiosi con la materia. E’ un rapporto poetico. Quell’uomo era un uomo cosciente, sviluppato e quando stavamo andando via è andato a raccogliere l’uva perché avessimo un buon ricordo di lui. Allora gli ho domandato se credeva in dio. E lui ha detto no... Quindi, l’uomo che guarda, che osserva, quest’uomo cresce, ma se l’uomo non ha una sua autonomia, allora è schiavo della convenzione. La poesia è importante appunto per quello che fa crescere nell’uomo. Chi la legge si misura con le cose del mondo. E se legge e rilegge comincia a comprendere. Io l’ho detto tante volte, per esempio quando leggo il verso di Leopardi “dolce e chiara è la notte...”. Quel verso lì se lo leggi e stai attento, ne intuisci tutto il reale significato. La notte è dolce e chiara e senza vento. C’è un senso di sgomento del poeta che ha paura della notte. E’ ferma la notte e la notte ferma fa pensare e dà sgomento. Questo lo impari man mano che leggi. Se la leggi solo una volta ti sfugge via. Con la parola “chiara” è come se avesse un momento di elevazione, di allegrezza; poi con la parola notte viene fuori tutto quello che è il Leopardi. “E senza vento...” Quel “e” è importante, vuol dire che la notte l’ha bloccato.
La lettura della poesia ti dice tante cose che non sai ma che poi, lentamente, impari....